Commenti 22 Dec 2016 17:40 CET

La legge elettorale non deve essere scritta dalla Consulta

La polemica

LA POLEMICA

Come si sono lasciate scrivere spesso le leggi penali da una certa magistratura, così in Parlamento si sta prendendo la brutta abitudine di lasciare scrivere le leggi elettorali alla Corte Costituzionale.

Ogni tanto la politica, come un disco rotto, rivendica il suo ‘ primato’ e s’impegna a ristabilirlo, ma non sulla legge elettorale. Se la legge elettorale la scrivono i magistrati

Come si sono lasciate scrivere spesso le leggi penali da una certa magistratura, magari solo subendone i veti e le proteste, così in Parlamento si sta prendendo la brutta abitudine di lasciare scrivere le leggi elettorali alla Corte Costituzionale. Che sempre magistratura è, sia pure di rango particolare, e superiore: ancora più in alto dell’omonimo Consiglio di Piazza Indipendenza, destinato peraltro a rimanere nell’angusta sede attuale, essendo svanito il sogno di trasferirsi a Villa Borghese. Dove la luminosa Villa Lubin avrebbe dovuto ospitare l’organo di autogoverno delle toghe se gli elettori del referendum del 4 dicembre non avessero graziato il malandato Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro.

L’ombra della penna o delle forbici della Corte Costituzionale sulla riforma elettorale, che è stata invocata dal capo dello Stato prima di rassegnarsi davvero a quello che lui stesso ha appena definito ‘ l’orizzonte di elezioni’ di questa legislatura, già vicina di suo alla scadenza, si è allungata dopo che il Pd, d’intesa con Forza Italia e 5 Stelle, ha deciso che di questa materia non si dovrà discutere a Montecitorio prima del 24 gennaio. Prima, cioè, che la Corte non avrà deciso sulla legittimità del cosiddetto Italicum, in vigore dall’estate scorsa per l’elezione della sola Camera.

Per il Senato vale invece, allo stato delle cose, quel ch’è rimasto del cosiddetto Porcellum dopo i tagli apportati dalla Corte Costituzionale mentre le Camere, inutilmente sferzate dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, non riuscivano a modificare di loro iniziativa una legge così impietosamente definita dal suo stesso autore: l’allora ministro leghista Roberto Calderoli.

Ogni tanto la politica, come un disco rotto d’altri tempi, rivendica il suo ‘ primato’ e s’impegna a ristabilirlo, come promise tre anni fa Matteo Renzi assumendo la guida del Pd e poi anche del governo. Ma ogni volta che ne ha l’occasione la stessa politica se la lascia scappare o per un motivo o per un altro, prevalentemente per i giochi paralizzanti dei partiti, o delle rispettive correnti.

In questo caso a muovere i fili della rinuncia sono stati a Montecitorio il capogruppo del Pd Ettore Rosato e il suo omologo nella competente commissione, Emanuele Fiano. Di cui solo la nostra Paola Sacchi si è accorta, con la sua solita arguzia, che appartengono alla stessa corrente: quella del ministro dei beni culturali Dario Franceschini, noto per l’abilità e la tempestività con le quali sa muoversi nel partito risultando decisivo per mantenere o cambiare gli equilibri di potere.

Alla luce degli equivoci, diciamo così, sorti nelle scorse settimane, quando Franceschini sembrò, a torto o a ragione, competere col conte Paolo Gentiloni Silverj per la successione a Renzi a Palazzo Chigi dopo la batosta referendaria, ma anche dissentire dal segretario del partito sui tempi delle eventuali elezioni anticipate, la convergenza fra Rosato e Fiano può anche non apparire casuale. Ed essere scambiata per un’operazione politica di ritorsione, o quasi. La buonanima di Giulio Andreotti, si sa, soleva dire che a pensare male si fa peccato ma s’indovina: non ho mai ben capito se sempre, spesso o solo qualche volta. Dipende forse dal fatto di essere pessimisti o ottimisti.

Con o senza malizia, l’allungamento dei tempi della riforma elettorale – ripeto – dà o lascia il pallino alla Corte Costituzionale. Che forse neanche lo voleva o lo vorrebbe, vista la calma presasi nella gestione della pratica dell’Italicum: prima rinviando il verdetto per il quale era pronta già in ottobre, per non interferire – si disse – nella campagna referendaria sulla riforma costituzionale che un po’ coinvolgeva anche la legge elettorale della Camera per il cosiddetto “combinato disposto”, e poi fissando la nuova udienza per il già citato 24 gennaio.

Se la politica, non importa per mano di chi, di Renzi o di Franceschini, o di altri ancora, avesse voluto davvero riprendersi il suo primato affrontando subito, e autonomamente, la scottante questione del ritorno al cosiddetto Mattarellum, proposto domenica scorsa dal segretario del Pd all’Assemblea nazionale del suo partito e alle altre forze politiche, i giudici della Corte Costituzionale si sarebbero forse sentiti sollevati ben volentieri, aggiornandosi all’epilogo della vicenda parlamentare. Che magari avrebbe reso superato l’Italicum e inutile il pronunciamento della Consulta, come si chiama comunemente il palazzo dove lavora la Corte, davanti al Quirinale.

Si potrebbe ben dire o sospettare a questo punto che stavolta è stata o è la stessa politica a rinunciare alle sue prospettive e a lasciar fare alla Corte, piuttosto che il contrario. Cosa che francamente, farebbe, anzi fa cadere le braccia. E può ringalluzzire anche certa magistratura ordinaria nella pretesa di sostituirsi alle Camere, o di condizionarle pesantemente, sul terreno già ricordato della legislazione penale. Tutto si tiene, o si sfascia, come si vuole o si preferisce, sul piano istituzionale.

E’ curioso comunque che ad affidarsi alla Consulta, in questa vicenda, sia stato pure Sivio Berlusconi, che di quel consesso non è mai stato entusiasta, trovandolo troppo pieno di giudici di sinistra, anche fra i nominati dai presidenti della Repubblica. All’elezione di nessuno dei quali egli ha potuto contribuire da quando si è messo in politica, fatta eccezione per la straordinaria conferma di Napolitano: tanto straordinaria che l’allora Cavaliere se ne pentì rapidamente, aspettandosi un intervento che lo salvasse dalla decadenza da senatore dopo la condanna definitiva per frode fiscale. D’altronde, il Senato votò in quell’occasione come peggio, francamente, non poteva: a scrutinio palese e in applicazione retroattiva di una legge che comunque lo privava di un diritto, per quanto non la si volesse chiamare penale.

Adesso al presidente di Forza Italia un lodo della Corte Costituzionale, o qualcosa di simile, in materia di legge elettorale potrebbe fare comodo per sottrarsi a quella che lui stesso, secondo indiscrezioni di stampa sinora non smentite, avrebbe definito “l’opa ostile” del leghista Matteo Salvini alla sua leadership in una rinnovata edizione del centrodestra, con le primarie e tutto il resto. Di “opa” da fronteggiare a Berlusconi basta e avanza, evidentemente, quella di Vivendì per la conquista di Mediaset.

 

 

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