Commenti 7 May 2019 18:27 CEST

Il braccio di ferro nel governo sul caso Siri e l’etica pubblica dell’era gialloverde

Non sarebbe un fuori luogo prevedere le dimissioni da parlamentare, in caso di ingresso nell’esecutivo, come fece il partito popolare di Martinazzoli nel 1993

Memoria corta degli italiani. Anche di quelli che dovrebbero avere sott’occhio documenti e pagine di storia. Nel governo Ciampi, 1993, cuore delle sceneggiature che venticinque anni dopo avrebbero portato su Sky il film di Tangentopoli, i ministri designati dalla Democrazia Cristiana, che con Mino Martinazzoli si ribattezzò Partito Popolare, furono sottoposti ad una pesantissima procedura di “prevenzione etica “. I ministri, allora in massima parte parlamentari, prima di assumere l’incarico dovevano dimettersi dallo scranno di Camera o Senato per non godere, in caso di incidenti giudiziari, della copertura dell’immunità prevista dalla Costituzione. Inoltre, nell’ipotesi in cui fossero stati raggiunti da un avviso di garanzia, avrebbero dovuto dimettersi anche dall’incarico ministeriale.

Un rigore da misticismo apocalittico stile Savonarola, direbbe qualcuno. Ma intanto con una magistratura inquirente in fervida e incoraggiata dai media attività, non furono pochi a cadere sotto la tagliola delle regole d’ingaggio approvate dalla direzione della Dc – e non condivise dagli altri partiti di governo lasciando morti e feriti. Come il compianto Goria, il più giovane presidente del Consiglio della prima Repubblica, che dovette dimettersi nel giro di qualche settimana prima dal Parlamento Europeo – per incompatibilità giuridica con il ruolo di ministro – poi da deputato, per la regola savonarolesca della Dc/ Ppi, e infine da ministro, sempre per la stessa regola, perché raggiunto da un avviso di garanzia generato da una calunnia. Che tale si rivelò all’esito del giudizio dei tribunali.

Parecchio tempo dopo. Il caso Siri, che tanto spazio ha preso nelle ultime settimane nei giornali e nei talk show, riproduce echi dell’eterna questione morale nell’esercizio della funzione politica, seppur con toni più raffazzonati e in linea con lo spirito dei tempi. Sulla dinamica politica, miseramente ridotta al braccio di ferro tra i due comandanti in capo- Di Maio e Salvini- c’è poco da dire. È chiaro a tutto il mondo che Salvini ha digrignato un pochino i denti per difesa d’ufficio a beneficio di un suo adepto che sarebbe anche l’inventore della versione leghista della flat tax. Insomma un adepto di peso. Ma la nuvoletta maleodorante che circonfonde il sottosegretario con le accuse di corruzione e collusione con ambienti non salubri tutta da provare, s’intende, perché la presunzione d’innocenza è garantita nel nostro ordinamento- è pesante assai. Dunque a Salvini non resta che fare “vis grata puella”, e cedere alla violenza di Conte ( e probabilmente dei focus group). Insomma: il governo cadrà, certo, ma non per questioni siriane. Resta la questione morale. Non giriamo troppo attorno alla questione, peraltro scolpita dall’art. 54 della Costituzione italiana: “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”, laddove disciplina significa competenza e onore non ha bisogno d’essere spiegato. Chi ricopre incarichi pubblici, dunque, ha il dovere della competenza e di una condotta etica rigorosa. Il che significa che all’accrescimento del munus, dell’onore del servizio pubblico, cresce anche il livello della responsabilità e dunque del dovere di “ apparire” oltre che di “essere” al di sopra di ogni sospetto. Questo, ovviamente, non significa che le tutele che assistono il privato cittadino debbano cessare nel momento in cui questi assuma un incarico pubblico. Significa, però, che il politico è obbligato ad offrire un di più di cautela e di responsabilità.

La procedura democristiana delle dimissioni in caso di avviso di garanzia ? Se ne discuta. Intanto, però, non sarebbe un fuori luogo rendere le dimissioni da parlamentare in caso di ingresso al governo. In altri paesi è la regola e, a ben vedere, lo è anche in Italia, nei Comuni, dove rappresentare il popolo e governare sono due funzioni distinte e non mescolabili. C’è da pensarci.

 

 

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