Giustizia 9 May 2019 16:06 CEST

Non chiamatela Tangentopoli: questo è un nuovo teorema giudiziario

Tangentopoli, analisi di un’idagine mediatico-giudiziaria

Non è la Nuova Tangentopoli e neanche una nuova inchiesta Stato-mafia in salsa locale. Il blitz che si è palesato martedì mattina in Lombardia con le sembianze di un calderone contenente oltre 90 indagati e 43 persone arrestate per reati contro la pubblica amministrazione non ha infatti nulla a che vedere né con le vicende che nel 1992 rasero al suolo un’intera classe politica né con le tradizionali inchieste di mafia e politica. La storia di Tangentopoli ( così fu battezzata proprio la città di Milano da cui partirono quelle indagini ) non è solo una vicenda giudiziaria. È lo specchio di un assetto politico- economico che riguardò i primi quarant’anni della storia repubblicana in cui si annidò anche la malattia, un sistema di finanziamento illegale dei partiti di governo e del principale di opposizione con la complicità dei maggiori imprenditori italiani. Tutto era controllato, con una spartizione chirurgica tra le parti, e tutto era conosciuto ( anche dalla magistratura ) e accettato ( anche dagli elettori, a una parte dei quali ogni tanto veniva lasciata cadere qualche briciola ).

C’erano anche casi di corruzione personale, certo.

Ma erano secondari rispetto al sistema che il pm Antonio Di Pietro chiamò “dazione ambientale”.

La Tangentopoli del 1992 è un fenomeno irripetibile. E qualche santo ci tenga lontano dagli imitatori di quel gruppo di investigatori che si autodefinì “Mani Pulite”, quasi a sottolineare il proprio compito finalizzato più a moralizzare la società che non a perseguire i singoli reati. Anche questa grande anomalia per fortuna è irripetibile. Non c’è più quel rapporto di complicità tra i partiti né tra questi e il mondo dell’impresa. Non c’è più neppure «quell’intelligenza politica, individuale e collettiva», che insieme ai frutti sani aveva prodotto anche la malattia.

Ne parlò l’ultima volta in Parlamento il leader socialista Bettino Craxi quando denunciò che tutti i bilanci dei partiti erano falsi e illegali così come illegale era stato il loro finanziamento. Nessuno osò contraddirlo.

Che cosa succede oggi ( ma anche ieri e probabilmente domani)? Succede prima di tutto che esploda una vera bomba nel bel mezzo di una campagna elettorale quanto mai importante e delicata per gli equilibri in campo.

Possibile che su richieste di arresto di due- tre mesi fa da parte dei Pm il giudice delle indagini preliminari non potesse assumere i provvedimenti un mese prima o un mese dopo le elezioni? La seconda osservazione è che si ha l’impressione, leggendo l’ordinanza, che si vogliano mettere insieme episodi e soggetti molto lontani tra loro, quasi a voler a tutti i costi indirizzare ogni singolo fatto in un “unico disegno criminoso”, all’ombra protettiva di una associazione mafiosa cui tutto ricondurre. Non è un caso che le indagini siano state condotte dalla Direzione distrettuale antimafia, e non è la prima volta, in Lombardia. Il nuovo teorema di questi anni è: ormai la ‘ ndrangheta si è trasferita al nord, dove ci sono i capitali più succulenti e le maggiori occasioni di fare affari, soprattutto perché la classe politica è sempre e comunque corrotta e pronta a farsi complice.

Quindi, se è corrotta è anche mafiosa. Un ragionamento che pare molto in linea con gli orientamenti della parte Cinquestelle del governo, che tende a equiparare per gravità i reati contro la Pubblica Amministrazione a quelli di mafia a terrorismo.

Così anche episodi sia pur gravi ma “minori” come la mancata denuncia di un contributo elettorale di 10.000 euro finiscono nel calderone non solo della corruzione ma anche della criminalità organizzata.

Va anche detto che una classe politica più giovane e inesperta di quella dei tempi di Tangentopoli possa essere meno accorta nei rapporti individuali. Anche se il limite tra una certa di disinvoltura politica e lo scivolamento nella commissione di reati è spesso sottile. E succede anche che lo stesso mondo dell’impresa navighi spesso su confini scivolosi. Così finisce che se l’assessore A fa un favore all’imprenditore B e costui ha rapporti borderline con il signor C considerato contiguo ad ambienti mafiosi, ecco che il vestito giudiziario che viene costruito addosso all’assessore è il più terribile di tutti: mafia. E’ il caso anche della vicenda che ha riguardato l’ex sottosegretario Armando Siri. L’uso disinvolto dei reati associativi ( che andrebbero aboliti, come sostiene da tempo l’Unione delle Camere Penali ) fa il resto, con intercettazioni e arresti come conseguenza diretta.

Anche questa nuova inchiesta milanese si sta infilando in un filone che non è più solo giudiziario e che pare molto pericoloso.

Davanti a presunti casi di piccola corruzione o di piccolo o grande clientelismo ( come pare il filone di Varese, che ha finito per coinvolgere anche una persona stimata da tutti come il Presidente della regione Lombardia Attilio Fontana ), si lancia l’allarme che qualcosa di grande stia accadendo, qualcosa di sistemico, qualcosa che necessiti la maxi- inchiesta, la maxi- retata, il maxi- processo. Qualcosa di invincibile, in definitiva, come lo è stata per decenni la mafia nel sud d’Italia. Non è così, per fortuna. E qualche maggior forma di autocontrollo all’interno dei partiti e qualche iniezione di laicità all’interno della magistratura così come di un certo mondo dell’informazione forse sarebbero più utili di calderoni giudiziari inevitabilmente destinati, almeno in parte, a sgonfiarsi nel corso dell’iter giudiziario e nei tempi lunghi della giustizia.

 

 

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