Cultura 27 Mar 2019 07:43 CET

Michela Marzano: «Che paura essere liberi, stiamo ritornando alla servitù volontaria»

Michela Marzano filosofa in libreria con il romanzo “Idda”: «sono preoccupata per la condizione della donna, temo il riaffiorare di stereotipi legati alla sposa e madre devota come emerge dal summit sulla famiglia di Verona»

Un gioco di specchi e reciproco riconoscimento: questo il collante che lega le vicende di Alessandra, salentina e docente di Biologia vegetale a Parigi, e la suocera Annie, ricoverata in clinica perché sta perdendo progressivamente la memoria, e costituisce il fulcro di Idda ( Einaudi Editore), il nuovo romanzo di Michela Marzano. «Un rapporto che non ha più nulla di razionale ma si basa sul reciproco sentirsi, riconoscersi e accettarsi». E ci interroga su temi universali quali identità – personale e storica – e libertà.

Marzano, lei ha tratteggiato due tipi di libertà: libertà da e libertà di. Non pensa che nella nostra società prevalga la prima?

Sono d’accordo. Quando si parla di libertà di, bisogna possedere gli strumenti giusti per guadagnare una certa distanza critica e diventare compiutamente attori della propria vita. Viviamo purtroppo in un’epoca in cui prevale la tendenza ad allontanarsi, a evitare gli ostacoli, senza una piena consapevolezza di noi che ci permetta di essere liberi di fare, di proiettarci, di costruire, di riflettere.

Si avvicina il 29 marzo, giorno in cui avrà luogo il summit di Verona patrocinato dalla Lega e dedicato alla difesa della famiglia tradizionale. Teme un possibile arretramento delle libertà civili della donna?

Sono preoccupata al riguardo, ho la chiara sensazione che si stia tornando indietro. Il riaffiorare di stereotipi legati alla figura femminile – sposa e madre devota – provenienti dal passato potrebbe vanificare le battaglie che hanno portato la donna a essere attrice non soltanto nella sfera privata ma anche in quella pubblica, privandola così della libertà di poter essere, al pari dell’uomo, fautrice della propria esistenza Lei parla della nostra come di una democrazia liberale. Orbán definisce il suo governo una democrazia illiberale. Trova che oggi il nodo tra democrazia e tirannia sia alquanto labile?

Temo che si stia tornando a una condizione di ” servitù volontaria”: mentre – a partire da Hobbes e da Rousseau – ci siamo incamminati verso una democrazia liberale in cui prevale l’autodeterminazione dei cittadini, vi sono soggetti politici intenti a strumentalizzare ad hoc un clima di paura diffusa, portando i cittadini a rinunciare volontariamente alle proprie libertà.

Diversi storici italiani sostengono che l’Italia non abbia fatto fino in fondo i conti con il fascismo. Lei rileva strenuamente l’importanza di rielaborare il proprio passato, per non essere costretti a subirlo nuovamente e passivamente. Ritiene che ciò valga anche in un orizzonte storico?

Penso che sia necessario rielaborare quello che è stato il nostro passato per poterlo superare. L’Italia presenta una caratteristica peculiare: non ha quasi mai conosciuto una destra liberale, ovvero una destra che non soggiacesse a stereotipi totalitarizzanti e sovranisti che di fatto rinviano al periodo fascista. La destra italiana dovrebbe guardare in faccia il proprio passato per poter essere e proporsi in maniera diversa, ovvero alla stregua di una destra liberale come quelle affermatesi in altri Paesi. Il punto non è colpevolizzarsi, ma attraversare ciò che è stato per poi consapevolmente incamminarsi verso un futuro diverso.

Ciò nonostante da più parti, a livello internazionale, si sta facendo strada il tentativo di riallacciarsi alla parte più chiusa e intransigente della propria identità storica…

Questo perché non abbiamo ancora superato del tutto la grande crisi economica del 2008, durante la quale i cittadini sono stati attanagliati dalla paura, legittima, di non poter più avere a disposizione gli strumenti adatti per occuparsi della propria famiglia e del proprio futuro. A fronte di tale paura, viene proposta la soluzione più semplice, che invita a chiudersi in un margine circoscritto e resistere. Spero che la politica italiana ed europea sia capace di trovare invece altre soluzioni che, partendo dalla necessaria considerazione della sofferenza delle classi medie che si stanno impoverendo sempre più, permettano di favorire – come direbbe Popper – società più aperte e inclusive.

L’identità, come cardine assiomatico, cade nell’orizzonte del processo. L’evento ne è il complemento più adeguato?

Quando si parla di identità, diventa complicato riuscire a riconoscersi come gli stessi individui nonostante i numerosi e profondi cambiamenti che costellano l’esistenza, ovvero conciliare la permanenza con la trasformazione. Da questo punto di vista, poiché l’esistenza di ciascuno di noi è costituita da eventi, direi che la soluzione migliore sia integrare gli eventi all’interno di un racconto che permetta di dare coerenza anche laddove la coerenza venga meno.

 

 

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