Giustizia 28 Feb 2019 08:41 CET

Il caso Formigoni, le parole di Davigo: i dubbi di un garantista

L’ex presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, non dovrebbe stare in carcere

Carissimo Dubbio, chi se non a voi, a questo giornale, “dubbioso” di nome e per costituzione, affidare il mio turbamento e, anche, sgomento?

Il primo. A costo di esser scambiato per un simpatizzante di Roberto Formigoni (non lo sono mai stato); a costo di far credere di avere qualche simpatia per don Luigi Giussani e Comunione e Liberazione ( mai avute, anche quando tutti ai meeting di Rimini ci correvano o si dispiacevano per i mancati inviti): ora mi sembra che siano delle grandi carognate, quelle di chi ‘ spara’ addosso a un Formigoni in ginocchio; spesso sono gli stessi che nulla dicevano quando era potente ( e prepotente). Vecchia regola, essere forte coi deboli, e debole coi forti. Regola e comportamento ignobili, ripugnanti. Cattivi. Trovo inoltre incivile che Formigoni ( e, beninteso, chiunque), a 72 anni sia chiuso in una cella ( quale sia la cella), di un carcere ( quale sia il carcere). Trovo inconcepibile che un giudice debba impiegare un mese per stabilire se Formigoni può o non può scontare la sua pena in forme diverse dalla detenzione carceraria. Quel Formigoni integralista e intollerante, che faceva falsificare arrogantemente le firme per le liste elettorali, e per questo è stato condannato; quel Formigoni che vedeva come fumo negli occhi Marco Pannella, acerrimo nemico di ogni iniziativa politica dei radicali, dei libertari, degli autentici laici e socialisti liberali; quel Formigoni che ne avrà fatte di tutte e di più. Proprio perché è Formigoni dico quello che dico. Sì, devo proprio confessare che, potessi farlo, andrei a stringere la mano di Formigoni. Oggi, sì.

Secondo motivo di turbamento e di sgomento. Piercamillo Davigo, componente del Consiglio Superiore della Magistratura, rilascia una lunga intervista a La Stampa. Dice che la commissione “incarichi” di cui fa parte, è la più sgradevole: «Chi vince non ti è grato perché convinto di meritarlo, gli altri ti ritengono responsabile della mancata nomina».

Conviene scomporre la frase. Se chi vince è convinto di avere i titoli per meritare il posto ambito, perché mai dovrebbe essere grato a Davigo o a chiunque altro? Se lo merita. E perché Davigo o chiunque altro si attende “gratitudine”? Si dice “grazie” per un favore ricevuto. Se non c’è favore ma diritto, perché si deve essere grati? Veniamo agli “altri”: quelli che non hanno vinto; per quale contorto pensiero devono pensare che non è per mancanza di sufficiente titolo e merito, ma per mancato appoggio?

Ecco sarebbe necessario approfondire la cosa con qualche ulteriore domanda ( e risposta).

L’altro passaggio è quello relativo ai risarcimenti e alle ingiuste detenzioni. Davigo sostiene che in «buona parte non si tratta di innocenti, ma di colpevoli che l’hanno fatta franca». Di per sé, nulla di nuovo: Davigo ha sempre detto che per lui il mondo si divide tra colpevoli e quelli che non sono stati scoperti ( per sapere: Davigo, tra queste due categorie, dove si colloca? Oppure si deve pensare che non sia parte dell’umanità?); il farla “franca” accade perché di «norma le prove raccolte nelle indagini non valgono in dibattimento. Ciò allontana il giudice dalla verità. Per non dire dell’Appello, dove buona parte delle assoluzioni dipende dalla difficoltà di conoscere a fondo il processo».

A questo punto mi sento di dire ( nei paesi dove diritto ha un senso è così): Davigo fornisca le prove a sostegno di accuse così gravi; quali sono gli innocenti che sarebbero colpevoli di averla fatta franca? Ne faccia nomi, cognomi, indirizzi. Quali i processi d’appello celebrati nonostante la difficoltà di conoscere a fondo il processo.

Il ministro della Giustizia: di fronte ad accuse così gravi, circostanziate mosse da un autorevole componente del Csm, promuove almeno un’indagine conoscitiva sul presunto fenomeno? Qualche parlamentare presenta interrogazioni al ministro in questo senso, “semplicemente” per sapere?

Mi si perdonerà il “cattivo” pensiero. Ma ogni volta che ascolto o leggo Davigo in automatico il pensiero al presidente della Corte Suprema Riches, immaginato da Leonardo Sciascia ne Il contesto; in particolare, il passaggio dove Riches parla dell’amministrazione della giustizia, un qualcosa simile al mistero della transustanziazione: il pane e il vino che diventano corpo, sangue e anima di Cristo: «Il sacerdote può anche essere indegno, nella sua vita, nei suoi pensieri: ma il fatto che è stato investito dall’ordine, fa sì che ad ogni celebrazione, il mistero si compia. Mai, dico mai, può accadere che la transustanziazione non avvenga. E così è un giudice quando celebra la legge: la giustizia non può non disvelarsi, non transustanziarsi, non compiersi. Prima il giudice può arrovellarsi, macerarsi, dire a se stesso: non sei degno, sei pieno di miseria, greve di istinti, torbido di pensieri, soggetto a ogni debolezza e a ogni errore; ma nel momento in cui celebra, non più. E tanto meno dopo…». Tutta colpa, conclude, di Voltaire, degli illuministi; in sostanza dei laici.

Questa concezione della giustizia/ transustanziazione è il problema, la questione; e s’arriva, come si è arrivati, al punto che si tratta di difendere lo Stato, ma tutti noi, da coloro che lo Stato lo rappresentano; abbiamo uno Stato detenuto, che andrebbe liberato, ma anche solo aprire “semplici” crepe è faticosissimo. Lo si vede, se ne ha pratica, concreta dimostrazione ogni giorno. Davigo- Riches dice cose da far, letteralmente, tremare le vene ai polsi. L’indifferenza con cui queste affermazioni sono accolte, tra gli stessi colleghi di Davigo che dovrebbero essere i primi a insorgere, è ulteriore motivo di preoccupazione.

 

 

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