Commenti & Analisi 10 Apr 2019 11:41 CEST

La primavera cannibale dei sovranisti Ue: guerre intestine e sfide per la leadership

Divisi alla meta delle europee. Unico comun denominatore euroscetticismo e anti immigrazione. Estremismi strabici con occhi puntati sui conservatori

 

Difficilmente assisteremo alla nascita di una “primavera sovranista”, come da molti preconizzato. I movimenti che si definiscono “sovranisti”, appunto, sono divisi in diversi schieramenti e, a dispetto di quanto sosteneva Matteo Salvini qualche mese fa, sembra impossibile che si formi un’Internazionale sovranista, da noi definita su Il Dubbio un “ossimoro politico”. Il minimo comun denominatore di tutti i soggetti che si richiamano a questa ideologia inventata dai media è il primato nazionale declinato in modi diversi al netto delle sensibilità di ciascuno. Di conseguenza invocano minori pressioni da parte dell’Unione europea sugli Stati nazionali. Ma si pongono in maniera difforme sul tema che dovrebbe vederli uniti e si presentano come indiscutibilmente “egoisti” l’uno rispetto all’altro.

Sull’accoglienza degli emigranti, per esempio, non c’è un solo partito sovranista al governo disposto a dare una mano al “confratello” in difficoltà ed anche per ciò che concerne le richieste alla Commissione europea da parte degli stessi finora non s’è visto un possibile alleato sostenere l’altro. Il mutuo soccorso, insomma, non è contemplato tra i principi di chi vorrebbe un’Europa degli Stati, delle nazioni e dei popoli rivelando che ognuno piuttosto esige che il proprio Stato, la propria nazione, il proprio popolo vengano considerati entità separate e distinte e come tali si atteggiano anche nei rapporti tra di loro.

Guardate ai due gruppi parlamentari europei sovran- populisti e capirete che la strategia politica a cui si ispirano è quella della contrapposizione frontale da cui discenderà una campagna elettorale particolarmente feroce caratterizzata dalla “guerra intestina” – la prima guerra sovranista europea – tra gruppi che pretendono di ispirarsi allo stesso orientamento, ma nei fatti sono competitori acerrimi ed indirizzeranno i loro sforzi elettorali non tanto per sottrarre voti ai socialisti o ai popolari ma a primeggiare nel loro campo, magari mostrandosi “diversi” nel reclamare maggiore credibilità e dunque estremizzando le loro proposte.

L’Efn ( Europe of nation and freedom, L’Europa delle nazioni e delle libertà) il gruppo del quale fanno parte la Lega di Salvini e il Rassemblement national di Marine Le Pen, oltre agli olandesi di Geert Wilders del partito per la libertà ( fortemente ridimensionato dalle elezioni anticipate a cui ha costretto il liberalconservatore Mark Rutte), il belga Vlaams Belang, i tedeschi di Alternative fur Deutschland, e poi polacchi, rumeni, britannici e gli austriaci di Freiheitliche Partei Õsterreichs che esprime il vice- premier Strache si contrappone all’Efdd ( Europe of Freedom and Direct Democracy, Europa delle libertà e della democrazia diretta) del quale fa parte il Movimento Cinque Stelle, l’Ukip di Nigel Farage – promotore e sostenitore della Brexit – il Partito dei liberi cittadini della Repubblica Ceca, il partitoi lettone dei Verdi e degli Agricoltori, mentre hanno perso il già citato Afd tedesco passato alla concorrenza e si apprestano a farlo il Partito del Popolo danese e i Veri Finlandesi. Non si sa dove si collocherà lo spagnolo Ciudadanos posto che finora è stato nell’Alde, ma molti sarebbero orientati a cambiare casa, mentre è escluso di Alba dorata greca possa aderire ad uno dei due gruppi. Tutti “sovranisti”, naturalmente, come il Pis ( Diritto e giustizia) di Jaroslaw Kaczynski, finora nell’Alleanza dei Conservatori e Riformisti Europei che potrebbero affiancare Giorgia Meloni ( che ha incontrato il leader polacco recentemente) con i suoi Fratelli d’Italia, la quale, tuttavia, tiene a differenziarsi nella campagna elettorale da tutti gli altri tanto da aver denominato il partito in funzione europeista come “Sovranisti e conservatori”. Probabilmente si troverà in compagnia di inglesi ed irlandesi che proprio “sovranisti” non sono.

Il pezzo forte della così disomogenea e colorista compagine è Viktor Orbàn, l’uomo forte d’Ungheria, che tenacemente resiste nel gruppo dei Popolari europei che lo ha cautelativamente sospeso e, per quanto corteggiato, non ha nessuna intenzione di abbandonare la casa madre unitamente agli altri aderenti al gruppo di Visegrad che con sfumature diverse condividono l’atteggiamento del presidente magiaro, ma reputano di infilarsi laddove ci sarà più convenienza.

Questa, approssimativamente, la “mappa” dei sovranisti europei. La “cifra” è piuttosto povera: euroscetticismo e lotta all’immigrazione attraverso la chiusura delle frontiere. Naturalmente ognuno la sua. Ma si notano smagliature vistose nel fronte che comune non è. Marine Le Pen con il suo Rassemblement e il Danish people party corteggiano il voto moderato e, non a caso, la prima si è tenuta ben lontano dall’assecondare i gilets jaunes prevedendo la deriva estremista verso la quale avrebbero condotto la loro contestazione a Macron: il movimento che all’origine era spontaneista ed interprete del disagio del ceto medio è oggi odiatissimo in Francia e nessun partito tradizionale vi si accosta temendone il contagio ed il discredito derivante dall’assecondare la brutale violenza inflitta alla Francia negli ultimi tre mesi. Quanto ai Conservatori e Riformisti italiani ( che con tale denominazione non esiste a Strasburgo) il leader riconosciuto, alleato della Meloni in una compagine che è piuttosto di Centrodestra, è Raffaele Fitto ( lo vediamo piuttosto eccentrico tra i “sovranisti”) che diceva di ispirarsi a Cameron ( adesso nessuno sembra più conoscere l’ex- premier britannico): non è molto convincente e sembra non avere appeal; infatti, non basta una adesione formale ad un movimento come quello della Meloni per darsi un tono attraente, ma è necessario precisare i contenuti rispetto a tutti i possibili dirimpettai.

Insomma, c’è molta confusione in Europa ed i cittadini che vorrebbero scegliere i “sovranisti” si trovano davanti ad incomprensibili divisioni che rispecchiano le differenze all’interno dei rispettivi confini nazionali. E si spiega: il sovranismo non è un’ideologia, non è una cultura politica omogenea, non è una prospettiva unitaria. E’ il frutto di una fantasia di importazione statunitense: l’ispiratore si chiama Steve Bannon, ex- guru di Donald Trump che dopo pochi giorni o dall’Insediamento alla Casa Bianca lo ha brutalmente scaricato ( com’è nel suo costume). Bannon ha capito che l’Europa, ed in particolare l’Italia, può essere il laboratorio del sovranismo- populismo. Ma nel suo semplicismo americano non ha realizzato che nel Vecchio Continente le culture politiche, per quanto malmesse, hanno ancora un senso. E mettere insieme identità e tradizioni diverse è arduo come scalare una montagna che respinge gli avventurosi scalatori. Soprattutto quando si palesano per quel che sono: avventurieri.

No, questa primavera, non sarà una “primavera sovranista”. Anche perché qualcuno dovrà pur spiegare che razza di sovranità nazionale ed europea può venir fuori andando a lezione da un americano.

 

 

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