Opinioni 11 May 2016 18:11 CEST

Nel Pd è armistizio. Anzi, è guerra totale!

Però la comunicazione non è mai più forte della realtà: è la regola di Lenin

Questa idea che la politica è solo comunicazione, c’è da temere, ci sta un tantino prendendo la mano. Perché poi la realtà si prende i suoi diritti, “i fatti hanno la testa dura” diceva quello (ok, era Lenin), e l’effetto grottesco-comico è dietro l’angolo. C’è di buono che se sei dentro la bolla non te ne accorgi, se riesci a star fuori però ti diverti da matti. Tutto sta a vedere dove siano gli italiani adesso, se fuori o dentro la bolla: bella scommessa, elettorale.Va in scena dunque sui giornali lo storytelling del Pd “pacificato” in vista dei prossimi importanti appuntamenti elettorali. Matteo Renzi ha aperto lunedì la direzione dicendo proprio così: stavolta, è strano, non abbiamo niente su cui litigare, andrà tutto liscio, i giornalisti meravigliati mi chiedono il perché di questa riunione visto che va tutto così bene. Chiaramente, storytelling. Perché sui giornali nei giorni precedenti si era letto nell’ordine: di un vertice di maggioranza sulla prescrizione coi verdiniani segretamente presenti, prima negati e poi smascherati; di interviste dei suddetti verdiniani affermanti, ebbene sì, ora con Matteo possiamo finalmente amarci in pubblico e non più clandestinamente e zittire “le prefiche” della minoranza Pd; di una ministra che aveva detto che chi vota no al referendum vota come Casa Pound; di un candidato sindaco di Roma che accusava la minoranza di boicottarlo e affermava che “il senso” della sua candidatura è lasciarsi alle spalle un pezzo di Pd (più o meno la stessa linea dei verdiniani). Questioncine non irrilevanti, e conseguenti risposte polemiche via social e agenzie che avrebbero dovuto suggerire maggior prudenza. Ma quando lo storytelling preme, c’è poco da fare.Però la comunicazione non è mai più forte della realtà: è la regola di Lenin, appunto. Totalmente stranianti dunque i giornali del giorno dopo, dove i titoli sul “caos Pd” convivono nelle stesse pagine con quelli sulla “moratoria nel Pd” e la notizia della rimozione di un presidente di consiglio regionale vicino al leader della minoranza, Piero Lacorazza, promotore del referendum contro le trivelle (sostituito, dal renzianissimo presidente della Basilicata, con un esponente dell’Udc!) viene riportata in pezzi titolati “Il segretario cerca l’unità ma è scontro con Speranza”. Cosa è successo dunque in direzione? Che a una relazione piena di inviti alla mobilitazione collettiva e di quelle che Renzi ha presentato come concessioni alle richieste dei suoi oppositori interni (congresso leggermente anticipato, annuncio di rimpasto di segreteria, assicurazioni sulla durata della legislatura fino al 2018) ma evasiva su tutti i punti di divisione, è seguito un dibattito un po’ schizofrenico finché Gianni Cuperlo ha educatamente accolto gli inviti all’unità ricordando però le cose di cui tutti nel Pd parlavano realmente in quelle ore, e la Boschi gli ha ribattuto tenendo il punto e portando nelle prime pagine, col dirlo in una sede ufficiale anziché solo in un comizio in riva al Garda (ah, saper maneggiare la comunicazione!), la frase su Casa Pound e la polemica contro l’Anpi. Infine ha rimproverato chi “viene alle riunioni per litigare sempre”, forse immemore di quando in minoranza erano altri. La tensione è salita, il dibattito si è scomposto e alla fine eravamo daccapo.Non se ne esce: perché la comunicazione, usata così, è una scorciatoia. Se Renzi intende puntare sull’unità del Pd (e Dio sa se gli servirebbe) bisogna che affronti qualche nodo politico: su come funziona il partito, su come sarà gestita la campagna referendaria (in cui Boschi appare sempre più, come ha notato Marco Damilano, il segretario di un nuovo partito parallelo del Sì, o della nazione, che bypassa il Pd), sulle condizioni, in primis il rispetto dell’accordo interno sull’elettività dei senatori, che la minoranza pone in cambio della sua adesione al sì; e bisogna che metta un pochino la faccia sulle amministrative, dove in tanti combattono in salita, e vivono come difficoltà ulteriori (Fassino, non un nemico del segretario) anche le forzature referendarie di Renzi e Boschi. Fare il poliziotto buono mentre la sua ministra alter ego o chi per lei fanno quello cattivo non risolve niente. Bisogna però che anche la minoranza Pd si attrezzi meglio se la strategia di Renzi è forzare sullo spin della “moratoria” senza alcuna concessione reale. Perché così (è l’unico risultato che Renzi ottiene, ma ognuno ha le sue priorità), Speranza e Cuperlo si ritrovano in trappola. Da un lato devono plaudire alle “aperture” e ai toni “unitari” del segretario, dall’altro si ritrovano a dover combattere sugli stessi fronti sempre aperti, facendo presumibilmente irritare sia chi li vorrebbe ogni giorno col coltello tra i denti contro la gestione renziana, sia chi ne apprezzerebbe lo spirito unitario. Come diceva quello (non Lenin), cornuti e mazziati.