Uncategorized 7 Apr 2019 15:47 CEST

Sul giallo dello stupro alla Circumvesuviana serve un giudice freddo e garantista

Una cosa è sicura: non ha certo passato minuti di piacere la ragazza che in un ascensore della circumvesuviana di Napoli ha visto il proprio corpo passare di mano in mano come un pezzo di carne per soddisfare il desiderio di tre ragazzi arrapati. Il fatto che per lei quelli non siano stati comunque momenti piacevoli ( per nessuna donna lo sarebbero stati) non significa però necessariamente che la ragazza sia stata presa con la forza.

Ma solo se per forza si intende parlare di calci e pugni o la minaccia di un coltello alla gola per costringere una donna a subire un rapporto sessuale senza consenso. Perché ci sono molti modi di usare violenza e ci sono condizioni soggettive di tutte le persone in campo da esaminare. Il primo tempo di questa vicenda ha per protagonista una ragazza che piange abbandonata sulla panca di una stazione di métro e qualcuno che la assiste e l’accompagna a denunciare lo stupro da parte di tre diciottenni che lei conosce e che vengono individuati e arrestati. Sia il pubblico ministero che il giudice per le indagini preliminari concordano, sulla base delle dichiarazioni della ragazza e della relazione del ginecologo che l’ha visitata, che ci sia stata violenza. Viene disposta custodia cautelare in carcere per i tre. Ma il secondo tempo, che mostra il volto dei giudici del tribunale del riesame, ribalta lo scenario con altrettanta sicurezza: i rapporti sessuali non furono subìti, la ragazza era consenziente. I tre, uno dopo l’altro, vengono scarcerati. I provvedimenti dei giudici paiono incomprensibili, almeno finché non vengono rese pubbliche le motivazioni. Nel frattempo la ragazza rilascia un’intervista, a viso coperto, alla conduttrice della trasmissione di La7 Myrta Merlino. Una voce spenta che snocciola con inquietante passività parole che non vorremmo aver sentito, con quelle mani tremanti che non vorremmo aver visto: coito orale, poi richiesta di rapporto anale, infine penetrazione vaginale. Prima un ragazzo, poi l’altro, poi l’altro ancora. Poi lei che dice: per favore basta, non ce la faccio più. Il tribunale del riesame indossa la toga, non può indossare i sentimenti. E’ giusto così. Quindi esamina le telecamere della stazione, vede che lei e loro entrano insieme in quel maledetto ascensore e che dopo un po’ ne escono insieme e si salutano. Manca solo un passaggio di denaro perché si compia il quadro di una prestazione professionale. Ma emerge anche “per tabulas” ( ma sarebbero bastate quelle mani tremanti e quella voce di persona ormai morta dentro per capirlo ) la fragilità di questa ragazza, con la sua anoressia e un faticoso percorso analitico in atto. E’ una bugiarda, lo dice anche lei allo psicoterapeuta, si sancisce. Sono elementi importanti dal punto di vista processuale, perché in questo tipo di inchiesta l’elemento centrale è quello del consenso di tutte le parti in causa. Ma consenso a che cosa? E fino a che punto? Non dimentichiamo che siamo nella fase delle indagini preliminari e che stiamo parlando di custodia cautelare in carcere di tre diciottenni, i cui diritti vanno tutelati tanto quanto quelli della ragazza che li ha denunciati. Il consenso a entrare nell’ascensore probabilmente c’è stato. Quanto a ciò che è successo dopo, è tutto da discutere. E se si fosse trattato di “dissenso sopravvenuto”? Esiste notevole giurisprudenza, anche sui rapporti tra coniugi, che sancisce come il consenso vada rinnovato minuto dopo minuto perché sia considerato tale. Inoltre, se si arriverà al processo ( e probabilmente sarà così ), i giudici non potranno non tener conto della condizione psicologica della ragazza. Non ci vuole molto a distruggere del tutto una fragilità così palese. Quindi il concetto di violenza potrebbe essere rivisto. Quello che non possiamo chiedere al magistrato è un giudizio morale sull’accaduto. Non ci stancheremo mai di dire che la miglior garanzia per una giustizia giusta è la sua freddezza. Cioè l’applicazione rigorosa della norma, senza interpretazioni moralistiche. Troppo spesso il giudice si fa storiografo e sociologo e psicologo. E questo non ci piace. Ma spesso non ci piacciono neppure certi commenti, certi giudizi sui comportamenti che sentiamo in sede politica o giornalistica. Il primo problema è che purtroppo sembra che la questione della violenza sessuale riguardi solo le donne. Lo abbiamo visto in Parlamento nei giorni scorsi quando si approvava la nuova legge sul “codice rosso” con un dibattito tra donne, proteste di donne, felicità di donne dopo l’approvazione. Non sembra essere un problema di tutti. Invece il punto centrale non è la sessualità femminile, ma quella maschile. Come possono tre ragazzi giovani, magari “bravi ragazzi”, ritenere che il corpo della donna sia sempre disponibile, un pezzo di carne da palleggiarsi, un insieme di orifizi da penetrare come se tutto ciò non appartenesse a una persona? A una persona che si chiama donna e che come tale va rispettata come e anche si più che se fosse un uomo? Su questo dovrebbero riflettere i padri ma soprattutto le madri ( come donne ) dei figli maschi, ancora vittime degli stereotipi ancora dominanti nel nostro Paese. Ma attenzione anche a non trasformare queste riflessioni nella richiesta di aumento delle pene e rinuncia a tutti quei benefici di legge che sono consentiti per la gran parte dei reati, come sento dire da qualche parlamentare ( donna ), nell’illusione, che tutti sappiamo essere vana, che l’inasprimento della sanzione faccia diminuire i reati. Mai come in questi giorni, in seguito a una serie di omicidi di donne commessi da ex mariti o fidanzati, e ora con la vicenda della ragazza napoletana, si sono sentite espressioni come “fine pena mai”, “castrazione chimica” e “sbattiamoli in galera e buttiamo via la chiave”. Se non vogliamo ascoltare altri argomenti, ricordiamoci almeno della sorte toccata a Robespierre, prima di mozzare le teste. Perché quando cadono le regole dello Stato di diritto, poi cadono per tutti.