carcere 31 Mar 2019 10:52 CEST

Matteo Salvini nel carcere di Bollate. A pochi passi Formigoni misura i metri della cella

Mi associo molto volentieri agli auguri di Piero Sansonetti all’ex governatore della Lombardia Roberto Formigoni. Che compie oggi, 30 marzo, i suoi 72 anni, purtroppo in un carcere: quello di Bollate. Dove sta scontando i 5 anni e 10 mesi di condanna definitiva per corruzione, senza diritto ai domiciliari, già negatigli, a servizi sociali e quant’altro per la stretta contemplata dalla legge cosiddetta “spazzacorrotti”, ancora fresca d’inchiostro, diciamo così, della Gazzetta Ufficiale della Repubblica. È una legge della quale non si può lamentare e tanto meno denunciare l’applicazione retroattiva senza incorrere nella derisione, quanto meno, dei manettari in servizio permanente effettivo, come le tricoteuses che se la godevano sferruzzando davanti alla frequentatissima e calda ghigliottina della Rivoluzione francese del 1789. Formigoni agli occhi di questo pubblico più o meno selezionato dell’indignazione ha aggravato la sua posizione scegliendosi con tempestività galeotta il carcere. Egli si costituì il mese scorso a Bollate, da lui scambiato secondo qualche magistrato per uno degli alberghi a 5 stelle quante quelle stampate peraltro nei manifesti e nei loghi dell’omonimo movimento politico che era solito frequentare da uomo libero, in vacanze e non, a spese sue e qualche volta, o spesso, di amici. Dai quali – riconosco – l’allora governatore avrebbe fatto meglio a non farsi pagare neppure un cappuccino al bar, figuriamoci case, barche e quant’altro, sapendoli interessati direttamente o indirettamente alle sue pur avvedute scelte o decisioni amministrative: avvedute, visto il funzionamento dei servizi, settori ed enti destinatari. Ma per questo modo di fare e di essere del “Celeste”, con una corruzione da “utilità” più che da denaro, con questa confusione lamentata da Tiziana Maiolo tra peccato e reato, ritengo francamente, anche a costo di guadagnarmi improperi, che Formigoni abbia già molto pagato, da uomo ancora libero, con le macchiettizzazioni fattene da Maurizio Crozza: micidiali per sputtanamento, diciamo così, più di una valanga di avvisi di garanzia, di processi e di condanne. Ne sanno qualcosa, per i voti che Crozza è riuscito a portar via alle loro persone e ai loro partiti, il buon Pier Luigi Bersani – buono anche a riderne lui stesso, e di cuor – e il meno buono, per i miei gusti assai personali, Antonio Ingroia. Che da magistrato in aspettativa, avvolto nella leggenda di un epico scontro avuto più o meno direttamente con l’allora capo dello Stato in carica per le vicende processuali della famosa “trattativa” fra lo Stato e la mafia, si schiantò nella sua corsa elettorale a Palazzo Chigi, nel 2013, contro le imitazioni di Crozza, appunto, prima e più ancora che contro il verdetto degli elettori. Ho letto da qualche parte che il carcere di Bollate, dove Formigoni – ripeto – sta scontando la sua pena in una cella, esattamente la numero 315, è provvisto ora non solo di un laboratorio di pasticceria e di uno di pelletteria, ma anche di un ristorante aperto in qualche modo al pubblico. Dove quella diavola del garantismo chiamata Annalisa Chirico, vezzeggiata come “Chirichessa” sul Foglio dal fondatore Giuliano Ferrara, è riuscita a portare a cena addirittura il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, non contenta dei guai mediatici già procuratigli con una iniziativa, sempre di ristoro, a Roma. A leggerne ho subito pensato non solo al magistrato certificatore delle 5 stelle del carcere di Bollate, ma anche al suo detenuto eccellente Formigoni. Che magari a quella stessa ora stava di nuovo contando i centimetri che mancano al suo letto per contenerne il corpo in tutta la sua lunghezza, che è da corazziere. Ma mi sono subito consolato apprendendo che, complice l’ambiente, la qualità e quant’altro del ristorante, la brava Annalisa era riuscita a strappare a Salvini, tra un piatto e l’altro, la promessa di non lasciarsi più scappare non dico dalla testa ma almeno dalla lingua il desiderio obiettivamente infelice di vedere “marcire in galera” chi vi finisce, magari a condanna definitiva emessa, escludendo almeno quelli in attesa di giudizio. Che notoriamente non mancano, specie nei penitenziari italiani. L’idea che Salvini possa avere mai desiderato di vedere “marcire in galera” uno come Formigoni, dopo averlo peraltro conosciuto almeno come elettore lombardo e alleato politico del suo partito nella più importante regione d’Italia e altrove, a dire il vero, non mi è mai venuta davvero. Ma è ugualmente importante che “Chirichessa” sia riuscita a fare breccia nella testa o nel cuore del leader leghista parlando dei detenuti in genere, a prescindere da quello eccellente che era a così poca distanza da loro quella sera a cena. C’è tuttavia dell’altro ancora che io vorrei evitare che marcisse nel posto in cui è finito, che è in questo caso il nostro codice penale. E’ la legge “spazzacorrotti” cui ho già accennato. E non solo per l’applicazione retroattiva che se ne sta già facendo, e che proverà sulla propria pelle Formigoni, ma anche per quella sostanziale soppressione della prescrizione infilatale all’ultimo momento, tra polemiche esplose anche all’interno della maggioranza e dello stesso governo, per non parlare del parere negativo espresso dal Consiglio Superiore della Magistratura. Dove si sarebbe voluto qualcosa di più impegnativo di una promessa di riforma del processo penale per stabilire che dal primo gennaio dell’anno prossimo la prescrizione finirà con la sentenza di primo grado. Oltre la quale pertanto si potrà rischiare di rimanere imputati a vita. Prima o poi questa legge arriverà alla Corte Costituzionale. E sono davvero curioso di vedere come ne uscirà, anche dopo averla vista uscire indenne dal palazzo dirimpettaio, che è quello del Quirinale. Dove il presidente della Repubblica, a mio modestissimo avviso di anziano giornalista ed elettore, avrebbe avuto più di un motivo per allungare i tempi della sua riflessione e rinviarla al Parlamento per una ulteriore “deliberazione”, come dice e consente l’articolo 74 della Costituzione. Che obbliga il capo dello Stato alla firma, e alla conseguente promulgazione, solo in seconda battuta, se la legge viene “nuovamente” approvata dalle Camere, sempre per espresso dettato di quell’articolo della Costituzione. Un uccellino, diciamo così, mi informò dei dubbi che anche al presidente Sergio Mattarella, come al Consiglio Superiore da lui stesso presieduto, erano venuti leggendo il testo di quella legge trasmessogli da Montecitorio nel testo definitivo approvato il 18 dicembre dello scorso anno. Lo stesso uccellino mi informò non più tardi del giorno dopo che il capo dello Stato di fronte alle voci che cominciavano a circolare sui suoi dubbi o sulle sue esitazioni, e al malumore che queste voci provocavano in almeno una parte del governo, giù agitato per tante altre questioni, si era deciso a firmare la legge senza aspettare tutti i trenta giorni a sua disposizione per decidere. Ma l’uccellino per un certo verso è morto, non so se più di vergogna per avermi raccontato una balla o di pentimento per avere tradito l’obbligo al segreto, o alla discrezione. Cui sono tenuti gli uccellini che volano attorno al Quirinale.

 

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