Commenti & Analisi 9 Aug 2018 16:09 CEST

Lega e Forza Italia ai ferri corti come 24 anni fa, ma questa volta sono cambiati i ruoli dei protagonisti

Nel 1994 fu Umberto Bossi a rompere l’alleanza con Berlusconi, oggi potrebbe essere il Cavaliere tentato a far saltare l’accordo di centrodestra e Salvini

Giovanni Orsina, da par suo, ha proposto e sviluppato sulla Stampa del 4 agosto un confronto fra le due “rivoluzioni” che hanno investito in 24 anni l’Italia: la prima portando il nome di Silvio Berlusconi, nel 1994, e la seconda quello di Beppe Grillo, in questo 2018.

Berlusconi impose al mercato politico, irrompendo nel governo, un simil- partito dal nome preso in prestito dal mondo del calcio in cui eccelleva col suo Milan: Forza Italia. Grillo ha appena portato al governo un simil- partito, pure lui, con un nome preso in prestito addirittura dal cielo ridotto a cinque stelle, e fingendo di elevarsi sui suoi nel ruolo di garante. Che gli conferisce ogni tanto le apparenze della Sibilla Cumana con i suoi oracoli sul destino delle Camere, delle carceri, dell’Ilva di Taranto e degli altri temi che, di diritto o di rovescio, entrano ed escono dal dibattito politico o dall’agenda del governo.

Quella in corso è considerata da Orsina “una replica peggiorata” della rivoluzione berlusconiana del 1994. Ed è difficile dargli torto perché, pur sorprendente e vistosa, la vittoria elettorale del centrodestra di Berlusconi demolì il suo antagonista Achille Occhetto, avventuratosi alla guida di una “giocosa macchina da guerra”, ma non compromise, anzi accelerò la composizione di uno schieramento alternativo di centrosinistra. Che due anni dopo si sarebbe presa la rivincita, replicata nel 2006.

Adesso, francamente, del centrosinistra, per quanti sforzi facciano i suoi cultori di rianimarlo, non è forse esagerato parlare come faceva Metternich liquidando l’Italia come “un’espressione geografica”. Arriverà forse anche il suo Risorgimento, con la maiuscola, ma chissà quando, viste le condizioni in cui si svolge da quelle parti il dibattito politico. In cui le polemiche interne prevalgono sul ruolo di opposizione assunto forse più per rassegnazione che per convinzione, più subendolo in attesa che qualche incidente della maggioranza riapra chissà quali e quanti giochi che promuovendolo.

Uguale invece, secondo Orsina, sarebbe l’avversione del cosiddetto establishment verso il governo Berlusconi nel 1994 e il governo grilloleghista, o gialloverde, in questo 2018. Ma qui è più difficile convenire con l’editorialista e politologo della Stampa.

Per fermarci al vertice istituzionale, cioè al presidente della Repubblica, è ancora fresca la memoria della lunga crisi nella quale Sergio Mattarella maturò con disagio per niente nascosto la decisione di nominare il governo in carica. Egli incorse ad un certo punto persino nella minaccia dell’attuale vice presidente grillino del Consiglio, Luigi Di Maio, di promuovere contro di lui in Parlamento lo stato di messa d’accusa per alto tradimento. Fu una minaccia, formulata dopo che Mattarella aveva rifiutato la nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia e provocato la conseguente rinuncia di Giuseppe Conte all’incarico di presidente del Consiglio, cui sopraggiunse un traffico digitale di critiche, insulti e quant’altro al presidente della Repubblica finito proprio in questi giorni all’esame della magistratura e persino dell’antiterrorismo.

Oltre alla proposta di nominare Paolo Savona ministro dell’Economia, Mattarella aveva in qualche modo contestato la stessa designazione di Conte a Palazzo Chigi, precisando di averla accolta con qualche riserva, avendo preferito una persona eletta alle Camere e con maggiore esperienza politica.

Superato poi lo scoglio di Savona e sbloccata la formazione del governo con Giovanni Tria al ministero dell’Economia, Mattarella non è rimasto inoperoso. Egli ha esercitato, all’ombra dell’opera di persuasione abitualmente svolta dal capo dello Stato, una vigilanza stretta su un governo di dichiarato, anzi vantato cambiamento, ma anche atipico nella storia degli esecutivi italiani. Atipico, perché composto da due partiti presentatisi alternativi l’uno all’altro agli elettori del 4 marzo e raccoltisi non attorno ad un programma ristretto e di emergenza, com’era capitato nella cosiddetta prima Repubblica di fare ai democristiani e comunisti nella parentesi della maggioranza di solidarietà nazionale, fra il 1976 e il 1978, ma attorno ad un “contratto” studiato per durare l’intera legislatura. Addirittura, secondo Salvini, l’anticipo di un trentennio.

Proprio Salvini, peraltro, alla guida del ministero dell’Interno ha già impensierito Mattarella. Prima egli ha cercato di coinvolgerlo in una vertenza giudiziaria del proprio partito fatta anche di sequestri alla ricerca, da parte dello Stato, di una cinquantina di milioni di euro contestati. Poi lo ha praticamente obbligato a intervenire sul presidente del Consiglio per sbloccare una nave di profughi ferma per disposizioni del Viminale al largo visibile delle coste italiane, in attesa che la magistratura competente si decidesse ad ordinare l’arresto, reclamato dallo stesso Salvini, di alcuni di essi sospettati di avere sostanzialmente dirottato i primi soccorritori che stavano trasportandoli verso i porti libici di provenienza.

Ormai non c’è esternazione di Mattarella al Quirinale o fuori, in Italia o all’estero, in cui non si possa cogliere, volendo, un monito o una puntualizzazione rispetto alle posizioni del governo o di qualcuno dei suoi ministri, che dal canto loro mostrano di non tenerne molto conto. Emblematico, a questo riguardo, può essere considerato il no che ripete in ogni occasione all’approdo pugliese del gasdotto Tap la ministra grillina al Mezzogiorno, Barbara Lezzi. E ciò anche dopo che Mattarella il 18 luglio scorso, in visita ufficiale in Azerbaigian ha testualmente dichiarato alla presenza del presidente ospitante Ilhan Aliyev: “La scelta strategica del corridoio sud del gas è condivisa dall’Italia e la Tap, parte del corridoio, è il naturale completamento”.

Fra gli ultimi interventi critici del presidente della Repubblica può essere annoverato anche l’auspicio che non si ricorra a “forzature” nel ricambio ai vertici della Rai. Dove Marcello Foa, bocciato come presidente dalla commissione parlamentare di vigilanza, è stato esplicitamente invitato dal vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Salvini, che ne aveva sostenuto la candidatura, a rimanere al suo posto, al settimo piano dell’edificio di viale Mazzini, come esponente più anziano del nuovo Consiglio di amministrazione. E a convocare questo Consiglio persino per procedere alle nomine interne più o meno urgenti, anche a costo di provocare contenziosi che i grillini vorrebbero risparmiare all’azienda, al pari questa volta delle opposizioni.

Diversamente da Orsina, che – come dicevo – ha messo le due “rivoluzioni” sullo stesso piano a livello di partenza, direi che a Berlusconi nel 1994 andò peggio di quanto sia accaduto, pur con tutte le difficoltà appena ricordate, a Giuseppe Conte col governo in carica.

Per quanto eletto, anzi stra- eletto, e capo di una coalizione uscita dalle urne con una maggioranza autosufficiente alla Camera sin dall’inizio, e subito dopo diventata tale anche al Senato con passaggi dall’allora Partito Popolare- ex Democrazia Cristiana, Berlusconi dovette penare per ottenere l’incarico di presidente del Consiglio dall’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro. Che nelle consultazioni per la formazione del primo governo della nuova legislatura, fece un interrogatorio quasi di terzo grado al leader della Lega Umberto Bossi sulla reale volontà di mandare il suo alleato elettorale a Palazzo Chigi, dopo tutti i “Berluscaz” che gli aveva gridato durante la campagna elettorale non gradendo il suo rapporto con Gianfranco Fini, formalizzato solo nelle liste elettorali del centro- sud.

Quando gli fu chiara l’impossibilità di puntare già in quel momento alla rottura del centrodestra, Scalfaro si decise a incaricare Berlusconi di formare il nuovo governo consegnandogli inusualmente una lettera d’indirizzo politico: quasi un programma. Che il Cavaliere, sentendosi forte della vittoria elettorale, fu tentato di rifiutare, convinto infine ad accettare da Gianni Letta, che da sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, e con la conoscenza e frequentazione che aveva del vecchio mondo democristiano, si riprometteva di gestire personalmente, e al meglio, gli incipienti e già difficili rapporti col Quirinale.

Ma neppure Letta riuscì nelle ultime, convulse ore della preparazione della lista dei ministri ad evitare il fermo no opposto da Scalfaro alla proposta di Berlusconi di affidare il ministero della Giustizia ad uno dei suoi avvocati, il più pratico degli ambienti romani: Cesare Previti. Che fu invece dirottato al Ministero della Difesa, lasciando il dicastero di via Arenula al liberale Alfredo Biondi, avvocato pure lui, ma senza avere mai avuto come cliente il nuovo presidente del Consiglio.

Al comparire dei primi contrasti nella maggioranza fra Berlusconi e Bossi, che in canottiera frequentava le spiagge sarde, limitrofe a quelle del presidente del Consiglio, con stile e parole non proprio d’idillio, Scalfaro alzò le antenne tra il Quirinale, Castel Porziano e la sua abitazione privata di Santa Severa.

Lo stesso Bossi raccontò in seguito di essere stato contattato di frequente e personalmente dal presidente della Repubblica per ricevere informazioni di prima mano. E di essere alla fine ricevuto al Quirinale, quando i contrasti esplosero sulla già allora annosa riforma delle pensioni, come un “liberatore”. Al quale, una volta scoppiata la crisi, Scalfaro mantenne la promessa di risparmiargli le elezioni anticipate, reclamate invece da Berlusconi nella convinzione di uscirne daccapo vincitore senza più il bisogno dell’alleanza con i leghisti.

A dire il vero, i pur rilevanti contrasti sulla riforma delle pensioni, considerati i loro riflessi elettorali, alla fine divennero solo la copertura di una partita ben diversa che si era aperta, all’interno del centrodestra, fra Berlusconi e Bossi. In particolare, il primo fu sospettato e accusato dall’altro di voler fare incetta di parlamentari leghisti, preoccupati per i rischi di una crisi di governo e tentati dal mettersi in sicurezza in Forza Italia e nelle sue liste, quando si sarebbe andati alle urne.

A ventiquattro anni di distanza quella situazione torna ad affacciarsi, ma a parti rovesciate e in condizioni diversissime. Oggi è la Lega di Matteo Salvini ad essere la tentazione di tanti forzisti, che il successore di Bossi sino a qualche giorno fa si era proposto di non accogliere per non compromettere i rapporti con Berlusconi. Di cui egli è rimasto alleato, in un centrodestra a trazione leghista dopo il sorpasso elettorale del 4 marzo scorso, anche stipulando un contratto di governo con i grillini con la paradossale autorizzazione del Cavaliere. Il quale da una parte spera che l’avventura governativa gialloverde duri poco e dall’altra non vuole compromettere con una rottura anche le numerose e importanti amministrazioni regionali e di altri gradi locali gestite insieme con la Lega.

Ma questo, appunto, valeva sino a qualche giorno fa, quando è scoppiato tra i piedi di Berlusconi e di Salvini l’esplosivo della presidenza della Rai a Marcello Foa, fatto o lasciato bocciare da Berlusconi dai suoi nella commissione parlamentare di vigilanza. Allora, per reazione – si vedrà se istintiva, e perciò reversibile, o calcolata – Salvini ha rimosso l’ostacolo frapposto ai possibili passaggi da Forza Italia alla Lega.

Su questo terreno i rapporti fra Berlusconi e Salvini potrebbero davvero rompersi, come si ruppero 24 anni fa quelli fra Bossi e Berlusconi. E con conseguenze che paradossalmente potrebbero ripercuotersi anche sul governo di cui Berlusconi è oppositore. Un governo dove Salvini ha un alto potere contrattuale, ben superiore alla consistenza dei suoi gruppi parlamentari, proprio per il suo rapporto anomalo col Cavaliere, configurabile in una sua uscita di sicurezza in caso di crisi. Se le cose cambiassero, per Salvini potrebbero essere guai.

 

Politica 27 Apr 2018 13:29 CEST

Non è una buona idea chiudere le televisioni di Berlusconi

La minaccia di Di Maio

Credo che Berlusconi abbia fatto molto male ad accostare la figura di Di Maio a quella di Hitler. Così come aveva fatto molto male, un paio di giorni prima, Marco Travaglio ad accusare di hitlerismo lo stesso Berlusconi ( sostenendo che il processo di Palermo ha dimostrato che la trattativa c’è stata, che il capo era Berlusconi, e che è stato il processo di Norimberga alla seconda Repubblica. Il processo di Norimberga, lo sapete, è quello al nazismo e all’olocausto, e paragonare la seconda repubblica al nazismo è un’evidente bestialità).Sono i risultati di unmodo “estremo” di condurre le campagne elettorali – eterne, che proseguono infinitamente oltre il voto – innescato certamente dal metodo del “vaffanculo” inaugurato dai 5 Stelle vari anni fa. Sarebbe molto bello se si potesse sospendere questo modo di discutere.Ieri però è avvenuto un salto di qualità nella asprezza della battaglia politica. Che stavolta non c’entra con la rudezza e la volgarità del linguaggio. Il candidato premier Luigi Di Maio, a metà di un discorso molto pacato sulle convergenze possibili con il Pd, ha pronunciato una breve frase ( priva di connessioni con il resto del ragionamento) con la quale ha minacciato Berlusconi di chiudergli le televisioni e poi ha minacciato tutti di una stretta pentastellata sulla Rai.È una cosa molto grave. È abbastanza probabile che i 5 Stelle, se andranno al governo, chiederanno potere in Rai. È preoccupante questo, ma è nell’ordine delle cose. È preoccupante perché come hanno segnalato anche osservatori internazionali – i 5 Stelle hanno un’idea abbastanza totalitaria dell’informazione, e dunque un loro potere sulla Rai non è paragonabile al potere esercitato in passato da altri partiti liberali, di sinistra o di destra.

Quello che però, francamente, non è ammissibile, è la minaccia di chiudere le Tv di Berlusconi. Perché – scusate se adesso sono io a usare un linguaggio un po’ crudo, ma semplicemente faccio una fotografia della situazione – chiudere delle reti nazionali che coprono quasi la metà del mercato come sono Canale 5 Italia!

e Rete 4 – è qualcosa che assomiglia più a un colpo di stato che a una svolta nei metodi del governo.  L’occupazione militare delle Tv è sempre il primo passo, in tutte le storie del golpismo dell’ultimo mezzo secolo.  Davvero Di Maio immagina una informazione televisiva con sette canali tutti in mano ai 5 stelle? Oppure pensa, chiudendo Mediaset, di lasciare in pedi solo la Sette ( molto amica) e una Rai “grillizzata”?

O invece quella frase sulla Tv era solo una specie di messaggio cifrato a Berlusconi? Tipo, per esempio: «O molli Salvini e lasci che faccia un governo con me, o ti distruggo».  Francamente non so quale delle sue ipotesi sia la migliore. La Tv che diventa caserma o la politica che diventa messaggi mafiosi?  Tutte e due le ipotesi mettono un po’ di brividi.  Speriamo che anche nei 5 Stelle ci sia qualcuno, un po’ avvezzo magari alle tradizioni della democrazia, che metta un freno al nostalgico Di Maio.

 

Politica 24 Mar 2018 10:06 CET

Il duello tra Berlusconi e Salvini: uno solo resterà vivo

Se tutti fanno un passettino indietro, aveva detto Matteo Salvini, la situazione si sblocca. In realtà la Lega ne fa uno enorme avanti e al Senato spariglia mollando il candidato ufficiale Paolo Romani e votando la forzista Anna Maria Bernini. Silvio Berlusconi la prende malissimo: “Un atto ostile che rompe la coalizione e scoperchia l’intesa di governo tra la Lega e il M5S”. È davvero così? Il gesto di Salvini è certamente dirompente. Il capo della Lega si è posto come intermediario tra il centrodestra e i pentastellati puntando a sbloccare una situazione di stallo che minacciava di impantanare il meccanismo di elezione dei presidenti delle Camere. Non solo. Salvini ha preso molto sul serio la ritorsione annunciata da Luigi Di Maio di convergere a palazzo Madama su un nome del Pd: Luigi Zanda, franceschianiano ex capogruppo Democrat nella legislatura appena trascorsa. In questo modo sarebbe passata una manovra diversiva che rischiava di mandare all’aria la strategia di Salvini che mira in modo esplicito ad avere l’incarico da Sergio Mattarella earrivare a palazzo Chigi.La strambata sulla Bernini e l’ira di Berlusconi lo aiuteranno adesso nell’impresa? Chiamato a caldo a dare una risposta, Giancarlo Giorgetti – che di Matteo 2 è l’interprete più accreditato – minimizza: “Una coalizione come si rompe poi si ripara. A Berlusconi abbiamo fatto un favore”. Anche qui: sul serio è così?Troppo presto per dare una risposta definitiva. Diciamo che la mossa salviniana è la coda avvelenata della battaglia per la leadership nel centrodestra che si è svolta in campagna elettorale e nei seggi. I numeri delle urne hanno premiato, a sorpresa e clamorosamente, il Carroccio: un responso che l’ex Cav non ha mai digerito e che solo formalmente ha fatto credere di accettare. Adesso l’Opa della Lega su quel che resta di Forza Italia si fa esplicita, diretta e, nel lessico berlusconiano, assolutamente ostile.Salvini rischia di restare con il suo 17 per cento e se naviga in mare aperto con il sestante fisso sulla costellazione a cinque stelle il pericolo è che l’approdo sia quellodi una subordinazione al MoVimento: altro che premiership. Ma ancheBerlusconi rischia. L’affondo di Salvini può provocare uno smottamento versouna leadership leghista che allo stato appare più in sintonia con la costituency stessa del centrodestra. Sono duescommesse che marciano entrambe sul filo del rasoio. Chi la perde, si farà senz’altro molto male.Allungando lo sguardo più lontano, se il legame tra Salvini e Berlusconi si spezza, il presidente di FI sarà spinto verso il Pd, riprendendo forse il filo del discorso con Matteo Renzi, un altro che sta sulla riva del fiume ad aspettare. Mente Salvini potrebbe saldare il suo antieuropeismo con la protesta grillina per dare vita ad una aggregazione che già ora può contare sul cinquanta per cento degli elettori italiani.Forse è ancora troppo presto per scenari simili. Bisogna restare agli elementi di cronaca e capire se e in quale modo la ferita che si è aperta nella coalizione arrivata prima il 4 marzo potrà essere eventualmente suturata. Tuttavia è evidente che le categorie tradizionali con le quali il confronto politico si è finora svolto vanno riviste e, presumibilmente, riscritte. Il voto ha modificato in profondità il copione della politica, e gli scossoni adesso si avvertono anche nel Palazzo. Certo è che per come si sono messe le cose, è davvero complicato immaginare che ci sia qualcuno disposto a ripiegare. Berlusconi è alla battaglia finale: se la perde, è inevitabilmente destinato a uscire di scena. Salvini si gioca il tutto per tutto, ma è palese che in una situazione bloccata come quella consegnata dalle urne occorreva un gesto di rottura oppure la strada verso elezioni bis sarebbe stata segnata.Certo è che comunque si chiuderà la partita sulle presidenze del Parlamento, poi si aprirà quella sul governo che minaccia, con queste premesse, di essere quanto mai dirompente. Quel che si capisce è che ognuno degli attori finora in campo, ossia il centrodestra e i Cinquestelle, sono intenzionati a fare piatto, senza tentennamenti. In silenzio, al momento, resta solo il Pd. Le vistose crepe tra i vincitori dello scontro elettorale potrebbero ritagliarli spazi di manovra impensati. A patto che il Nazareno riesca a dotarsi di una rotta chiara e condivisa. Anche questa è una scommessa. Forse addirittura un azzardo.

Politica 24 Mar 2018 09:55 CET

Italia, tutto da rifare

Diceva così Gino Bartali, formidabile ciclista italiano che sgominò la concorrenza prima e dopo l’ultima guerra. Diceva: « L’è tutto da rifare» . Lui scuoteva la testa, era pessimista. Non c’è più bisogno di essere pessimisti per ripetere quella frase. I fatti parlano.

Le elezioni del 4 marzo, a quanto pare, hanno scompigliato tutto. Cioè non solamente hanno terremotato i rapporti di forza tra destra, sinistra e centro, ma hanno fatto saltare per aria tutti e tre gli schieramenti, o – addirittura – tutti e tre i “concetti”. Fin qui – seppure in modo sempre più sfumato abbiamo continuato a ragionare in termini di destra e sinistra. Con una destra più globalista e mercatista, e una sinistra più aperta ai temi della solidarietà e della socializzazione. Ora queste categorie sono diventate quasi inutilizzabili. Per la verità è molto tempo che lo schema non funziona più. Da quando la sinistra, in tutto l’occidente, si è blairizzata – cioè ha seguito le pratiche e le teorie di Tony Blair, capo dei laburisti inglesi – ed ha lasciato che il liberismo entrasse nella propria cassetta degli attrezzi. È tutto da rifare, non esiste più la politica come la conoscevamo

Da ieri però c’è una grossa novità. Non sono più solo le idee e le linee politiche ad essere ballerine e trasversali, ma è diventato ballerino l’intero scacchiere politico. E questa novità è provocata dalla clamorosa rottura nel centrodestra. La fine del centrodestra, in pratica, azzera tutti gli schieramenti politici che – dal 1994 – erano costantemente calibrati sul centrodestra. Cioè si autodefinivano e si autocollocavano, in relazione alla definizione e alla collocazione ( e alla forza) del centrodestra.

Io non so se questa rottura sarà definitiva o se nelle prossime ore ci saranno dei riavvicinamenti. Ho la netta sensazione però che al di là dei fatti contingenti e formali – i due tronconi del centrodestra, che già erano abbastanza in conflitto durante la campagna elettorale, siano ormai irreparabilmente in guerra. Salvini e la sua Lega hanno deciso di pretendere la guida del centrodestra, ma Salvini e la sua Lega non potranno mai rappresentare quella parte del centrodestra – e cioè il centro moderata e borghese, che può accettare i radicalismi e i risvolti reazionari del leghismo solo se temperati da una leadership molto forte, come negli anni è stata quella di Berlusconi. Il risultato elettorale sorprendente, e ora la rivolta del leader della Lega contro il padre e il dominus del centrodestra, cioè contro il cavaliere, mette la parola fine a questa lunga e complessa avventura.

Per il resto lo schieramento politico italiano è del tutto balcanizzato. Il centrosinistra è a pezzi, con due o tre tronconi di Pd che difficilmente si parlano, con Leu piccola e malandata, con un grande punto interrogativo sulle intenzioni future di Renzi, che, comunque, dopo l’emarginazione di D’Alema e Veltroni, è stato l’unico leader di cui la sinistra ha potuto disporre.

E poi ci sono i Cinque Stelle, che fuggono ai tentativi di classificazione classica, e che attualmente sembrano più vicini alla destradestra di Salvini che alla sinistra o al centro di Berlusconi.

Non so, francamente, come questo mosaico impazzito possa ricomporsi, e quando, e come. Conosco invece – credo – quali sono i problemi essenziali che il paese ha di fronte, e sono convinto che se la politica tornerà a fare la politica, in modo serio, responsabile e coraggioso, è intorno a questi problemi di fondo che dovranno riorganizzarsi – e dividersi o riunirsi gli schieramenti, cioè i vari pezzi del puzzle.

Io vedo essenzialmente quattro grandi problemi. Giustizia ( e diritti), mercato ( e Stato), lavoro ( e redditi), sicurezza ( e immigrazione). Dentro, o al di sopra, di questi quattro problemi aleggiano le due categorie supreme di libertà e uguaglianza, che sono la chiave di volta di ogni modernità possibile. Per me i primi due di questi problemi sono immensi, e riguardano comunque l’identità di una forza politica perché la loro soluzione disegna in un modo o in un altro il profilo della futura società. Si tratta di stabilire due cose. La prima è la scelta tra Stato di diritto e Stato etico ( lo abbiamo scritto decine di volte, e resta una questione gigantesca). La seconda è di stabilire se il mercato è la bussola ( e dunque il profitto, l’efficienza, il merito, la produzione) o se il mercato deve sottomettersi alla politica, e dunque anche ad alcuni grandi principi di equità sociale, e deve accettare di pagare un prezzo alla loro soddisfazione. Il problema del lavoro ( che ho segnato come terzo problema) è a sua volta un problema grandissimo, ma può essere risolto soltanto se si trova il modo di bilanciare ricette diverse. Non è una questione identitaria, ma di scelta di politiche sagge sul piano economico e su quello sociale.

La questione della sicurezza e dell’immigrazione, invece, io l’ho sempre considerata una questione costruita in vitro, dai media e da alcune forze politiche. Però è lì sul tappeto ed è difficile sfuggirle. Richiede scelte impegnative: Ius Soli o respingimenti? Armare i cittadini o disarmarli? Aumentare l’accoglienza, accettando l’idea Bergogliana, o invece rifiutarla e far prevalere un punto di vista nazionalista, simile a quello di Trump?

Se ci pensate un attimo, vedete che su questi temi lo schieramento politico si frammenta ancora di più, si scompone, offre risposte che non hanno più niente a che fare con la sinistra e la destra classica.

Allora questo è il punto: sapranno gli attuali partiti riorganizzarsi non sulla base di scelte di leadership, o di organizzazione, ma invece aprendo una grande discussione ideale su questi temi? Se sapranno farlo allora questa crisi sarà una crisi benedetta. Che farà compiere un salto di qualità alla nostra politica. Se invece prevarrà il rifiuto della discussione, e la paura di mettersi sulle spalle esigenze che non portano valanga di consensi, allora la crisi si avvita senza soluzione. Dipenderà molto da cosa sceglieranno di fare ( e da quanto saranno generosi) da una parte i Cinque Stelle ( che conosciamo pochissimo e non sappiamo cosa ci si possa aspettare da loro), dall’altra Berlusconi ( che ha il dovere di passare ora dalla tattica alla strategia) e dall’altra ancora il Pd, che farebbe un grande errore a pensare che può vincere la sua battaglia entrando in un freezer.