Commenti & Analisi 17 Apr 2019 08:30 CEST

Io, penalista, dico: scioperiamo a oltranza o la nostra mobilitazione resterà inutile

I tre giorni di stop proclamati dall’ 8 al 10 maggio? Non porteranno risultati: meglio petizioni, convegni e interviste. Oppure non indossare più la toga finché sarà questa la politica sulla giustizia

L’ultimo è quello proclamato dall’Unione Camere penali per i giorni 8, 9 e 10 maggio prossimi. Si protesta contro i recenti interventi in tema di giustizia adottati dal governo Lega- M5S: esclusione del rito abbreviato per i reati da ergastolo, legge sulla legittima difesa, aumento delle pene per le violenze di genere, decreto sicurezza, diritti dei carcerati.

Nel merito la contestazione ha buoni motivi per essere condivisa, nel modo altrettanti per essere criticata.Facciamo un passo indietro.Nel 2018 gli scioperi su scala nazionale sono stati cinque.

Tutti di breve durata e riguardanti la riforma del sistema penale, le carceri, la prescrizione. Risultati? Zero. Il governo è andato avanti su tutto il fronte, imperterrito. Anche a livello locale c’è stata una miriade di scioperi, di uno o più giorni, dai quali non è scaturito alcunché di memorabile. Uno per tutti: i penalisti di Lucca nella scorsa primavera hanno inscenato uno sciopero per protestare contro la sistematica fuga di notizie a margine di un’indagine giudiziaria incardinata davanti alla Procura del luogo. Bene, quello sciopero ha raggiunto l’unico obiettivo di far coincidere il fine con la fine, nel senso che protesta era e protesta è rimasta, apprezzabile quanto si vuole in linea di principio ma nella sostanza inutile: la divulgazione alla stampa di notizie è continuata come e più di prima. Nessuna meraviglia: da anni il corto circuito Procure- Stampa, scattato all’epoca di tangentopoli a Milano e poi propagatosi a tutte le latitudini, si è trasformato in collegamento a corrente continua, con atti, verbali, documenti, intercettazioni, pensieri e parole che passano dalle stanze del segreto istruttorio alle stanze del battage giornalistico, prima ancora che ne siano informati i diretti interessati.

Un abuso continuato contro cui si sono infranti tutti i tentativi di rimedio. Se nulla hanno potuto le denunce, le circolari ministeriali, i procedimenti disciplinari, figurarsi se può qualcosa uno scioperino di qualche giorno degli avvocati.

D’altro canto, non è che sul piano nazionale vada meglio; basti vedere quali ricavi hanno ottenuto i plurimi reiterati scioperi indetti nel corso degli ultimi due anni dall’Unione Camere penali per protestare contro la mancata attuazione della riforma penitenziaria.

Motivo nobile, mezzo inidoneo. Non è un mistero che le carceri italiane versino in condizioni disagevoli ( ben inteso, rispetto alle prigioni dei Paesi democratici occidentali, perché, se si va verso est, le nostre sono alberghi a quattro stelle). Il problema dei problemi è il sovraffollamento, causato in gran parte da un’incontrollata applicazione della carcerazione preventiva. Esso altera tutte le dinamiche delle strutture carcerarie: riduce gli spazi di vivibilità, alimenta le tensioni tra i detenuti, spinge all’adozione di regole coercitive, impedisce le attività lavorative e mortifica gli sforzi rieducativi. Serviva una riforma che, con il contributo fattivo dell’avvocatura, è arrivata: la legge delega 103 del 2017.

Sennonché i decreti attuativi, tra ritardi, smantellamenti e riscritture, in parte sono rimasti sulla carta e in parte ( vedi misure alternative, recupero sociale, tutela affetti familiari) non sono propriamente in linea con i principi costituzionali e umanitari delineati dalla delega. Contro questa deriva giustizialista del governo e coerentemente alla sua funzione, l’avvocatura è insorta, chiedendo rispetto anche per i diritti del cittadino carcerato ( motivo nobile). Solo che ha scelto, come arma principale di lotta, lo sciopero a singhiozzo ( mezzo inidoneo). Infatti, le posizioni dell’esecutivo son rimaste tali e quali.

D’altro canto, andando a memoria, mai gli scioperi della classe forense hanno avuto riscontri tangibili, anzi, uno sì: fu il mitico sciopero proclamato negli anni 89- 90 dagli avvocati di Cosenza. Allora, effettivamente, a Roma dovettero darsi una mossa e risolvere i malanni di organico ed incompatibilità che affliggevano il Tribunale calabrese, ma quello fu uno sciopero vero, portato avanti ad oltranza per oltre un anno, senza eccezioni o concessioni: tutto bloccato, tutto rinviato, urgenza o non urgenza, anche i processi di ‘ndrangheta. Gli scioperi di prima e quelli venuti dopo, lunghi qualche giorno o al massimo una settimana con tanto di guarentigie per le udienze cosiddette indifferibili, non hanno spostato di un’acca gli assetti su cui volevano inferire. Le tre principali ragioni che militano contro questo edulcorato tipo di sciopero sono: circoscritta diffusività dell’iniziativa ( ne sanno qualcosa gli addetti ai lavori, la ignora del tutto l’opinione pubblica); minima incidenza sul funzionamento degli uffici giudiziari, massimo disagio per gli utenti; adesioni all’astensione a macchia di leopardo nei vari distretti della Penisola ed anche all’interno dello stesso distretto.

In definitiva, o si mettono da parte le velleità di stampo sindacale e si concentrano gli sforzi sulle iniziative politiche ( petizioni), scientifiche ( convegni) e mediatiche ( interviste), che appaiono più mirate sia nei contenuti che sui destinatari, oppure si sciopera sul serio: via gli avvocati da tutti gli organismi di supplenza del sistema, rifiuto delle difese d’ufficio, astensione sine die dalle udienze. Il resto è un buffetto privo di effetto.

* avvocato penalista, Foro di Pordenone

 

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