Politica 18 May 2019 10:29 CEST

Meno donne nel sistema economico? Meno ricchezza anche per noi uomini…

Franco Marinoni*

La “ricca svegliata” che ha auspicato Anna Paola Concia nell’articolo pubblicato dal Dubbio non riguarda solo le donne, ma tutti. E non si pensi che sia buonismo, il mio. È equità, razionalità, buon senso. Pensiamo a battaglie come quella contro l’apartheid: non era, non poteva essere, solo di chi lo subiva, ma di tutta la società. Bianca o nera. Perché tutti ne sarebbero usciti migliori.

Io faccio il direttore di una grande associazione di categoria e non mi compete fare morale, né filosofia, tanto meno politica. Parto piuttosto da un dato reale: non avvalersi del potenziale femminile, emarginando le donne dal sistema economico ci costa 88 miliardi di euro l’anno, il 5,7% del Pil, il 23% di tutta la ricchezza persa in Europa.

È un’ingiustizia economica, prima ancora che sociale, che penalizza tutti. Ecco perché dobbiamo combatterla insieme. Conviene a tutti. Gli studi dimostrano che laddove c’è più impresa femminile c’è anche più crescita. Il coinvolgimento delle donne nell’economia è quindi fondamentale, per l’innovazione e la competitività. Oltre che per migliorare la società.

In Italia oltre un’impresa su cinque è femminile ( 21%). Nel commercio le imprese femminili sono quasi il 25%, nel turismo sfiorano il 30%. I margini di crescita ci sono tutti. E conosco bene, per averlo visto, l’apporto che le donne possono dare, in termini di una visione diversa delle strategie organizzative, dello sviluppo, della gestione del potere. Un apporto differente e complementare a quello maschile. Ma come risolvere il gap di genere? Mi verrebbe da dire che un ruolo principe ce l’hanno proprio le donne perché sono loro che educano gli uomini del futuro e temi come il rispetto e la parità si respirano in famiglia sin da piccoli. Poi ci vogliono esempi positivi: dobbiamo portare alla luce le storie delle donne, perché siano da stimolo. E ancora: dovremmo smetterla di considerare “roba da donne” temi come la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro o la cura familiare. Perché la famiglia è di ognuno di noi, degli uomini come delle donne. Forse questo risolverebbe anche problemi come la disparità salariale, che ancora oggi penalizza in modo intollerabile il lavoro femminile e in tempi di crisi lo rende il primo sacrificabile in famiglia. Perché se è l’uomo che guadagna di più e qualcuno deve restare a casa, non può certo essere lui. Infine: basta con gli stereotipi, ha ragione Anna Paola Concia: sono gabbie che ci soffocano tutti senza neppure che ce ne accorgiamo. Uomini soli al comando, donne che seguono come crocerossine. E se ci fosse altro? Se ci perdessimo il meglio?

* direttore Confcommercio Toscana

 

 

Notizie correlate