Politica 2 Jan 2019 14:11 CET

Ma Mattarella un po’ mi ha deluso

Forse la colpa non è di Sergio Mattarella ma di quanti si aspettavano troppo da lui sottovalutando le difficoltà istituzionali nelle quali si è trovato o sopravvalutando, come si preferisce, lo spazio di manovra che ha in certe circostanze il presidente della Repubblica. Tuttavia mi è rimasto un po’, anzi un bel po’ di amaro in bocca ascoltandone il messaggio televisivo a reti unificate per gli auguri di buon anno “alle concittadine e ai concittadini”, come egli ha voluto dire con una formula quasi da rivoluzionario: lui, poi, che rivoluzionario non può certamente essere considerato per formazione culturale e stile di vita, anche se la sorte gli ha dato l’occasione di partecipare, pur con le funzioni di garanzia della sua carica, ad un passaggio non proprio ordinario della politica italiana.

Quella in corso dal voto elettorale del 4 marzo scorso è una fase politica forse ancora più straordinaria, per la novità delle forze in campo e per il contesto internazionale, di quella che pure segnò la fine della cosiddetta prima Repubblica, un quarto di secolo fa, tra arresti, persino bombe, suicidi, incriminazioni, dimissioni e ritiri all’estero di esponenti del cosiddetto establishment politico e finanziario del Paese. Non a caso il presidente del Consiglio Giuseppe Conte nella conferenza stampa di fine anno, pure lui non avendo di certo la formazione culturale e lo stile di vita di un rivoluzionario, ha rinnovato il proposito di “rivoltare il Paese come un guanto”. E meno male che lo ha preferito al rozzo “calzino”, sempre da rivoltare come se fosse l’Italia, evocato da qualcuno dei magistrati impegnati fra il 1992 e il 1994 nelle inchieste sul finanziamento illegale della politica e sulla corruzione che l’accompagnava spesso. O sempre, come ritenevano i maggiori giacobini di turno. Ebbene, Mattarella non ha di ceto ignorato nel suo messaggio di Capodanno la vicenda a dir poco convulsa dell’approvazione del bilancio, e relativa manovra finanziaria, in Parlamento. Anzi, parlandone ha usato un termine quasi tratto dal duro intervento dell’esponente forse più radicale, in senso storico, del Parlamento: la senatrice Emma Bonino, intervenuta contro il bilancio e le procedure d’esame, fra le proteste di molti attori della maggioranza e un’impaziente richiamo del presidente di turno della seduta, il leghista Roberto Calderoli. Che, cronometro al polso, chiedeva praticamente all’oratrice di smetterla per avere esaurito il poco tempo a sua disposizione.

La Bonino, imitata poi dal senatore a vita Mario Monti, parlò in quell’intervento del “rullo compressore” azionato dal governo, e tollerato dai presidenti delle Camere, per chiudere in pochissimi giorni il percorso di un bilancio pur rifatto praticamente daccapo all’ultimo momento con un maxi- emendamento. Che in parte era conforme alle trattative intervenute fra lo stesso governo e la Commissione Europea per evitare la procedura d’infrazione messa in cantiere a Bruxelles di fronte alla sfida di un deficit del 2,4 per cento rispetto al prodotto interno lordo. Ma in parte derivava anche dagli sviluppi persino drammatici dei rapporti dialettici e di forza fra i due partiti della coalizione ministeriale, e addirittura all’interno di ciascuno di essi.

Ebbene, proprio di “compressione dell’esame parlamentare” ha parlato nel suo messaggio televisivo il presidente della Repubblica. Che tuttavia, pur di evitare il ricorso al cosiddetto esercizio provvisorio, ritenendolo evidentemente più grave e destabilizzante di quanto considerato da altri – costituzionalisti ed economisti- pronunciatisi sulla materia, ha promulgato il provvedimento non appena pervenutogli per la firma al Quirinale: più scorrendolo, forse, che analizzandolo per il suo volume. Così la vicenda della “compressione”, sviluppatasi fra salti di commissione, contingentamenti estremi del dibattito, e ricorsi al voto di fiducia, è stata bella che archiviata. E ciò potrebbe anche influire sull’accoglienza che sarà a breve riservata dalla Corte Costituzionale all’inedito ricorso presentato dal gruppo del Pd al Senato per la violazione lamentata dell’articolo 72 della Costituzione. Che, rendendo obbligatoria per il bilancio “la procedura normale” d’esame parlamentare, costituita dal passaggio per la commissione competente e per l’approvazione in aula “articolo per articolo”, sarebbe stato violato questa volta più clamorosamente di altre, o del solito.

Comunque, se Mattarella può avere sorpreso, a torto o a ragione, quanti si aspettavano da lui una meno fuggevole o più penetrante risposta a quanti gli si erano in qualsiasi modo rivolti durante l’esame parlamentare del bilancio per contestarne modalità e anche contenuto, egli ha lanciato al governo e alla maggioranza quello che potrebbe essere considerato un monito. In particolare, peraltro in sintonia con la “vigilanza” annunciata da qualche commissario a Bruxelles e non gradita da Matteo Salvini, tornato a minacciare per ritorsione il voto contrario dell’Italia al bilancio dell’Unione, Mattarella ha detto che proprio le forzature verificatesi nell’esame parlamentare della legge ex finanziaria del 2019 “richiedono adesso un’attenta verifica dei contenuti del provvedimento”.

L’allusione del presidente della Repubblica è innanzitutto alle misure di urgenza in cantiere nei ministeri competenti per la disciplina e l’erogazione pratica del cosiddetto reddito di cittadinanza, caro ai grillini, e della pensione anticipata rispetto alle scadenze della legge Fornero tanto contestata dai leghisti.

Par di capire che Mattarella abbia poca voglia di assistere inerte sia alla elaborazione di queste misure sia al loro percorso parlamentare. Che sarebbe quanto meno curioso se comportasse una nuova “compressione” col ricorso smodato, per esempio, al voto di fiducia per evitare non solo o non tanto un’opposizione ostruzionistica quanto combinazioni fra settori della maggioranza e settori delle opposizioni finalizzate sia a rispettare i vincoli di bilancio, ristretti dagli accordi europei, sia a penalizzare ora l’uno ora l’altro dei partiti di governo.

 

Politica 2 Jan 2019 14:07 CET

Quel bel richiamo alla bontà del presidente Mattarella

COMMENTO

Cos’è che spinge il capo di uno Stato, nel mentre che si rivolge ai suoi cittadini, ad anteporre a tutte le altre una considerazione pre- politica, di tenore primordiale; una esortazione di carattere umano, sociale: personale, verrebbe da dire? Se lo fa, forse è perché avverte il pericolo che si stiano sbriciolando i pilastri stessi della convivenza, quell’idem sentire che contraddistingue e individua una comunità, la specifica e rende coesa. Non c’è bisogno di girarci troppo intorno per capire che il senso del messaggio rivolto da Sergio Mattarella agli italiani – tutti gli italiani, di qualunque provenienza e di qualsivoglia colore abbiano la pelle, compresi “i cinque milioni di immigrati che vivono, lavorano, vanno a scuola, praticano sport nel nostro Paese” – sta qui: nell’appello ai “buoni sentimenti” che non sono espressione di un sogno magari di tipo favolistico bensì al contrario costituiscono il cemento primitivo, il perimetro obbligatorio entro cui si svolge l’attività di un popolo. È un messaggio rivolto prima di tutto all’indirizzo degli odiatori, degli haters che impazzano sui social e che sembrano agli occhi di molti rappresentare il timbro dell’epoca del cambiamento. Bene: nessuna metamorfosi in meglio è possibile, dice il presidente della Repubblica, se non si sgombra preliminarmente il campo dalle macerie dello sbriciolamento dei rapporti umani: «Non dobbiamo aver timore di manifestare buoni sentimenti che rendono migliore la nostra società». Solo così, infatti, si possono ricucire i mille strappi che contraddistinguono negativamente rendendola amara fino a diventare sulfurea, la convivenza in un Paese di milioni di abitanti, tra i più avanzati al mondo.

La pacatezza con cui il capo dello Stato ha pronunciato il suo ammonimento non deve ingannare. Il messaggio è fortissimo e l’invito pressante. O si recuperano i valori positivi che stanno alla base della costruzione del recinto comunitario, oppure qualunque necessità ed esigenza risulterà vana: a partire da quella, indispensabile, della sicurezza che tuttavia si realizza solo se si realizzano e si garantiscono i valori naturali dello stare insieme. Se salta questo principio si determinano distorsioni inaccettabili, come la “tassa sulla bontà” prevista dalla legge di Bilancio fresca del via libera del Quirinale: l’aumento del prelievo fiscale sulle organizzazioni no profit, sulle associazioni di volontariato che spargono solidarietà. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha ammesso con onestà intellettuale che si è trattato di un errore a cui si metterà riparo al più presto. La specificazione di Mattarella non è casuale: la pressione ad agire in quella direzione è netta. A proposito di legge di Bilancio. Il capo dello Stato l’ha firmata in fretta e furia al fine di evitare il ricorso all’esercizio provvisorio e soprattutto l’apertura di una procedura di infrazione da parte della Ue. Aver scongiurato quell’esito, puntualizza il Presidente, è “un elemento che rafforza la fiducia e conferisce stabilità”.

Ma, appunto, lo strappo che si è determinato è una ferita che non deve restare aperta, che va sanata. È dunque opportuno, spiega Mattarella, che quel confronto sulle singole misure che il Parlamento non è stato messo nelle condizioni di svolgere, sia avviato adesso e in profondità. Magari ripensando, oltre a quelli sul terzo settore, a interventi che coinvolgono le forze armate in compiti che ne “snaturano la funzione” e mortificano “la loro elevata specializzazione”: impossibile non andare col pensiero all’indicazione, contenuta sempre nella manovra, dell’uso dei militari per tappare le buche di Roma. Un assurdo che va cancellato.

Sono tanti altri, e tutti significativi, i temi enumerati nel saluto di fine anno del Presidente: dal servizio sanitario, “grande motore di giustizia e vanto del sistema Italia” alla tristezza e allo sgomento per le catastrofi naturali come i terremoti che hanno deturpato il territorio e la vita di centinaia di migliaia di italiani, il crollo del Ponte Morandi a Genova, le morti assurde tipo quella del giornalista Antonio Megalizzi, “vittima di un vile attentato terroristico insieme ad altri cittadini europei”.

Però, ovviamente, ce n’è uno che riveste un’importanza specifica: le prossime elezioni europee di maggio 2019, «uno dei più grandi esercizi democratici al mondo» considerato che «più di 400 milioni di cittadini» si recheranno alle urne: «Mi auguro che la campagna elettorale si svolga con serenità e sia l’occasione di un serio confronto sul futuro dell’Europa». Futuro e non rigetto: l’appartenenza all’Europa rappresenta un ancoraggio fondamentale per l’Italia che ne è Paese fondatore. Chi si lancia in spericolati esercizi isolazionistici è fuori da quell’alveo. Proprio con lo sguardo al confronto dei prossimi mesi e alla tante promesse, spesso mirabolanti, che partiti e movimenti spargano con disinvoltura, Mattarella ricorda che non ci sono “ricette miracolistiche”: «Soltanto il lavoro, tenace, coerente, lungimirante produce risultati concreti. Un lavoro approfondito, che richiede competenza e che costa fatica ed impegno». Riconoscersi comunità è il contenuto più rilevante del messaggio del Colle. Segnerà i sette anni del mandato di Mattarella. La speranza e l’augurio è che al termine di quel periodo i vincoli di appartenenza nazionale siano più saldi. Gli odiatori che lavorano per allentarli hanno un avversario che siede sulla poltrona più importante della Repubblica.

 

Ma l’urgenza dov’era?

Si chiama decreto sicurezza ma fondamentalmente è un decreto che mira a ridurre i diritti della popolazione immigrata

Il decreto sicurezza è stato parecchio limato, pare dopo l’intervento del presidente Mattarella, che aveva fatto notare al governo l’incostituzionalità di alcuni articoli. Restano tuttavia dei punti oscuri, come la decisione di far valere la sentenza di primo grado come sentenza definitiva, ai fini della concessione del diritto d’asilo, che sembra in contrasto con l’articolo n. 27 della Costituzione; o la decisione di togliere la cittadinanza a chi non è nato in Italia e viene condannato in via definitiva per terrorismo. In questo secondo caso però – al di là della discutibile decisione di dividere in due categorie i cittadini, che invece dovrebbero essere tutti uguali di fronte alla legge – c’è il fatto che stiamo parlando di un numero veramente limitatissimo di persone. Quanti sono stati, negli ultimi dieci anni, in Italia, i cittadini italiani di origine straniera condannati in via definitiva per terrorismo? Parliamo forse di alcune unità, forse di nessuno. Sarebbe come fare un decreto che proibisce alle donne lituane più altre di due metri e venticinque di salire in metropolitana. Occorreva davvero un decreto urgente per stabilire questa misura?

I problemi politici che pone il decreto sono proprio questi due. Il primo è il dubbio fortissimo sul carattere di necessità e di urgenza che la Costituzione prevede come condizione necessaria per emanare un decreto legge. Il secondo è il metodo scelto per affrontare la questione sicurezza ( in realtà nel decreto ci sono solo misure per colpire l’immigrazione, il tema della sicurezza resta abbastanza sullo sfondo): ridurre i diritti, almeno per una categoria di persone, e cioè gli stranieri gli ex stranieri.

La prima questione non è indifferente. La mancanza di urgenza – confermata dagli stessi dati forniti recentemente dal ministero dell’Interno sull’immigrazione – e la inconsistenza di alcune misure ( nonché il rischio che altre siano cassate in futuro dalla Corte Costituzionale) non può che lasciare l’impressione che il decreto non sia stato concepito come un atto di governo ma come un semplice atto di propaganda politica. E questa non è una bella impressione.

L’aspetto più grave però, certamente, è il secondo: la scelta di ridurre i diritti. Su questa linea si è decisa anche l’abolizione del permesso umanitario e la drastica riduzione degli Sprar, che erano strutture riconosciute come serie ed efficienti da tutti gli esperti.

Il problema non è solo quello che riguarda gli immigrati, che da domani si troveranno in condizioni ancor più deboli ed esposte alle ingiustizia, e anche alla xenofobia, rispetto al passato. E’ un problema che riguarda tutti noi, perché quando si imbocca una strada di riduzione, anziché di ampliamento, dei diritti delle persone, diventa poi difficile fermarsi. Certo, si inizia coi più deboli, con gli “altri”, gli stranieri: poi si va avanti, ci suoi allarga, si scopre che una società con pochi diritti è più facile da governare rispetto a una società con molti diritti.

 

Politica 5 May 2018 12:18 CEST

Non di tregua, neppure armata. Il rischio è il governo Stranamore

Anche se il governo durasse fino a dicembre, aprirebbe le porte ad una campagna elettorale ancor più velenosa e piena di colpi bassi delle precedenti

Di tregua? Magari. Andrebbe bene anche se fosse armata. Invece minaccia di trasformarsi nel governo che segna la fine- tregua: non più esecutivo Frankenstein bensì Stranamore, che chiude il capitolo armistiziale tra il Quirinale e i “vincitori” delle elezioni e dà il via al conflitto “fine- dimondo” da adesso fino alle elezioni bis. Luigi Di Maio già spara a zero e bolla il tentativo del Colle con il gentile epiteto di «tradimento». Salvini aspetta lunedì, e intanto ha dato mandato alle officine del profondo Nord di recuperare il longobardo martello di Thor.

Insomma la carta che Sergio Mattarella intende mettere sul tavolo e che, secondo la gran parte degli osservatori, dovrebbe rivelarsi vincente, rischia in realtà di tramutarsi nella miccia che fa esplodere e manda in frantumi anche gli ultimi residui di dialogo politico, riaprendo alla grande il dossier, di fatto mai chiuso, dello scontro elettorale.

Per capire come possa accadere che la toppa istituzionale così a lungo preparata risulti al dunque peggiore del buco della certificata e impossibile governabilità, bisogna tener presenti due elementi. Il primo: la capa- cità, il senso di equilibrio, la prudenza, la lungimiranza e il rispetto assoluto dei vincoli costituzionali da parte di Mattarella sono dati inoppugnabili. Per cui se il capo dello Stato si muove verso una direzione è perché ritiene non vi siano altre vie percorribili. Il secondo: mai nessun presidente della Repubblica si è trovato alle prese con un quadro politico così frantumato e incomponibile, con un Parlamento dove impazzano tre minoranze e nessuna maggioranza, e con leader di partito presi da sindrome da cupio dissolvi, incapaci di distinguere tra i loro interessi e quelli del Paese. In breve: nessun accordo politico possibile da un lato; necessità di evitare un ritorno al voto che avrebbe i contorni di un salto nel buio, dall’altro. Il governo di tregua, o del Presidente, nasce di qui: dall’obbligo di garantire all’Italia, alla vigilia di delicate scadenze interne ed internazionali, un quadro di comando nella pienezza delle sue funzioni.

Il pericolo, tuttavia, è che a questo del tutto ragionevole sbocco si sia arrivati tardi e male. In primo luogo va detto che un simile esecutivo avrebbe come guida – ahimè ancora una volta – un premier non espressione della volontà popolare, privo cioè della legittimazione del voto. Sarebbe una sorta di riedizione dell’esperienza di Mario Monti ma con meno forza e ridotta autorevolezza.

In secondo luogo, ferme restando eventuali novità che potrebbero arrivare lunedì nell’ultimo giro di consultazioni, allo stato non è chiaro su quale maggioranza il governo di tregua poggerebbe. L’M5S ha già detto di no e quel diniego verosimilmente si portebbe appresso anche quello della Lega; che a sua volta trascinerebbe anche il resto del centrodestra. Renzi ha fatto trapelare di essere invece favorevole, ma a patto che anche altre forze politiche si esprimano per il sì. Insomma assai alta è l’eventualità che il governo di tregua venga bocciato dalle Camere. Se così fosse, il premier appena sfiduciato non potrebbe far altro che salire al Colle per dimettersi. A quel punto Mattarella avrebbe teoricamente dinanzi a sè due strade: o riaprire le consultazioni in una condizione di evidente drammatizzazione politica, oppure sciogliere il neo- eletto Parlamento e riportare gli italiani alle urne tra la fine di settembre e i primi di ottobre. Con lo spettro dell’esercizio provvisorio, dell’aumento dell’Iva e della speculazione dei mercati. La tempesta perfetta, insomma.

Viceversa, l’esecutivo di tregua potrebbe finire per trovare una maggioranza, benché occasionale e posticcia; incentrata più su astensioni e fughe dall’aula piuttosto che su voti favorevoli. Scenario senza dubbio meno fosco del precedente, ma che tuttavia lascerebbe al governo pochissimi margini di manovra, sia in campo economico che sociale. Mentre quella politica risulterebbe azzerata. Di fatto più che di tregua diventerebbe il governo di nessuno, costretto su ogni provvedimento a infinite e spossanti mediazioni con sostenitori riluttanti e pronti a farsi lo sgambetto l’un l’altro. Anche se durasse fino a dicembre, aprirebbe le porte ad una campagna elettorale ancor più velenosa e piena di colpi bassi delle precedenti: per quanto sembri, il fondo non è mai toccato.

Perciò delle due l’una: o partiti e forze politiche recuperano almeno un briciolo di ragionevolezza e un minimo di linee d’azione comuni (una chimera); oppure ci aspettano settimane e mesi di passione in un contesto sempre più sfilacciato. Prima o poi i cittadini chiederanno conto di come sia stato possibile infilarsi in un simile vicolo cieco. Il paradosso è che potrebbero doverlo fare guardando soprattutto a sé stessi.