Dodici dicembre 1969

Quando la lotta politica si faceva anche usando la dinamite…

Il dodici dicembre di 49 anni fa, nel pomeriggio, alle quattro e mezza, scoppiò una bomba potentissima alla Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana, cioè nel centro di Milano. Morirono sul colpo 13 persone, a sera morì un’altra persona, nei giorni successivi altre tre. Un anarchico innocente, Pino Pinelli, fu fermato, interrogato e poi, probabilmente, buttato dalla finestra del quarto piano della questura: fu la diciottesima vittima. Altri tre o quattro anarchici, altrettanto innocenti, furono sbattuti in galera e tenuti lì per tre anni. Poi scarcerati. Poi assolti.

Uno di loro ha un nome abbastanza famoso: Pietro Valpreda. Per mesi fu indicato come il mostro. Molti giornali lo chiamavano proprio così: mostro. Era un ballerino del gruppo di Don Lurio, aveva 36 anni, fu intrappolato.

Chi aveva messo davvero la bomba? Una verità giudiziaria non c’è. Si sa che i servizi segreti ebbero un ruolo decisivo e che agirono con l’appoggio di alcuni gruppi dell’estrema destra fascista. Quando si capì che gli anarchici non c’entravano nulla, la strage prese il nome, anche sui giornali, di “strage di Stato”.

Vari servizi giornalistici dimostrano che gli studenti universitari di oggi, in grande maggioranza, non sanno nulla di quella strage. Molti la ignorano del tutto, qualcuno la attribuisce alle Brigate Rosse ( che all’epoca ancora non esistevano).

Eppure il 12 dicembre del 1969 fu un tornante della vita politica della repubblica italiana. La strage di piazza Fontana ebbe un peso politico, e un significato politico, assai superiore a quello di altre stragi, molto famose e con moltissimi morti. Per esempio la strage siciliana di Portella della Ginestra ( 1947) o quella della stazione di Bologna ( 1980, con oltre ottanta morti).

Perché Piazza Fontana è così importante? Per una ragione molto semplice: è l’esempio più limpido di uso del terrorismo nella lotta politica.

La bomba scoppia nel cuore dell’autunno caldo. Il 1968 aveva impresso una formidabile spinta alla politica italia. Verso la modernità, e anche verso sinistra. Nell’autunno del 1969 in tutte le fabbriche italiane la conflittualità era giunta all’apice, e la giovane classe operaia del nord ( in gran parte di origini meridionali) stava mutando radicalmente i rapporti di forza tra lavoratori e impresa. Nello stesso periodo il Parlamento stava varando riforme che cambiarono molte cose nel funzionamento della società. Una riforma della scuola che apriva l’accesso all’Università a tutti, imprimendo un colpo mortale alla scuola di classe, una legge che aboliva il reato di adulterio ( esisteva ancora), una legge che permetteva il divorzio, e – proprio il giorno prima della strage – lo Statuto dei lavoratori, che limitava moltissimo il potere di quello che allora si chiamava “padronato”. Tra novembre e dicembre in Italia c’erano state manifestazioni oceaniche. Tra le quali quella del 19 novembre, quando a Milano fu ucciso, durante gli scontri, un agente di polizia, Antonio Annarumma. E poi dieci giorni dopo la gigantesca marcia, a Roma, dei metalmeccanici, che durò ore e ore e che fu conclusa dal comizio unitario dei tre capi dei sindacati metallurgici: Trentin, Benvenuto e Macario. Anche nelle università la tensione era alta. Le classi dirigenti erano indecise tra la linea della mediazione, della concessione, e quella dell’intransigenza e della reazione. Il capo del governo era un democristiano pacioso e di non grande carisma: Mariano Rumor, un veneto. Dietro di lui incrociavano le armi una Dc che guardava a sinistra, guidata in parte da Moro e in parte dal ministro del lavoro, Donat Cattin, e una Dc che voleva tornare a destra, guidata soprattutto da Fanfani, che pure dieci anni prima era stato il padre della svolta a sinistra.

In questo clima, una parte dell’establishment decise che occorreva un segnale forte. E il segnale furono le bombe. Non sapremo mai chi ispirò quella strategia che fu chiamata la strategia della tensione – chi la realizzò, chi la assecondò, chi fu complice. Ma è assolutamente certo che fu una strategia. E’ impensabile che sia stato soltanto un atto di ribellione di estrema destra. La bomba di piazza Fontana, e poi le altre bombe che ci accompagnarono fino al 1984 ( quindici anni) erano espressione pura e semplice di lotta politica. Ed ebbero l’effetto politico di fermare la spinta riformista del 68- 69. Ed ebbero l’effetto politico di rovesciare i rapporti di forza tra sinistra e destra all’interno della Dc. Così come era espressione di lotta politica la lotta armata ( Br e Prima Linea) che coinvolse una parte della sinistra radicale a partire dal 1972, e così come era lotta politica quella combattuta in Sicilia, e anche in Calabria, dalla mafia. Con gli attentati, le uccisioni: Mattarella, La Torre, Costa, Chinnici, Terranova eccetera eccetera, fino a Falcone e Borsellino Dico per questo che il 12 dicembre del 1969 è una data da scolpire. Oggi per noi è molto difficile immaginare che la lotta politica possa essere fatta con la dinamite. Allora era così. Tutti i partiti politici avevano nel loro Dna una riserva di violenza. Tutti. Dall’estrema destra, che per una lunga fase si appoggiò anche ai servizi segreti, all’estrema sinistra, passando per la Dc e per il Pci.

Lo dico da giovane testimone di quell’epoca. Quando per noi che in qualche modo eravamo coinvolti nella politica, o anche semplicemente nel giornalismo, era una abitudine usare molta prudenza, la sera, rientrando a casa, per accertarci che nessuno stesse lì ad aspettarti sotto il portone. E l’omicidio, la morte, la violenza selvaggia dell’aggressione, erano variabili impossibili da cancellare.

Ma lo dico soprattutto per osservare come le cose siano cambiate. Io non sopporto, per esempio, la volgarità e la carica di odio che accompagna, oggi, la lotta politica. Però poi ogni tanto penso a ieri: non era odio, quello, era dinamite. Allora mi consolo: meglio oggi

 

 

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