Fine vita 22 May 2019 20:07 CEST

PERCHÉ SÌ/ Il casoLambert: rispettare la vita è capire anche quando finisce

Con le nuove conoscenze medico-scientifiche l’accanimento terapeutico diventa sempre più invasivo e disumano. Non mi dite che quello è rispetto

La morte fa parte della vita, è una sua parte sostanziale, fondamentale. Non a caso la letteratura ha considerato l’ossessione per l’immortalità come uno dei grandi limiti dell’umanità, la sua sfida agli dei, destinata al fallimento. Contemplare la morte, non prolungare la vita a tutti i costi, è l’accettazione del limite, fare i conti con la propria natura umana.

Nella vicenda di Vincent Lambert, l’infermiere 43enne che dopo un incidente è costretto a letto, tetraplegico e in uno stato vegetativo da dieci anni, siamo invece davanti a una forma di accanimento terapeutico, a una sorta di sfida da parte di alcuni dei suoi familiari, convinti di volerlo tenere in vita a tutti i costi, anche quando quella vita – intesa come consapevolezza, come coscienza non c’è più. La storia è da manuale.

I medici dell’ospedale di Reims, dove Vincent è ricoverato, hanno deciso di “staccare la spina”, di sospendere le cure e di lasciarlo andare via. La moglie, il nipote e sei fratelli sono d’accordo con loro.

I genitori, un fratello e una sorella invece no e si sono rivolti sia alla Corte europea dei diritti umani che ha respinto il ricorso, sia alla Corte d’appello di Parigi che invece ha ascoltato la loro richiesta e ha imposto la ripresa delle cure, tra l’esultanza dei fan assiepati davanti all’ospedale.

Prima di qualsiasi altra considerazione è importante sgomberare il campo da un equivoco. Nessuno spera che una persona muoia, che una vita finisca.

Quando si parla di questi temi, non si dovrebbe mai scadere nel tifo, da una parte e dall’altra. I familiari che chiedono di sospendere le cure per i loro cari sono persone addolorate, sofferenti, persone che spesso, per anni, hanno vissuto accanto al figlio, al genitore, al fratello che non rispondeva più al loro affetto.

Chi li accusa, chi punta il dito contro di loro, chi li definisce addirittura “mostri” non tiene conto di quello che provano, si sente in diritto di giudicare senza identificarsi minimamente nelle loro emozioni. Ricordo l’Italia spaccata in due per il caso di Eluana Englaro, la battaglia che il padre Beppino fece a testa alta, con amore, con sofferenza. Come si può pensare che, se ci fosse stata la benché minima speranza che Eluana uscisse dal coma, lui non avrebbe fatto di tutto per starle ancora accanto?

Le conoscenze medico- scientifiche andranno sempre più avanti e sarà possibile mantenere in vita le persone anche quando non saranno più in grado di esperire la realtà: gli affetti, l’amore, il dolore, la speranza, l’attesa.

Discutere di quale sia il limite è fondamentale, perché il rischio è che – in un prossimo futuro – questo problema diventi sempre più urgente, angosciante, difficile da districare. Ma spesso quando si discute di questi temi non lo si fa con il rispetto dovuto, ma con una sorta di violenza dettata dalla propria ideologia, dalla propria idea di vita che si tenta di imporre agli altri.

Davvero interessa quello che prova Vincent? Davvero ci interessa il suo destino o invece prevale la volontà di usare il suo caso per alimentare lo scontro politico, per dare visibilità alla propria ideologia? Anche Papa Francesco è intervenuto contro la cultura dello scarto e per il rispetto della vita dal “suo inizio” alla “sua fine naturale”.

In quel naturale è però contenuta tutta la questione, perché con le nuove tecnologie l’asticella si sposta sempre di più ed è sempre più forte il rischio che i nostri corpi diventino – privati dalla coscienza che rende umano l’umano – in balìa dell’altrui volere e dell’altrui potere, sia esso, medico, politico, giudiziario. Io ho paura, non so voi.

 

 

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