Commenti 19 Apr 2019 11:18 CEST

Presunzione d’innocenza? Non è aria, anche il destino di Siri pare già scritto

Nelle carte dei pm gli indizi a carico del sottosegretario sono tutti del tipo “si dice”, “forse…”. Ma il suo ministro, Toninelli, gli ha già tolto le deleghe. Un copione scontato che può togliere il sonno a Salvini

Temiamo finirà comunque male la vicenda che, dopo l’attacco giudiziario che ha travolto la Regione Umbria e le conseguenti dimissioni della presidente Catiuscia Marini, colpisce al cuore la Lega di Salvini con l’apertura di una indagine per corruzione nei confronti del sottosegretario Armando Siri. Finirà male prima di tutto per motivi elettoralistici: nessuno, neanche il trionfatore dei sondaggi Matteo Salvini, può permettersi il lusso di arrivare al 26 maggio con un tale fardello addosso. Siri non è Berlusconi e la Lega non è Forza Italia, non basta quindi che il leader esprima massima fiducia nel suo sottosegretario indagato. Ma ci sono anche motivi politici impellenti: tutto il Movimento 5 stelle sta schiumando la sua rabbia contro un “socio contrattuale” mai amato, e resuscita così un’era in cui bastava la parola “indagato” per alzare le forche sull’albero più alto, quando ancora i sindaci Raggi e Nogarin erano vergini sul piano giudiziario.

Ma il colpo più forte a Siri non l’ha sferrato il magistrato, casomai il suo ministro, quel Danilo Toninelli che dalla sua cattedra può dare lezioni a chicchessia e che lesto lesto ha tolto le deleghe al suo sottosegretario ai Trasporti. Via le deleghe, è facile levare anche la scrivania. Ci si domanda quindi se Armando Siri sia stato beccato con il sorcio in bocca, come dicono a Roma. Se è stato corrotto, guardiamogli le tasche, per vedere se contengono la mazzetta, oppure consultiamo il suo album fotografico per vedere se, come Formigoni, abbia goduto di qualche “utilità” come vacanze o giri in barca. Ci tocca andare a vedere le sbobinature delle intercettazioni, per capirci qualcosa. E qui bisogna aprire una parentesi, perché da qualche anno i magistrati italiani ( sia pubblici ministeri che gip) hanno l’abitudine di abbinare a decreti di perquisizione piuttosto che a ordinanze di custodia cautelare un bel fascicolo di intercettazioni. Che sono poi, ovvio, a disposizione delle parti. I giornalisti non sono soggetti processuali, però hanno nelle mani da subito l’intero incartamento e fingono che sia stato l’avvocato difensore della persona inquisita, cioè quello meno interessato a diffondere le accuse contro il proprio assistito, a depositare gli atti in edicola, invece che in cancelleria. Così comincia l’assalto mediatico alla persona. E molti cominciano a dire “io sono garantista però…”. Si delega alla magistratura quella piccola cosa che la Costituzione definisce “presunzione di non colpevolezza” e che comporta l’attesa di una sentenza definitiva dopo qualche anno, e si prende la decisione politica da subito.

Ecco perché Catiuscia Marini è stata costretta dal suo partito alle dimissioni, ben sapendo che l’Umbria non eleggerà più, almeno nei prossimi anni, un uomo o una donna del Pd. Perché dalle intercettazioni si palesa un sistema ( non solo umbro, se vogliamo dire la verità) di clientele e raccomandazioni che al cittadino danno disgusto, soprattutto se rappresentato più sul piano morale che politico o giudiziario. Ma rimane una domanda. Quando la magistratura ritiene di avere elementi sufficienti per portare una persona a processo, ha tutti gli strumenti, ben più repressivi che una semplice apertura di indagine, di un’informazione di garanzia, per farlo. Non è il caso dell’ex presidente Marini ( che non è stata arrestata) né di Armando Siri. Il quale sarebbe responsabile di aver cercato di presentare emendamenti a favore del sistema “mini- eolico” in cambio della “promessa e/ o dazione di 30.000 euro”. Pare che il fatto emerga, in termini molto ambigui, da conversazioni intercettate tra padre e figlio, Paolo e Francesco Arata, i quali sarebbero in contatto ( ma questo Siri non lo sa, scrivono i magistrati) con l’imprenditore siciliano Vito Nicastri, il re dell’eolico di cui si sospettano legami addirittura con il latitante mafioso Matteo Messina Denaro. È tutto un pare, un forse. Ma se c’è di mezzo addirittura la mafia… Ce ne è abbastanza per dar fuoco alle polveri. Di Maio e Di Battista paiono entusiasti, come se non aspettassero altro. Non sappiamo se ci sarà resistenza da parte della Lega. Ma a noi pare che la testa di Armando Siri sia già sul ceppo.

 

 

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