Primopiano 25 Apr 2019 07:45 CEST

Banche, aumentati i rimborsi Ma dietro i truffati spunta il rischio evasori

Nel Dl crescita è previsto l’indennizzo solo per chi ha un reddito inferiore ai 35mila euro, ma come può risparmiare e investire 200mila euro chi ne guadagna 1800 al mese?

Può un contribuente con uno stipendio inferiore a 1.800 euro al mese risparmiare fino a 200 mila euro? Secondo il governo, può; e per questo è giusto risarcirlo in pieno se prende una fregatura per le sue speculazioni.

La sostanza del “decreto crescita” nella parte che riguarda i risparmiatori “truffati” è tutta qui. Il testo approvato dal consiglio dei ministri introduce due paletti per essere rimborsati totalmente. Il primo: un reddito inferiore ai 35 mila euro, che corrisponde ( euro più, euro meno) ad uno stipendio mensile di 1800 euro al mese. Il secondo: aver investito meno di 200 mila euro in obbligazioni emesse dalle banche fallite.

Ammesso che un contribuente sia una formichina e che decida di investire l’intera liquidazione; o meglio, “i risparmi di una vita”: come hanno detto più volte chi manifestava per l’Etruria o la Popolare di Vicenza.

La liquidazione di chi guadagna o guadagnava 1800 euro al mese arriva a malapena a 75 mila euro. Come ha fatto a mettere da parte gli altri 125 mila euro che verranno rimborsati dallo Stato?

A pensare male si fa peccato, ma ci si azzecca. Aver aumentato da soglia del rimborso diretto da 100 a 200 mila euro rischia di fare un enorme favore a chi ha evaso. Se la soglia di 100 mila euro ( benché alta) si avvicinava alla liquidazione che un lavoratore aveva conquistato dopo 40 anni di lavoro ed investito ( erroneamente) nei titoli delle banche fallite. Aver raddoppiato il tetto rischia di premiare chi quelle cifre non le ha mai dichiarate al Fisco.

Insomma, con il “decreto crescita” il governo sembra voler fare un regalo agli evasori. Presunti naturalmente. Che per una vita potrebbero non aver dichiarato i propri redditi investendoli in titoli speculativi ( le obbligazioni subordinate garantivano interessi doppi rispetto a quelli di mercato), ed ora lo Stato li premia pure.

Nella sostanza, si tratta di un colossale “scudo fiscale” interno. Con una differenza: con lo scudo fiscale classico, chi dichiara fondi all’estero deve pagare un’aliquota all’Erario. Con il “decreto crescita”, invece, chi ha evaso, investito e guadagnato ( e perso per una speculazione andata male) si vedrà rimborsare in pieno dal suo vicino di casa la quota di reddito evasa dall’imponibile.

Infatti, oltre ad apparire quantomeno bislacca sotto il profilo di equità fiscale, la norma sul rimborso dei risparmiatori scarica sulla collettività il costo dell’operazione. Saranno i contribuenti, i vicini di casa, a dover ripagare il risparmiatore “truffato”. La famiglia della porta accanto dovrà sostenere il rimborso di chi ha investito e lucrato somme quantomeno anomale per il reddito dichiarato.

Da notare che quello approvato dal consiglio dei ministri è il quinto decreto sul tema. A scriverli, però, è sempre stata la stessa persona: sia con i governi Renzi, Gentiloni ed ora Conte. Solo che a dettare erano persone diverse. D’altra parte, nella Prima Repubblica, Cirino Pomicino ripeteva sempre: “posso anche scrivere un emendamento od una norma, a condizione che ci sia qualcuno che detti; altrimenti, faccio di testa mia”. In questo caso, le voci che dettano le norme sono cambiate, ma chi scrive è sempre lo stesso. E questa capacità lo ha portato ai vertici del ministero dell’Economia. Resta un fatto: con questa misura il governo della “trasparenza” ha premiato chi ha opacizzato i propri risparmi. A danno di tanti contribuenti onesti. L’alternativa a tutto questo è che si tratti semplicemente di una “bufala” e che non ci sia alcun truffato che rispetti quei vincoli.

 

 

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