Editoriale del Direttore 7 May 2019 18:04 CEST

Lega- M5S, se il litigio fa da collante

E se il binomio populismo- sovranismo che ha espugnato palazzo Chigi non foss’altro che quest’infinita teoria di scontri tra forze l’una all’altra irriducibili eppure costrette ad una coabitazione tanto obbligata quanto esplosiva?

E se fosse proprio così, la cosiddetta Terza repubblica? E se il binomio populismo- sovranismo che ha espugnato palazzo Chigi non foss’altro che quest’infinita teoria di scontri tra forze l’una all’altra irriducibili eppure costrette ad una coabitazione tanto obbligata quanto esplosiva? E se alla fine tutto si riducesse ad una maggioranza che contiene ( e sviluppa) dentro di sè l’opposizione però con la seconda che via via annichilisce e desertifica la prima, in un crescendo polemico che non è anticipazione della rottura bensì naturale condizione di una innaturale accoppiata? Impossibilitata all’osmosi e alla sintesi e tuttavia forzosamente stabile? Se insomma fosse il litigio e non la stabilità il collante unico e vero dell’intesa, anche personale, tra i leader di Lega e M5S?

Domande apparentemente paradossali che però diventa obbligatorio prendere in considerazione alla luce dell’andamento di un anno di governo gialloverde: perennemente in bilico sull’orlo della crisi ma senza mai produrre sbocchi, né riunificanti né distruttivi. Domani è previsto il Consiglio dei ministri che dovrebbe mettere la parola fine alla vicenda Siri. Oppure direttamente al governo, con i ministri leghisti pronti a votare contro. Una rebus apparentemente insanabile e che tuttavia per molti non provocherà la crisi, nettamente smentita sia da Matteo Salvini che da Luigi Di Maio. Ma non determinerà neppure la pace. E la possibilità è che il copione si riproponga pure dopo il fatidico 26 maggio, alba di un Armageddon sempre pronto a scattare ma che – per alcuni fortunatamente, per altri sciaguratamente – non arriva mai.

Forse la realtà è che ognuna delle due forze di maggioranza mette al primo posto i propri interessi e tranquillamente ritiene che stando al governo possono essere perseguiti di più e meglio che stando all’opposizione. E’ il peccato originale di un Contratto di governo dove sono state messe nero su bianco, a metà tra sommatoria e avventura, il pugno di cose da ambedue non così indigeribili, immaginando che fungessero da cemento e derubricando tutte le altre. E’ accaduto il contrario. Ma non accade che il disordine crescente provochi la deflagrazione conclusiva. Così la divaricazione continua, la perpetua ebollizione fa da mastice. E la domanda: Fino a quando? scolora.

 

 

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