Diritti umani: alla presidente non dispiacevano i “forni”

Qual è il significato della provocazione?

Decidere di nominare alla guida della commissione diritti umani del Senato una signora che neanche un anno fa aveva messo un “mi piace” su un post di un suo amico nel quale si chiedevano “forni” ( anziché appartamenti), per gli stranieri, e cioè si mostrava un apprezzamento, quantomeno indiretto, per lo sterminio degli ebrei e dei rom realizzato dai nazisti, beh, diciamo che non è una grande idea. È come chiedere al generale Custer di occuparsi dei diritti dei pellerossa, o proporre al Ku Klux Klan di organizzare il riscatto dei neri d’America. Comunque c’è pochissimo da scherzare. Perché la cosa è avvenuta davvero. Ieri la senatrice Stefania Pucciarelli, leghista, classe ‘ 67, è stata eletta presidente della commissione diritti umani del Senato. E Stefania Pucciarelli, giusto un anno fa mise quel “mi piace” al post dell’amico che occhieggiava alle SS. E la stessa Stefania Pucciarelli un mese fa proponeva, con un post stavolta scritto di suo pugno, di spianare i campi dei rom ( cioè di uno dei popoli sterminati da Hitler).

Ieri, dopo l’elezione, la senatrice Pucciarelli si è mostrata stupita delle polemiche. Ha detto che non ha niente di cui chiedere scusa per quel “like” al post del suo amico, perché il “like” era al suo amico e non al post, e che poi quando si accorse della gaffe si dissociò e si scusò, e che comunque non c’era nessun reato e infatti il giudice che ha esaminato il caso ha archiviato tutto. Io non ho dubbi sul fatto che non ci fosse nessun reato. Lo ho scritto tantissime volte: trovo insensati, nel ventunesimo secolo, i reati di opinione, anche quando le opinioni espresse sono atroci, come quelle di chi mostra simpatia, o comunque comprensione, per il nazismo.

Il problema non è se c’è un reato, e neppure se c’è o no il diritto di fare politica, di stare in parla- mento, di condurre tutte le battaglie politiche che si vuole, anche le più reazionarie, anche quelle contro i rom, o i rifugiati politici o chi vi pare a voi. È fuori discussione che questo diritto esiste e che a chiunque spetta il rispetto per il suo lavoro di rappresentante del popolo.

Il problema è che la maggioranza di governo ha deciso di preferire a Emma Bonino ( che da anni si occupa di diritti umani, e lo fa con grande professionalità, ed è conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo) una signora della quale è legittimo sospettare, quantomeno, che sia fortemente xenofoba, e che in ogni caso ha commesso una gaffe che a lei non sembra molto grave ( ed è grave proprio il fatto che a lei non sembri grave) ma che invece è gravissima, perchè è una atrocità giustificare l’olocausto ed è una atrocità doppia o tripla invocarne la ripetizione.

Che messaggio vuole dare la maggioranza di governo al paese, decidendo questa nomina nel posto che fino a qualche mese era di Luigi Manconi? Un messaggio molto semplice: «Amici, è finita la pacchia, questa storia dei diritti dei deboli e degli stranieri ci ha rotto le palle, ora si cambia e la commissione per i diritti umani si occuperà solo dei diritti degli italiani, e dei cristiani, e tutti gli altri al rogo». Non è così?

Evidentemente è così. L’elezione della senatrice Pucciarelli è stata una provocazione consapevole. Una affermazione da Marchese del Grillo: «Qui comandiamo noi, e delle opposizioni, e delle forze democratiche e liberali, e dei progressisti e dei vecchi conservatori, e degli intellettuali, e dei giornalisti puttane e sciacalli, di tutti questi noi ce ne freghiamo» . Ci sono due cose da capire. La prima riguarda la maggioranza e la seconda l’opposizione.

Possibile che nella maggioranza ( sia all’interno del movimento di Grillo sia tra i legisti) non ci siano componenti ostili a questa politica xenofoba ( e talvolta il termine xenofobo è un eufemismo)? E possibile che sia considerato ordinaria amministrazione l’uso spregiudicato di idee totalitarie e violente allo scopo di sfruttare e moltiplicare un’ondata reazionaria nell’opinione pubblica?

Lo chiedo con sincerità. Vorrei davvero sapere, ad esempio, cosa pensano i capi del 5 Stelle della nomina della senatrice Pucciarelli. E cosa pensano personaggi autorevoli della Lega, come per esempio l’on Giorgetti, o per esempio il governatore Zaia, o l’ex ministro Maroni.

La seconda domanda invece è rivolta alle opposizioni. Ho l’impressione che si stia affermando un certo sentimento di rassegnazione. Cioè che sia passata l’idea che ormai è andata così, che questa è la direttrice di marcia, che le “pulsioni” della parte più reazionaria del governo, che coincidono con quelle della maggioranza dell’opinione pubblica, si siano affermate e che non vale la pena di perdere tempo per opporsi. Meglio riorganizzare le proprie truppe, scavarsi una tana, aspettare che la bufera passi. Stanno così le cose? Speriamo di no.

 

Difendo la libertà di stampa e quindi anche “Il Fatto”

 

Trovo molto, molto ragionevoli le critiche di Emanuela Bellizzi e di Filippo Bassi. ( Oltretutto non sono solo ragionevoli ma sono anche – rarità – civilissime). E tuttavia dissento. Provo a spiegare perché.

È chiaro – e lo ho scritto anch’io molte volte – che la stampa spesso usa in modo arrogante e anche volgare il suo enorme potere. Talvolta lo fa per spavalderia, talvolta per assecondare altri poteri ( essenzialmente il potere economico o quello giudiziario, più raramente il potere politico) e con le spalle protette da questi poteri. E’ evidente che questo atteggiamento, ( dovuto anche – credo – alla crisi drammatica che sta vivendo, da 15 anni a questa parte, il giornalismo italiano) costituisce un problema.

Poi però c’è un secondo proble- ma, grandissimo, ed è quello della difesa della libertà di stampa. Io sono tra quelli che pensano che la stampa, e l’informazione, in Italia siano a un livello molto basso, e che abbiano un grado minimo di indipendenza. Questo però non vuol dire che allora si può rinunciare alla libertà di stampa. Al contrario, proprio per la qualità scadente della nostra informazione è necessaria assolutamente una battaglia strenua per la libertà di stampa.

È chiaro che libertà di stampa non può significare né libertà di insulto né libertà di calunnia. Ma come si combattono questi vizi? Con la magistratura? Io non credo. Credo che si combattano con la battaglia politica, con l’impegno.

Conosco per esperienza come funziona l’uso della giustizia da parte del potere – per limitare la libertà di informazione. Personalmente, avendo diretto alcuni giornali ( e quando dirigi un giornale rispondi di qualunque cosa sia stato scritto) ho collezionato un po’ più di centocinquanta azioni giudiziarie contro di me ( tra penale e civile). Succede anche a altri miei colleghi. Difendersi diventa quasi impossibile, perché costosissimo. Ogni azione giudiziaria che si è costretti ad affrontare comporta fatica, tensione, preoccupazione, spese alte. Volete sapere quante di queste azioni giudiziarie sono partite da inermi cittadini? Forse due o tre. Tutte le altre sono state messe in moto da persone molto potenti, in particolare da magistrati o da politici. Le più gravi e pericolose da magistrati.

Voi pensate che tutto questo non diventi un fatto oggettivo di forte intimidazione? Immaginate che sia facile continuare a scrivere di quel magistrato o di quel politico che ti ha portato in tribunale, mentre procede l’iter processuale? E sapete che anche se poi si vince la causa nessuno ti rimborserà le spese né il tempo? E sapete che se poi si perde – e non sempre perché si ha torto – si viene condannati a pene detentive o a risarcimenti altissimi, pari a quanto guadagni in due o tre anni di lavoro? Dopodichè chiunque un pochino pochino mi conosce sa che le mie simpatie ( professionali) per Marco Travaglio sono a zero. E che sono molto preoccupato per come Travaglio e i suoi hanno occupato quasi tutti i talk show nazionali e hanno sottomesso gran parte del nostro sistema di informazione. Ma non è una questione di simpatia, né di giudizio sulle sue qualità professionali o morali, né di difesa di una parte politica. Il problema è molto più semplice: di fatto, la legge viene usata contro la stampa, nel 99 per cento dei casi, non per difendere i cittadini deboli ma per rendere invulnerabili i poteri più forti. Non tanto la politica, e infatti è difficile sostenere che in Italia non esista la possibilità di criticare la politica. Quanto il potere economico e quello della magistratura. La critica a questi due colossi è veramente molto difficile.

Per questo io non credo che la mia difesa – forse un po’ paradossale – di Travaglio sia una difesa corporativa. ( Del resto ho scritto moltissimi articoli contro gli attacchi spesso pretestuosi del Fatto a Renzi, o a Boschi o ad altri dirigenti del Pd, ma non solo del Pd). Mi pare che effettivamente sia in gioco una parte del nostro potere di giornalisti ( e nella sua difesa c’è sicuramente corporativismo) ma sia in gioco anche un bene più grande e generale che è la nostra libertà di giornalisti. E la nostra libertà interessa tutti. Anche se viene frequentemente usata malissimo e trasformata in libertà di starnazzare, di insultare, di spargere odio.

P. S. So di dire una cosa controcorrente. Però io penso che le sentenze si possano criticare. Non ho mai capito perché non dovrebbe essere possibile criticare una sentenza. Forse sono sacre? Vanno rispettate ed eseguite, questo è logico, anche perché non esiste nessuna possibilità di non rispettarle. Ma perché mai se penso che sia sbagliata non dovrei avere il diritto a dirlo?

 

Indignarsi non serve

IL COMMENTO

 

IL COMMENTO

Matteo Salvini ha risposto con fastidio, e mostrando un certo disprezzo, a Michelle Bachelet, alto commissario dell’Onu per i diritti umani, la quale ha espresso preoccupazioni per il rischio di una crescita del male razzista in Italia.

Ha fatto malissimo, almeno per tre ragioni.  La prima è il rispetto che si deve alla signora Bachelet.  Tra i leader politici mondiali di questo periodo è una di quelle che ha alle spalle una biografia piuttosto ricca e molto dignitosa ( anche superiore a quella di parecchi esponenti politici italiani).

Lei è figlia di un generale cileno che fu arrestato l’ 11 settembre di 45 anni fa dagli uomini del generale Pinochet ( che aveva rovesciato, con un sanguinosissimo golpe militare, il governo legittimo di Salvador Allende). Dopo l’arresto, dovuto al suo rifiuto di tradire Allende, fu torturato e morì. Anche il fidanzato di Michelle Bachelet, che all’epoca era una studentessa universitaria, fu arrestato, torturato e ucciso. E poi furono arrestate e torturate la madre e infine lei stessa. La interrogò e la fece torturare il generale Manuel Contreras in persona, cioè il capo della Dina, la polizia segreta.

Michelle Bachelet resistette, fu rilasciata dopo un anno e fuggì all’estero, profuga. Poi tornò, militò clandestinamente nel partito socialista e dopo la fine della dittatura fece parte di alcuni governi, come ministra, e infine vinse il mandato presidenziale per due volte.

Salvini e Feltri ( che lo ha spalleggiato in Tv) possono erigersi finché vogliono a suoi giudici, ma i fatti – quelli veri sono certamente più forti e più nobili del loro fastidio.

La seconda ragione è che chiunque conosca seppur superficialmente il nostro paese sa che da alcuni anni ( da molto prima che si insediasse il governo gialloverde) in Italia sta crescendo il germe razzista.

Testimoniato da migliaia di episodi, anche di violenza, persino da alcuni linciaggi, e anche dai toni tenuti da molti politici e opinionisti in centinaia di pubblici dibattiti in Tv e sui giornali. Tutta colpa di Salvini? Francamente non credo. Proprio per questo mi sembra che lo scatto che ha avuto contro l’Onu sia un errore anche politico. La Bachelet non ha detto: «voglio vedere chiaro cosa sta facendo Salvini». Ha detto: «voglio accertare se in Italia sta crescendo il razzismo».

La terza ragione per la quale il ministro dell’Interno ha sbagliato è ancora più squisitamente politica. Lui fa il ministro in uno dei più importanti paesi del mondo.

Non può immaginare che le sue scelte e i suoi giudizi, e le frasi che pronuncia, restino una questione puramente interna, e che solo i suoi elettori siano chiamati a giudicare. I suoi comportamenti, ovviamente, sono davanti agli occhi del mondo intero. Ed è giusto che il mondo abbia la possibilità di sapere, di conoscere, di giudicare. Salvini avrebbe dovuto rispondere all’Onu in modo assolutamente positivo: «venite, parliamo, vi metterò a disposizione tutto quel che vi serve e vi spiegherò qual è il senso della politica che stiamo attuando e perché non è una politica razzista».

Perché non ha reagito così? Ci sono due possibili spiegazioni. La prima è che l’iniziativa dell’Onu di mandare qui da noi un’ispezione lo abbia infastidito e abbia provocato una semplice reazione stizzita. Male se è così: deve abituarsi al suo nuovo ruolo. Forse deve anche capire che il linguaggio che usa deve essere più adatto alla funzione di governo che svolge ( visto che non è più il capo di un partito che era piccolo, ma è il rappresentante dell’Italia).

La seconda spiegazione possibile è che in qualche modo si senta colpevole. Tema che una ispezione di una autorità internazionale ( molto più dell’iniziativa un po’ cervellotica di una Procura) possa danneggiare la sua immagine e mettere in discussione le sue scelte.

In questo secondo caso una via d’uscita c’è: modificare il suo atteggiamento un po’ oltranzista sull’immigrazione, aprire un dialogo con l’Onu, accettare alcuni principi umanitari difficili da mettere in discussione, chiedere e pretendere una collaborazione internazionale. Cioè trasformare l’Onu da minaccia in alleato. Se l’obiettivo del governo è quello di realizzare una politica sui migranti che distribuisca il peso dell’accoglienza in modo più equo tra tutti i paesi ricchi del mondo, è difficile pensare di poterlo realizzare con una politica isolazionista. Michelle Bachelet, con la forza della sua esperienza politica, vuole aiutare l’Italia, non metterne a repentaglio l’onore. E’ assurdo non darle il benvenuto.

 

Il Sud mandato alla deriva

Il commento

Negli ultimi diciotto anni, ci dice la Svimez, quasi due milioni di giovani meridionali hanno abbandonato il nostro paese. Qualcuno è andato al Nord, moltissimi all’estero.

Due milioni vuol dire un po’ più di una intera Regione, come la Calabria o come la Sardegna. Capite? una intera Regione che scompare. E vuol dire quasi il 10 per cento della popolazione meridionale. Siccome però questi migranti sono quasi tutti giovani tra i 18 e 30 anni, la percentuale è molto, molto superiore: quasi la metà dei giovani meridionali è in fuga.

Se andate in vacanza al Sud, provate a fare una gita nei paesini di montagna, della Sicilia, della Calabria, dell’Abruzzo. Sono bellissimi. Bellissimi ma vuoti.

Sono ancora “vivi” perché fino a trent’anni fa, nonostante l’emigrazione, ci abitavano moltissime persone. Ora sono quasi deserti, silenziosi. Poche decine di residenti, tutti vecchi, un ufficio postale, i locali del comune, un droghiere, un bar che vende le sigarette e forse una trattoria quasi sempre senza clienti.

Il rapporto della Svimez, uscito l’altro giorno, mette i brividi. Il Sud, da quando è iniziata la crisi, è su una china che non sembra avere fine. La crescita del Pil, nonostante una ripresa tra il 2015 e il 2017, è a meno 10 per cento, mentre al Nord è al meno 4 per cento. Il che vuol dire che in questi pochi anni il divario tra Nord e Sud è ancora aumentato. E per il 2019 si prevede un’ulteriore frenata dello sviluppo al Mezzogiorno, compensata da un aumento al Nord. Investimenti pubblici per il Sud zero, i privati ci hanno messo qualche soldo tra il 2015 e il 2017 poi si sono ritirati.

Voi capite che considerare la questione meridionale quasi come una questione minore è una follia. Stando ai numeri nudi e crudi scopriamo che il fenomeno dell’emigrazione è quantitativamente quasi uguale al fenomeno dell’immigrazione. Eppure di immigrazione si parla moltissimo, si discute di come fermarla, viene posta al centro di tutte le discussioni politiche, presentata come l’emergenza delle emergenze. Sebbene i dati ci dicono che l’aumento degli immigrati non ha prodotto grandi danni, anzi ci ha salvati, in questi anni, dal crollo demografico, e ha portato risorse indispensabili alle casse dello Stato. E quando si propongono alla discussione questi numeri, in molti rispondono che il problema è quello di sostituire l’immigrazione con l’aumento delle nascite, mettendo a punto delle forti strategie di sostegno alla famiglia.

Sarà anche vero. E non voglio qui addentrarmi nella discussione ( che considero un po’ surreale) sulla sostituzione etnica, che è lo spauracchio dei sovranisti. Voglio solo far osservare che aumentare le nascite, per esempio al Sud, potrebbe non servire niente se poi la metà o più di quelli che nascono, a sedici anni se ne scappa via.

Il danno irreversibile che l’emigrazione ha procurato al Sud è incalcolabile. La perdita di forza lavoro giovane, di intelligenze, di sapere, ha ridotto molti paesi e città e province e in una condizione di povertà e di disperazione. Non solo mancano i soldi, manca lo Stato, mancano le strutture, mancano le scuole, le università, i musei, ma mancano le intelligenze e le braccia. Cioè manca l’umanità: tutto. Intelligenze e braccia sono andate a lavorare per il Nord, o per gli stranieri, e il prezzo sociale ed economico pagato dal Sud è mostruoso. Una cosa è pagare una tassa, una casa è regalare i propri figli. Naturalmente se vogliamo parlare di colpe dobbiamo chiamare in causa tutti. I partiti di sinistra e di destra, i giornali, le Tv, tutta l’informazione, gli imprenditori ( quelli del Sud, apatici, quelli del Nord, rapaci ed egoisti, che sono scesi al Mezzogiorno solo per raccattar sussidi e poi sono spariti), i sindacati, la magistratura, i prefetti. In questi decenni c’è stata come una specie di grande alleanza tra tutti questi soggetti che ha avuto come risultato l’impoverimento del Sud e la perdita di prospettive. I partiti hanno tagliato i fondi ( specie da quando la Lega Nord ha assunto un peso molto grande nella politica italiana, cioè dalla fine degli anni ottanta), e hanno rinunciato a sviluppare ricerca sociale e strategia. Il meridionalismo, che era stato uno dei punti forti dell’elaborazione teorica dei grandi partiti negli anni sessanta, è scomparso. Messo al bando. Voi sapete chi è Pasquale Saraceno? Forse si, ma se facciamo un sondaggio tra gli italiani credo che almeno il 90 per cento confesserà di non averlo mai sentito nominare.

L’informazione non ha mosso un dito per raccontare il Sud e rappresentarne le ragioni. Del resto c’è un dato che colpisce: le direzioni e i centri produttivi di tutte le Tv, tutte le radio, tutti i quotidiani e tutti i settimanali nazionali, risiedono al Nord. Tutte. Sotto Roma, zero. E’ immaginabile che un paese dove esiste un Meridione che non è in grado di produrre nemmeno un grammo di informazione, possa essere un paese equilibrato dal punto di vista territoriale? Tutti noi conosciamo le idee del Nord sul Sud. Nessuno conosce quelle del Sud sul Nord. E in questo modo il nordismo diventa senso comune, il sudismo diventa spazzatura. E alla fine la questione meridionale si riduce alla questione criminale, alla lotta alla mafia. E’ giustissimo combattere la mafia, ma pensare che la lotta alla mafia possa sostituire un “piano”, una “strategia” per il Sud, è come pensare che per governare bene una azienda, prendiamo la Fiat, bisogna mettere i metal detector all’uscita. la lotta alla mafia è stata una specia di scusa, per la politica. Una scusa per ignorare il Sud. e spesso ha prodotto danni, invece che sollievo, ha bloccato lo sviluppo, ha creato nuove ingiustizie.

Ora però, si dice, c’è il cambiamento. Un governo nuovo, nato dalla sconfitta dei partiti tradizionali, che agisce al di fuori degli schemi di destra e sinistra, che vuole azzerare le vecchie idee politiche, che vuole cambiare l’Italia. Benissimo. E questo governo che idee ha per il Sud?

Purtroppo finora non ha detto una parola. Tranne la promessa del reddito di cittadinanza, che è la promessa con la quale i 5 Stelle hanno stravinto le elezioni in tutte le regioni del Mezzogiorno. Il reddito di cittadinanza può essere un’ottima idea per combattere la povertà ( anche se è improbabile che si potrà realizzarlo, perché mancano i soldi, e perché certo non si può avere sia il reddito di cittadinanza sia la riduzione delle tasse) e tuttavia è semplicemente una misura sociale, che non garantisce sviluppo, ricchezza, modernità. Il reddito di cittadinanza non è una strategia per lo sviluppo del Meridione. Qual è la strategia che ha il governo?

Sento dire: turismo, turismo, turismo. Il Sud è bello e basta. Usiamo la sua bellezza per venderla i turisti. E questa vi sembra una strategia? A me pare una resa. E’ come dire: il Sud è perduto, vediamo almeno di monetizzare il suo mare e i suoi monti. Il turismo sicuramente può essere parte della ripresa del Sud, ma non può essere la sola scelta. Vogliamo dire ai ragazzi del Sud: scegliete, o andate a fare i camerieri in un hotel oppure emigrate?

Il Sud ha bisogno di opere pubbliche, di investimenti, di prospettive produttive e industriali. La riduzione del gap tra capacità produttive del Sud e del Nord ( che oggi è una voragine, una voragine che da 150 anni, incessantemente cresce, cresce, cresce) è la chiave, l’unica chiave, di sviluppo e di modernizzazione dell’Italia.

I nuovi governanti, riescono a capire questo? La ripresa del Sud, e dunque una strategia politica ed economica per il Sud, è la condizione indispensabile alla ripresa dell’Italia e al suo ritorno tra i grandi. Un paese zoppo, dove gira solo il Nord, è un paese morto. Che si allontana dall’Europa. Non si tratta di fare assomigliare il Veneto alla Baviera, il problema è quello di avvicinare lo sviluppo della Sicilia a quello, almeno, del Sud della Francia.

Se invece nella nuova maggioranza, sulla spinta di un vecchio leghismo nordista, prevarrà l’idea che l’Italia ha bisogno di un Nord tedesco e di un Sud greco e assistito, si va alla rovina. Tutto il paese va alla rovina. Per il nuovo governo il Sud non è una tra le tante sfide: è la madre di tutte le sfide. Molto, molto più della questione immigrazione, più della Flat Tax, del reddito di cittadinanza, dei vitalizi, della prescrizione…

 

Se scompare la distinzione tra vero e falso

Secondo non aveva torto Hannah Arendt

Forse la verità è che io sono un relitto del novecento, e non riesco a capire il nuovo, il linguaggio politico duepuntozero, la portata filosofica della tecnologia. Eppure a me resta il dubbio di avere ragione quando mi stupisco, non tanto dei toni del dibattito politico, ma dei temi. Leggo sui giornali infinite polemiche, anche molto impegnative, su argomenti di questo tipo: un deputato dei 5 Stelle che se ne va in barca; i nomi dei possibili presidenti dell’Istat e della cassa Depositi e Prestiti; il colore delle unghie di una immigrata scampata all’annegamento nel mar Tirreno; l’abolizione dei vitalizi con un risparmio di circa 50 milioni.

Quanti titoli in prima pagina, anche di appertura dei giornali, avete letto, su questi temi, nei giorni scorsi? Decine, centinaia. Non discuto sull’importanza della scelta del capo della Cassa depositi e prestiti, mi pare che anche nella prima e nella seconda repubblica fosse oggetto di lotta politica, e però, forse, si dava meno importanza alla questione. Il cambiamento starebbe nel fatto che ora ci si mette più attenzione mediatica? Può darsi.

Quello che però mi lascia più ancora stupito sono i temi che non suscitano discussione.

Ieri per esempio nessun giornale ( neanche questo giornale) ha dedicato il titolo principale della prima pagina al fatto che quello che è considerato il leader vero, o il deus ex machina, del più grande partito italiano, e cioè i 5 Stelle ( parlo di David Casaleggio), ha proposto, in una intervista, di abolire il Prlamento. Cioè di archiviare più o meno due millenni e mezzo di democrazia politica. A mia memoria non era mai successo che un leader proponesse l’abolizione del Parlamento. Ipocritamente, non lo fanno neanche i dittatori. Possibile che ora la proposta venga da un leader democratico e che questa proposta sia lasciata cadere come una quisquilia? E’ un paradosso. Come si spiega?

Prima di provare a rispondere, vorrei segnalare un altro paradosso. La discussione sui migranti e sulla politica per i migranti.

Qui non intendo esprimere nessuna idea su chi abbia ragione e chi torto, se coloro che ritengono che l’afflusso dei migranti vada bruscamente interrotto, o chi pensa invece che esista un dovere – e persino un interesse nazionale, di tipo demografico – all’accoglienza. Ho delle mie opinioni, al riguardo, ma me le tengo. Quel che mi lascia davvero senza parole è la totale assenza, in questa discussione, della variabile “morti”. Che non è una variabile “ideologica” ma assolutamente concreta. Immagino che il problema di ridurre il numero dei morti interessi nella stessa identica misura sia i favorevoli alla chiusura dei porti sia i favorevoli all’accoglienza. Invece è diventato un elemento del tutto estraneo alla discussione e alla polemica. I dati che riportava ieri l’Avvenire sono impressionanti. Nei primi 15 giorni del mese di luglio, i morti nei mari italiani sono passati ( rispetto agli stessi giorni dell’anno precedente) da 68 a 153. Nonostante una fortissima riduzione degli sbarchi e anche delle partenze dall’Africa. La differenza è di 85 vite umane. Una quantità incredibile, una strage paragonabile soltanto alle più sanguinose stragi provocate in Italia dal terrorismo ( 85 furono i morti del devastante attentato del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna).

Non si tratta di attribuire questi morti alla responsabilità di qualcuno. ( Oltretutto l’aumento dei morti è iniziato prima dell’insediamento di questo governo, quando il governo era di centrosinistra). Semplicemente trovo assurdo che nella discussione non entri il tema dei morti. A me parrebbe che chiunque – di destra o di sinistra, giallo verde rosso o blu – debba considerare il problema del salvataggio della vita umana come prioritario. E solo successivamente iniziare la discussione sugli ingressi in Italia.

Da che dipende questo squilibrio nella discussione politica, tra questioni gigantesche ignorate e tante piccole quisquilie ingigantite?

Penso che dipenda da una sorta di cecità che riguarda tutti e a tutti i livelli. Riguarda l’establishment, la classe politica e anche l’opinione pubblica. Questa cecità produce la confusione tra realtà e percezione. Che cresce sempre di più e rende difficilissimo sia il ragionamento che la lotta politica.

Provo a spiegarmi. Sarò anche molto novecentesco, ma nessuno, credo, potrà mai convincermi che esista una sola ragione al mondo per considerare 85 morti in mare, in pochi giorni, un problema irrilevante di fronte alla questione dei 50 milioni di euro di vitalizi da risparmiare. E invece i giornali, i politici, l’opinione pubblica, percepiscono così. E allo stesso modo non riesco a capire per quale ragione fu considerata una gigantesca ferita all’idea stessa di democrazia la proposta di Renzi di passare dal bicameralismo al monocameralismo, e venga invece considerata di scarso rilievo la proposta di abolire il parlamento e sostituirlo con una piattaforma web.

Temo che il problema di fondo che abbiamo davanti sia questo. E cioè la difficoltà a misurarsi con il reale, con il vero. La confusione tra notizia e favola. Tra news e fakenews.

C’è un famoso passo di Hannah Arendt, che ricopio qui, e molti di voi probabilmente conoscono. Scrisse la Arendt, tra le massime studiose del totalitarismo: « Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più».

Non vorrei sembrare troppo allarmista, ma secondo non aveva torto Hannah Arendt.

 

Cari amici Cinque Stelle, siate prudenti: si fa presto a diventare Pol Pot…

L’arroganza deve fermarsi prima del limite

La compagna di Roberto Fico ha scritto su Facebook i versi di una canzone molto arrabbiata di Francesco Guccini, per rispondere alle polemiche che si sono accese in questi giorni per via della sua colf alla quale, sembra, non vengono pagati i contributi. Qualche ora prima il leader dei 5 Stelle, Luigi Di Maio, aveva pronunciato, a Porta a Porta, delle frasi furenti contro i giornalisti che lo criticano.

Naturalmente è assurdo mettere sullo stesso piano le due cose. Di Maio è un leader politico, la compagna di Roberto Fico è una privata cittadina. Cari amici Cinque Stelle, si fa presto a diventare Pol Pot…

Certamente è una persona per bene, anche se ha commesso un errore, ed è stata coinvolta in una polemica turbinosa, ed esposta ingiustamente a pubblico linciaggio. Non ho la minima idea se abbia pagato o no i contributi, ma non posso che nutrire simpatia per lei, finita in quella macchina del fango che da diversi anni avvelena la politica e la vita pubblica e privata del nostro paese. Grazie ai giornali, grazie alle Tv, grazie alla rete, grazie a diversi partiti politici ( non tutti). Non è la prima persona a cui succede e purtroppo non sarà l’ultima. Tuttavia gli esprimo la mia solidarietà. Di Maio invece è il capo del primo partito italiano. Almeno, così mi pare di aver capito. E l’altra sera, in seduta privata da Vespa ( privata, perché i 5 Stelle non ammettono nessun confronto con esponenti di altri partiti, e per questo hanno modificato il funzionamento di tutti i talk show) ha giurato che prima o poi si vendicherà di quei direttori e di quei giornalisti che si sono dimostrati nemici del movimento 5 Stelle. E li spazzerà via. Di Maio ha anche detto delle cose vere ( ha detto, più o meno: “quando si pensava che noi stessimo per andare al governo, tutti i giornalisti lì a lisciarsi il pelo; ora che sospettano che al governo non ci andremo, tutti a criticare”: beh, non si può dire che la sua sensazione sia del tutto infondata…).

Il problema è il tono minatorio che ha usato verso i giornalisti critici, e l’idea padronale che ha dimostrato di avere verso il giornalismo. Ha fatto capire che lui, e il suo partito, considerano il giornalismo una variabile della politica, lo considerano un mestiere che comunque deve restare subalterno alla politica, e ha annunciato che appena avrà il potere lo userà per tacitare le voci critiche. Cambierà i direttori, cambierà i giornalisti, cambierà le linee politiche, non ho capito se solo dei telegiornali o anche dei giornali.

Può sembrare una questione secondaria, di fronte alla gravità della crisi e alla complessità dei problemi che la crisi comporta. Invece no, non è secondaria. Perché investe un problema essenziale: l’idea di democrazia che prevale nel partito di maggioranza relativa. E l’idea di democrazia che il Movimento 5 Stelle ci trasmette è un’idea terrificante. E’ una democrazia fatta a brandelli e ridotta alla piattaforma Rousseau al servizio e agli ordini di un imprenditore privato.

E’ solo un problema di arroganza? Può darsi, ma talvolta l’arroganza diventa una sostanza molto pericolosa. Può avvelenare tutto. Può trasformare un movimento di protesta in una specie di imitazione di Pol Pot. ( Chi era Pol Pot? Il dittatore cambogiano che alla fine degli anni 70 armò un esercito di ragazzini per abbattere e radere al suolo l’intera intellighenzia del paese).

Per questa ragione, sebbene abbia espresso solidarietà alla compagna di Roberto Fico, anche la sua reazione alle polemiche giornalistiche mi è sembrata sbagliata e pericolosa. Lei ha scritto su facebook i bei versi di Guccini – rabbiosi – che qui ricopio: «Le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali; tornate a casa nani, levatevi davanti, per la mia rabbia enorme mi servono giganti». In sostanza Ha chiamato maiali e nanni i giornalisti che si erano limitati a mettere il Presidente della Camera di fronte alla responsabilità di dichiarazioni che aveva rilasciato in aperto contrasto con la realtà. Roberto Fico ha sostenuto che la colf era solo un’amica della sua fidanzata, mentre la colf ha dichiarato di lavorare a orario fisso per un piccolo stipendio in nero.

Non credo affatto che questo incidente debba provocare le dimissioni di Fico. Che forse sarà un ottimo presidente della Camera, o forse un pessimo, non perché la sua fidanzata paghi o non paghi i contributi alla colf. Credo però che Fico avrebbe dovuto assumersi la responsabilità di quello che è successo, per la semplice ragione che lui è il leader di un partito che da anni getta fango su tutti gli avversari politici, e non solo politici, e che ha stabilito che l’onestà e la trasparenza sono gli unici valori rispettabili. E’ chiaro che non può, quando il fango lo tirano a lui, rispondere: “così non vale”. Cosa avrebbe dovuto fare Fico? Forse una cosa semplicissima: ammettere, serenamente, che talvolta i partiti politici, in particolare il suo, usano il linciaggio e il lancio del fango per motivi meschini di tipo elettorale, fregandosene del diritto e della dignità delle persone. Punto.

La sua compagna invece può fare quello che gli pare, e nessuno le deve rompere le scatole ( salvo, eventualmente, farle pagare una multa); ma se pure lei a un incidente risponde insultando chi gli sta antipatico, e dandogli del maiale, non è un bel messaggio. Le iene si sono comportate da maiali? Non mi pare proprio, anche se neanch’io amo particolarmente quel tipo assai aggressivo di giornalismo.

Comunque offro un consiglio ai giovani leader dei 5 stelle: studiate un pochino. La democrazia è una materia complicatissima, che richiede cultura, conoscenza, abitudine, tolleranza, anche esperienza. Senno non funziona. Voi la conoscete pochissimo la democrazia, si vede a ochhio nudo. Siccome però rappresentate un terzo dell’elettorato, sarebbe utile un corso accelerato. Non andate da Grillo a chiedere lezione, perché lui è anziano, ma di queste cose ne sa poco.

 

Vademecum del populista

Cos’è il populismo? Non sono uno studioso di politologia per dare una spiegazione teorica. Posso provare a “nominare” alcune caratteristiche che tornano sempre e che sono elementi fissi nella fisionomia populista. A me ne vengono in mente quattro.

Il giustizialismo.

Tutti i movimenti populisti hanno questa impronta. Non esistono movimenti populisti garantisti, e neppure libertari. L’idea di fondo che sorregge il populismo è quella dell’uso della macchina della giustizia per creare equità sociale. Vademecum del perfetto populista

Di conseguenza la giustizia non coincide più con lo Stato di diritto. La giustizia assume una struttura e una finalità diversa: è una mescolanza tra la sua natura giuridica e la sua natura sociale. Non c’è più distinzione tra diritto e giustizia sociale. E la macchina della giustizia è chiamata al compito di fondere queste due categorie. Così la giustizia non deve occuparsi più di perseguire il reato, e di accertarlo, ma ha il compito di appianare l’ingiustizia.

Dal punto di vista lessicale questa idea è anche sensata. E’ logico che giustizia e ingiustizia si contrappongono. E’ chiaro però che per arrivare a questa contrapposizione, e alla fusione tra giustizia giuridica e giustizia sociale, occorre mettere tra parentesi lo Stato di diritto. Il giustizialismo prevede che sia perseguita l’ingiustizia al di là del codice penale. E prevede che la ricerca della prova sia utile ma non essenziale. Il giustizialismo considera la rinuncia allo stato di diritto, e dunque anche alla presunzione di innocenza e al pieno diritto alla difesa, come rinuncia dolorosa ma indispensabile per dare una scossa alla società e per ricostruire una forma di Stato che abbia al suo centro l’etica, e tenga solo in secondo piano il diritto.

Il giustizialismo ha come obiettivo lo Stato etico. Non necessariamente violento e dittatoriale, come in genere si configura lo Stato etico, o, almeno, come sempre si è presentato in passato. Il sogno del giustizialismo è uno stato etico dal volto umano, che conservi in gran parte la forma democratica, ma senza considerare la democrazia una conditio sine qua non.

La guerra dei penultimi.

Il populismo è fondato su un’idea molto prercisa di popolo. Il popolo non è tutto, mai, in nessuna dottrina politica. Nel marxismo il popolo viene fatto spesso coincidere con la classe operaia, oppure con i lavoratori. Con l’esclusione della plebe, del sottoproletariato, e talvolta anche della piccola borghesia. “Piccolo borghese”, nel gergo marxista, è sempre stato qualcosa di molto vicino a un insulto. Nella dottrina populista invece il piccolo borghese è il dna del popolo. E l’operazione sociale populista è quella di unificare la piccola borghesia e il proletariato, e di creare un popolo dei penultimi che lotti contro gli ultimi e contro i primi, cioè l’establishment, l’alta borghesia e le classi dirigenti.

Chi sono gli ultimi? Tutti gli emarginati, e in particolare, naturalmente, gli illegali e soprattutto gli illegali stranieri. La xenofobia non è un risvolto ideologico e astratto del populismo, ma è il suo risvolto sociale. Lo straniero visto come ultimo, e dunque come nemico del popolo al pari degli illegali poveri, e del vertice della società. Ho scritto “illegali poveri”, per distinguerli da quelli meno poveri. Il populismo condanna rigorosissimamente i piccoli reati del sottoproletariato, o dei giovani, e i reati economici dei ricchi; è disposto invece a tollerare le piccole evasioni o i reati economici “difensivi” del ceto medio.

L’odio al posto della lotta.

Il populismo, come tutti i movimenti che suscitano un ampio consenso, si basa su una ideologia. L’ideologia populista però non è costruita su un progetto politico ma su un sentimento: l’odio. L’odio di classe era un sentimento previsto e diffuso nell’immaginario marxista. Ma era concepito come supporto alla lotta. Il marxismo puntava tutte le sue carte sulla lotta di massa: gli scioperi, i cortei, l’occupazione delle fabbriche o delle università, talvolta addirittura il luddismo, la battaglia parlamentare condotta anche con mezzi estremi, come l’ostruzionismo. L’odio era solo uno strumento. In che senso? La “bibbia” era la lotta di classe, l’odio di classe era il carburante per spingere la lotta di classe.

Nel populismo invece l’odio diventa qualcosa più di uno strumento. Diventa, appunto, ideologia. Tu sei tanto più coerente con le finalità del movimento quanto più riesci a odiare e ad esprimere il tuo odio pubblicamente. L’odio ti è richiesto e viene usato come strumento di proselitismo, di propaganda. E anche di unificazione del popolo. L’odio è l’identità. L’odio è un valore, anzi: il valore. La lotta politica è una categoria che quasi sparisce, interamente surrogata dall’odio.

Il rifiuto della politica.

La conseguenza dell’ideologia dell’odio è il disprezzo per la politica. Quando si dice che il movimento populista è l’espressione della antipolitica, non si sostiene che il movimento non ha un peso sulla politica. Semplicemente che rifiuta e denuncia gli strumenti tradizionali della politica: la strategia, il programma, la ricerca dell’intesa, la delega. E – appunto – la lotta di massa. Il movimento populista condanna queste pratiche. Propone la democrazia diretta ma spesso indica un modello di democrazia diretta del tutto platonico, e in questo modo, mentre combatte la politica e i suoi metodi, avvia un percorso di abolizione della democrazia delegata e cioè – in ultima istanza – della democrazia.

Mi fermo qui. E pongo una domanda. Su quali di questi punti si differenziano Movimento Cinque Stelle e Lega? A me sembra che la Lega sia più moderata, i 5 Stelle più radicali, ma non vedo differenze sostanziali ( forse ci sono differenze solo sull’uiltimo punto, perché la Lega è favorevole alla democrazia politica). Per questo non capisco perché non dovrebbero trovare il modo per governare insieme.

 

Un grazie al magistrato di Sassari

Ha sfidato giornali, i suoi colleghi e l’opinione pubblica e ha concesso al detenuto al 41 bis di andare a trovare la mamma di 92 anni

Il tribunale di sorveglianza di Sassari ha concesso a un detenuto al 41 bis il permesso di visitare la mamma, molto anziana e in cattive condizioni di salute. La decisione del tribunale di sorveglianza ha sollevato uno scandalo. Guidato da molti giornali, anche dai più diffusi quotidiani nazionali. Perché questo scandalo? Perché il detenuto in questione è stato condannato per reati di mafia molto gravi, anche omicidi, e attualmente è in regime di carcere duro. Il detenuto si chiama Domenico Gallico ed è considerato uno dei principali boss della ‘ ndrangheta a Palmi. È stato condannato 7 volte all’ergastolo. La mamma ha 92 anni, e anche lei è stata condannata per mafia, ha preso un ergastolo.

Ma ora per ragioni di salute e di età le è stato permesso di tornare a casa ai domiciliari.

Il giudice del tribunale di sorveglianza di Sassari ha motivato in modo assai semplice la sua decisione. Negare il permesso – ha detto – avrebbe reso inumana la pena, e dunque sarebbe stata una decisione in contrasto con le leggi e con la Costituzione. Cioè sarebbe stata una decisione illegale. Un detenuto, a prescindere dai delitti che ha commesso, ha il diritto di visitare la mamma morente. L’ordinamento penitenziario consente la concessione di questi permessi anche per i detenuti al 41 bis ( l’avvocata Teresa Pintus, difensore di Domenico Gallico, precisa che esiste un articolo preciso del regolamento, il numero 30, che prevede la concessione del permesso). Il tribunale di sorveglianza di Sassari – cosa non consueta – ha messo il principio costituzionale davanti alle ragioni – diciamo così – di ascolto dell’opinione pubblica. È chiaro che concedere un permesso a un ergastolano al 41 bis ( cioè a una persona che nel senso comune ormai prevalente è considerato come un individuo quasi al di fuori del genere umano) non incontra il favore di gran parte dell’opinione pubblica e va a cozzare contro lo spirito dei giornali e di ampi settori della magistratura.

E infatti è stato in realtà proprio un pezzo della magistratura ad aprire la polemica e dare il là ai giornali ( la notizia, oltretutto, anche per ragioni di sicurezza, avrebbe dovuto restare segreta, ma, al solito, ha prevalso la filosofia della fuga di notizie, che era stata proprio ieri criticata severamente dal dottor Albamonte, presidente dell’Anm). Dalla Dda di Reggio Calabria ( la Dda è la direzione distrettuale antimafia) si è osservato che il detenuto è pericoloso, per i suoi precedenti ( una volta, qualche anno fa, si avventò contro un sostituto procuratore) e potrebbe tentare l’evasione. E per queste ragioni si è chiesto al magistrato di Sassari di lasciarlo in cella. Il magistrato di Sassari si è limitato, più saggiamente, a disporre misure di sicurezza. Gallico sarà scortato a Palmi, avrà solo un’ora di tempo per incontrare la madre, non potrà incontrare nessun altro, sarà controllato a vista, sempre, minuto dopo minuto, dalle guardie armate.

Queste cautele non son servite a niente, e la stampa, col via libero della Dda di Reggio Calabria, si è scatenata contro il magistrato “buonista”.

Dal punto di vista legale c’è poco da commentare. La decisione del magistrato di Sassari è ineccepibile.

Dal punto di vista della giustizia- spettacolo c’è solo da osservare la nuova dimostrazione della sinergia stampa- magistratura, che non ha molto a che fare con l’applicazione della giustizia e che permette la trasfor-mazione della giustizia in occasione di speculazione giornalistica.

Dal punto di vista dell’umanità, invece, devo dire che la ferocia della campagna giornalistica stupisce persino chi, come me, è molto prevenuto nei confronti della saldezza morale e culturale della categoria. Possibile che degli individui pensanti davvero trovino scandaloso che a una persona umana sia concesso il permesso di rivedere la mamma morente? È normale che tanta ferocia, tanto cinismo, siano il carburante di quello che viene chiamato il giornalismo d’inchiesta? Davvero il grado della civiltà della nostra intellighenzia, in pochi anni, è sceso così vertiginosamente.

Dal punto di vista della legalità, invece, c’è da riflettere sulla condizione difficilissima nella quale, spesso, lavorano – in silenzio – tanti magistrati. I quali cercano di applicare la legge con giustizia e umanità. Ma sanno che se davvero usano il metro dell’umanità nelle loro decisioni, rischiano di essere linciati dalla stampa. E devono essere molto forti, e avere molto coraggio, per fare con serietà il loro lavoro. Dobbiamo molto a questi magistrati.

 

Li sbattono in cella per curarli. Così li uccidono…

Un ragazzino di 21 anni, timido, impaurito, si alza in piedi davanti ai giudici del Tribunale di Roma, e parla con voce un po’ tremante. Dice esattamente così: « Regina Coeli è un caos, io ogni mattina mi sveglio e soffro. Soffro mentalmente, psicologicamente… Guardate, veramente do la mia parola d’onore, di uomo, che se mi mandate a Villa Letizia o a casa mia, io seguo tutte le terapie che mi date, dal Cim al Sert… Io sono convinto di curarmi… perché voglio fare una vita normale, voglio sposarmi, avere dei figli, mi voglio fare una famiglia, voglio andare a lavorare, voglio essere normale… Perché sono un ragazzo…» È il 14 febbraio dell’anno scorso. Il ragazzo si chiama Valerio Guerrieri. Non è mentalmente stabile. Sta male, male. Ha avuto piccoli problemi con la giustizia quando era minorenne, poi quando è diventato maggiorenne lo hanno arrestato per resistenza alla forza pubblica. Il giudice lo ha mandato ai domiciliari ma i carabinieri invece di accompagnarlo a casa lo hanno portato in prigione. Era il settembre del 2016 e il calvario inizia lì. Prosegue con un su e giù tra Regina Coeli e il rems di Ceccano. Per più di un anno. Il 21 dicembre del 2017 il Pm chiede il carcere. Poche storie, il responsabile di Ceccano dice che sta benissimo e quindi va in carcere. Però il Pm chiede anche la visita di un perito. La visita viene verbalizzata davanti al tribunale il 14 febbraio. Il perito usa parole drammatiche. Dice che non esiste nessuna possibilità di compatibilità tra situazione psichica di Valerio e la prigione. Liberatelo, liberatelo, liberatelo. Dice che le probabilità di suicidio sono altissime.

Ed è proprio dopo la relazione del perito che Valerio pronuncia quel discorso breve e commovente. Quel giuramento di disciplina. «Fatemi uscire… do la mia parola…».

Il tribunale decide che Valerio non può stare in cella, deve andare in una struttura adatta. Ma la struttura non c’è. Valerio allora viene portato di nuovo a Regina Coeli. Per lui è il ritorno all’inferno. Non ce la fa, non ce la può fare. Passano dieci giorni. Di incubo. Il 23 febbraioscrive alla mamma: «Sto male, non posso comprarmi neanche un pacco di biscotti. Ma’, ti voglio bene. Ti aspetto qui». La mattina del 24 febbraio nonha più voglia di aspettare: prende un lenzuolo, va in ba- gno, si impicca.

Questa storia l’abbiamo già raccontata sul Dubbio l’anno scorso. Ieri è stata denunciata dal Presidente della camera penale di Roma, Cesare Placanica, durante una conferenza stampa nella quale i penalisti hanno annunciato lo sciopero per chiedere l’approvazione della riforma carceraria ( ne parla Damiano Aliprandi a pagina 12). E Placanica ha letto la trascrizione del discorso di Valerio, che francamente farebbe commuovere anche un cuore di piombo e ghiaccio.

Pochi minuti prima che parlasse Placanica, aveva parlato Patrizio Gonnella, che è il presidente di Antigone. Il quale ha raccontato una storia molto simile a quella di Valerio, ma ancora in corso. Per fortuna. Quella di Alessandro Cassoni, 24 anni, anche lui con problemi psichiatrici gravissimi, prigioniero a Vasto. Anche per Alessandro il perito è stato drastico: sta male, non può rimanere in carcere è a fortissimo rischio suicidario. È malato di epilessia e di una forma molto forte di schizofrenia paranoide. Il magistrato di sorveglianza lo scorso 7 dicembre aveva preso atto della assoluta incompatibilità del ragazzo con il regime carcerario. Dal 7 dicembre sono passati quasi tre mesi: Alessandro è lì. In cella. La mamma ha scritto una denuncia che ha consegnato al tribunale di Chieti. La denuncia è un racconto dettagliatissimo della vicenda. Scrive la mamma di Alessandro: «Sono una madre che non giustifica le colpe di suo figlio. Non rivendico qualche privilegio. Vorrei che fossero rispettati i diritti di mio figlio e di ogni essere umano contro gli abusi di chi ha il dovere di salvaguardare la vita di persone fragili perché gravemente malate e perché detenute». Alessandro oggi è ancora nel carcere di Vasto. È ancora vivo. Adesso lasciamo stare tutte le polemiche, va bene. Però qualcuno si muova. Alessandro va liberato subito, e bisogna curarlo, perché lo Stato dico lo Stato – ha il dovere e non l’opzione di salvare, se può, la vita dei suoi cittadini. Valerio fu sequestrato illegalmente dallo Stato e spinto alla morte. Così stanno le cose, è inutile fare giri di parole. Per Alessandro la situazione è identica.

Ieri le Camere penali hanno annunciato lo sciopero del 13 e del 14 marzo in sostegno della riforma carceraria. La riforma forse aiuterebbe ad evitare queste tragedie. Nei giorni scorsi la riforma ha ottenuto parecchi sostegni. Quello del Consiglio nazionale forense, quello di molti giuristi, di alcuni magistrati, e di alcuni intellettuali. La riforma è molto importante, perché tende a ripristinare una situazione di legalità nelle carceri. Certo, non è una riforma che porta voti, e naturalmente è sotto il tiro politico dei partiti e dei giornali del fronte populista. Si capisce che le forze moderate che la sostengono siano un po’ intimorite. Però è necessario che si scuotano, e trovino il coraggio di agire. Deve trovare questo coraggio soprattutto il governo, che invece ha dato nei giorni scorsi la sensazione di avere ceduto alle pressioni del fronte reazionario. E deve trovarlo almeno un pezzo dell’intellettualità italiana. Possibile che il paese di Sciascia, di Calvino, di Pasolini, di Umberto Eco, di Rodotà, di Furio Colombo, sia diventato un luogo dove l’intellettualità riesce solo a chiedere ordine e punizione? Possibile che le vicende di Alessandro, che è vivo, e di Valerio, che è morto solo come un cane appeso a un cappio, non facciano fremere nessuno? Io non ci credo

 

Ma insomma, Errani è un farabutto o no?

Travaglio ci ripensa, ritira il fango e diventa garantista

Non c’è niente da fare: se volete trovare un forcaiolo vero, a 24 carati, coerente, ferreo, dovete per forza rivolgervi a Davigo. Lui sì che è stato mandato da Dio, e non vacilla mai, ed è incorruttibile. Lui e lui solo. Tutti gli altri nascondono un lato perverso, garantista o addirittura perdoni- sta. Compreso il capo dei capi dei giustizialisti, il Savonarola per eccellenza, l’accusatore, il colpevolista, il Viscinski del terzo millennio: Marco Travaglio.

Ieri ha scritto sul “ Fatto” un editoriale quasi tutto molto travagliano. Nel quale, come è sua abitudine, dà dello stragista a Berlusconi, dell’imbecille a Prodi, dello stalinista a Renzi, dell’ipocrita a quasi tutti i corrispondenti dei giornali esteri.

Stragista a Berlusconi è testuale, le altre qualifiche sono solo sottintese. E però poi prende una paurosa sbandata. Scrive così: « Il professore ( Prodi, ndr) a Bologna dovrà votare Casini… contro una figura storica del centrosinistra bolognese come Vasco Errani ». Stupore del lettore. Vasco Errani?? Vasco errani sarebbe una icona della grande politica e della sinistra, di fronte alla quale un elettore non può fare altro che inchinarsi? Ma, ma, ma… Andiamo a vedere cosa scriveva Marco Travaglio, meno di due anni fa, di questo Vasco Errani. C’è un articolo dell’agosto del 2017 che è intiolato così: « Errani humanum est, perseverare diaboliucum ». E porta la firma di Travaglio. Ne trascrivo solo qualche riga: « Vasco Errani commissario alla ricostruzione. É stato assolto, ma è proprio il caso di nominare un ex governatore che finanziò la coop di suo fratello? ».

Un paio di mesi prima invece era uscito un articolo intitolato « La combriccola del Vasco ». Anche qui trascrivo qualche riga: « Nel 2006 la giunta di Vasco Errani regala 1 milione di euro alla coop rossa Terremerse presieduta da suo fratello Giovanni per un nuovo stabilimento enologico a Imola che risulta già costruito. Un bel conflitto d’interessi, direbbe la combriccola del Vasco se al posto suo ci fosse Berlusconi o qualcuno dei suoi. Invece tutti zitti. Anche quando si scopre che la cantina finanziata dalla Regione non è stata costruita, dunque a quei fondi pubblici non aveva diritto ».

Voi direte: d’accordo, però dopo quegli articoli Errani fu assolto, e ora Travaglio ne prende atto e lo riabilita. Nient’affatto: quegli articoli sono stati scritti dopo l’assoluzione. E Travaglio riuscì a spiegare come l’assoluzione non valeva niente, perché comunque Errani forse era colpevole. Scriveva così: « Non solo un pm, ma tre giudici di primo appello e cinque di Cassazione, oltre a tre procuratori generali, hanno attestato che il processo andava fatto… Resta da capire se i fatti addebitati a Errani, giudicati delittuosi da alcuni giudici e penalmente irrilevanti da altri ( che, avendo l’ultima parola, hanno ragione per convenzione, non per scienza infusa) siano compatibili con la santificazione, o se invece siano almeno politicamente disdicevoli» Ora, come per miracolo, Errani diventa un gigante della sinistra. E Casini invotabile, sebbene Casini, in realtà, sia uno dei pochissimi esponenti della prima Repubblica a non aver mai avuto guai con la giustizia. Tanto che se si dovessero rispettare le idee del partito di Travaglio – onestà, onestà! – uno non potrebbe fare altro che votarlo.

Detto questo vorrei spiegare bene una cosa. Errani è innocente, è stato dichiarato innocente, è una persona rispettabilissima, un dirigente politico di grande valore e con alle spalle una storia robusta. Caso abbastanza raro, peraltro, nella classe politica di oggi, dominata dai 5 Stelle e da vari cloni o imitatori. Sono convinto che chi lo voterà non si pentirà.

Il problema non è Errani, è la fragilità del giustizialismo. La mia su Davigo non era una battuta. Le sue idee mi terrorizzano, penso che siano lontanissime dalle idee di un liberale, che siano incompatibili con una società basata sul diritto e sulla democrazia. Però provo un sentimento di grande rispetto per Davigo, perché non posso non riconoscere la sua coerenza. Il giustizialismo di Davigo è un principio formidabile, ferreo, non è lo strumento, agile e pieghevole, per una battaglia politica.

È un caso unico. Lo stesso Travaglio vive il giustizialismo solo come una occasione per scagliarsi contro gli avversari. Lo sospende, naturalmente, se le vittime del giustizialismo sono i 5 Stelle, ma lo sospende persino con Errani, dopo aver rovesciato fango su di lui, se esaltare Errani può essere utile per polemizzare con Prodi o con Renzi.

Devo dire, per onestà, anche un’altra cosa. Purtroppo, molto spesso, anche il garantismo è oscillante. E proprio per questo è debole, non riesce ad assumere la posizione che gli spetterebbe nel dibattito politico. Troppe volte viene usato solo come scudo per i propri amici. E poi viene smentito immediatamente se smentirlo può servire a colpire gli avversari. Quante volte ho sentito esaltare il garantismo e poi dire: «Buttate la chiave…». Mi viene in mente Salvini, per esempio, ma mica solo lui.

 

Tempismo un po’ sfacciato

Il grado di attenzione verso Berlusconi è direttamente proporzionale al peso politico che egli esercita nelle varie fasi della sua carriera politica

Zacchete. I tempi son stati calcolati con grande precisione. La campagna elettorale per le politiche ormai è aperta. I giornali, le tv – tutti i giornali e le Tv – dicono che Berlusconi è tornato protagonista, che ha ripreso la guida del centrodestra, che sta guadagnando consensi, che è al centro della scena.

Zacchete. C’è sempre una procura pronta ad agire. Stavolta è toccato a Torino. Alla Procura di Torino gli orologi funzionano benissimo, spaccano il minuto.

Ieri mattina l’Ansa ha battuto la notizia della richiesta di rinvio a giudizio di Berlusconi Silvio, per il cosiddetto Ruby ter. I processi per il caso Ruby ( rapporti non chiari tra l’ex premier e una ragazza) finora sono tre ( più alcuni minori). Il tempismo della procura di Torino stavolta è un po’ sfacciato

Probabilmente, se anche il terzo va in malora, se ne aprirà un quarto, raggiungendo così il record dei processi- Moro ( strage di via Fani, sequestro del presidente della Dc e sua esecuzione). Il Ruby quater potrebbe rendersi necessario se la prossima legislatura, come molti immaginano, dovesse durare poco, per mancanza di maggioranza, e se si tornasse a votare entro il 2018. Allora un Ruby quater potrebbe essere indispensabile.

Guardate che non sto affatto facendo ironia. Sono serissimo: la mia è una cronaca dei fatti accompagnata da qualche facile previsione.

È vero naturalmente che esiste una parte maggioritaria della magistratura, molto seria, che fa molto seriamente il proprio lavoro ( giudicare i delitti, accertarli, eventualmente punirli con saggezza ed equilibrio). Ma esiste altrettanto indubitabilmente un pezzo di magistratura, forse piccolo ma in grado di coprire tutto il territorio nazionale, che ritiene invece che il proprio compito sia quello di impedire alla politica di svolgere il suo ruolo: nella certezza che politica e corruzione siano due sinonimi.

Questa parte della magistratura è politicamente trasversale. Comprende giudici di sinistra, di destra e grillini. E colpisce destra, sinistra e 5 Stelle. Basta guardare il caso Messina, dove in meno di un mese sono stati presi di mira e colpiti ben cinque candidati alle elezioni, dei quali quattro eletti e uno primo dei non eletti, appartenenti a tutti e tre gli schieramenti politici. Ed è stata posta una ipoteca seria sulla possibilità di formare una giunta regionale con la maggioranza decretata dagli elettori.

Spesso, l’obiettivo di alcuni giudici è quello: decidere gli equilibri politici, modificando quelli stabiliti dall’elettorato. Anche perché lo stesso elettorato, per quanto anonimo, siccome vota, è sospettabile, molto sospettabile di voto di scambio, e dunque non è una fonte legittima del potere.

La trasversalità della magistratura in guerra con la politica ( e con il sistema democratico) non toglie nulla alla attenzione del tutto particolare che viene comunque riservata a Silvio Berlusconi. Il grado dell’attenzione verso Berlusconi è direttamente proporzionale al peso politico che egli esercita nelle varie fasi della sua carriera politica. Negli ultimi anni il cavaliere, dopo la batosta dell’esclusione dal Senato, si era un po’ ritirato in seconda fila, e la magistratura si era messa tranquilla. Gli ultimi sondaggi hanno fatto suonare il campanello di allarme (“torna Berlusconi!! Torna Berlusconi!!), e ieri è partito il nuovo attacco.

Sempre ieri si è conclusa la vicenda del senatore Piero Ajello. Il quale ha vissuto sette anni d’inferno perché due mafiosi pentiti lo avevano accusato di voto di scambio e la Procura di Catanzaro aveva dato retta i due mafiosi. I giudici poi hanno accertato che le accuse erano false e Aiello è stato assolto più volte, ieri, definitivamente, dalla Corte di Cassazione. Ha commentato così: «Finalmente posso ricominciare il mio lavoro». All’epoca la Procura aveva chiesto il suo arresto.

Non si è conclusa, invece, ma è appena iniziata, – proprio ieri, nelle stesse ore dell’assoluzione di Ajello e della richiesta di processo per il cavaliere – la vicenda del sindaco di Mantova che è stato accusato dai Pm di avere concesso dei finanziamenti a una associazione chiedendo in cambio sesso alla amministratrice di questa associazione. Il sindaco dice che è tutto falso. Ma quello che è più curioso è che anche la vittima della presunta concussione dice che è tutto falso. Non basta: si va avanti. Chissà se anche questa vicenda durerà sette anni. O chissà se, nel frattempo, la politica si convincerà che bisogna trovare il coraggio per dare un alt a questo stillicidio che inquina la lotta politica, la degrada, e indebolisce il prestigio della magistratura.

 

Quando arrestano un 5 stelle

Editoriale

Ieri in Sicilia hanno arrestato un altro candidato alle regionali. Il primo dei non eletti del Movimento 5 Stelle. Si chiama Fabrizio La Gaipa, è un albergatore, ha 42 anni ed è accusato di avere falsificato le buste paga dei suoi dipendenti e di averli costretti a firmarle: estorsione. Se i 5 Stelle avessero vinto le elezioni a La Gaipa sarebbe scattato il seggio e ora sarebbe consigliere. La guerra dei Pm in politica: ora l’impresentabile è 5 Stelle

Cioè sarebbe il secondo consigliere regionale arrestato nel giro di poco più di una settimana. Il primo, come sapete, è stato Cateno De Luca, di centrodestra. Arrestato sei giorni fa. Poi c’è anche l’avviso di garanzia a quello del Pd colpevole di aver preso un po’ troppe preferenze.

Diciamo che la magistratura siciliana non può essere accusata di immobilismo. È una magistratura attiva, tonica, e sempre pronta a entrare in politica a piedi uniti.

Questo signore del movimento 5 Stelle se dovesse essere definito con il vocabolario dei 5 Stelle sarebbe uno dei famosi impresentabili. Sfuggito alla Bindi. E finito in una foto trionfante abbracciato a Di Maio e Di Battista ( che però ieri in un twitt hanno spiegato che lui non rappresenta il movimento: evidentemente era una specie di candidato a sua insaputa). Se invece lo volessimo definire usando un vocabolario più civile ( magari ispirato ai principi della Costituzione) allora potremmo dire che è un indiziato ma che attualmente deve essere considerato innocente. Noi non sappiamo niente di lui, di come gestiva l’albergo, e non possiamo essere certi che i dipendenti che lo hanno accusato abbiano detto la verità. Né possiamo essere sicuri del contrario. Vorremmo aspettare un giudizio imparziale del Tribunale prima di emettere condanne e dar luogo a linciaggi.

Purtroppo non è così. Non è mai così. Il povero Cateno – che pure era stato già assolto 14 volte da altrettante accuse, evidentemente fantasiose, prima di finire agli arresti per questa nuova accusa di evasione fiscale – è stato messo nel tritacarne dai giornali, dalla politica, e in modo particolare dai 5 Stelle e dai giornali dei 5 Stelle. Per La Gaipa probabilmente ci sarà un trattamento più comprensivo, perché i 5 Stelle coi propri iscritti sono sempre un po’ più garantisti. Per fortuna. In compenso si scateneranno gli avversari dei 5 Stelle che sperano di potere trarre qualche beneficio da una speculazione sulla perfidia di La Gaipa, così come di solito i 5 Stelle pensano ( a ragione) di poter trarre discreti benefici dalla criminalizzazione degli avversari, molti dei quali poi risultano innocenti.

Quando s’uscirà da questa spirale? Probabilmente non è la politica ad avere in mano la chiave di soluzione del problema. Su questi temi la politica scarroccia come una barca travolta dal vento sulle fiancate. E il vento sono i giornali, e le Tv, e la rete. Sono loro ad avere in mano la chiave di soluzione del problema, ma è molto improbabile che vorranno usarla. I giornali, soprattutto, perché poi alla fine sono loro a “dettare” la linea. E la linea resta sempre quella: se un Pm arresta un esponente politico, quell’esponente politico è un mascalzone. I suoi proveranno a ridimensionare il caso ( non difendendo il loro esponente, ma dicendo che era un personaggio secondario o cose del genere) i nemici lo azzanneranno e diranno che è uno scandalo. E i giornali sosterranno gli azzannatori. Quell’articoletto della Costituzione ( il numero 27) che definisce la presunzione di innocenza e ne fa un principio basilare della nostra democrazia, quell’articoletto non appartiene alla cultura delle nostre classi dirigenti e tantomeno dei nostri intellettuali e di gran parte della magistratura.

In base a quell’articolo, e in base al codice di procedura, non era lecito arrestare né De Luca né La Gaipa. Non c’erano le condizioni. Del resto per i reati per i quali sono accusati non viene mai arrestato nessuno. Stavolta è diverso: perché loro sono politici e alcuni magistrati pensano che arrestando i politici, anche se illegalmente, se ne ottengono vantaggi in popolarità, oppure semplicemente pensano che un politico, in linea di massima, se c’è almeno un pretesto, va arrestato. Per ragioni etiche, di “pulizia sociale”. Proprio ieri il giornale dei 5 Stelle, con un articolo di Massimo Fini in prima pagina, ha chiesto più rigore e durezza nella carcerazione di De Luca, che è ai domiciliari. Proponeva di trasferirlo in cella. Il giornale dei 5 Stelle, che aveva dato in prima pagina con gran rilievo l’arresto di De Luca, non ha degnato nemmeno di un titolino piccolo piccolo in prima la notizia clamorosa della sua assoluzione ( abato scorso). Chissà se ora chiederà più rigore anche per la carcerazione ( ai domiciliari) di La Gaipa. Speriamo di no. Noi preferiamo sempre un po’ di garantismo. Un garantista per convenienza non sarà il meglio dei meglio, ma è sempre meglio di un forcaiolo per convenienza.

 

Come sarebbe bello se Marchionne pagasse le tasse

Pare che la Fiat per premiare Sergio Marchionne, che sta lavorando molto bene alla testa del gruppo, lo abbia gratificato con un premio di produzione. Anche a me una volta è successo. Misi in tasca 1300 euro. Ero molto contento. Marchionne ne ha messi in tasca di più: per ora 40 milioni di euro, per il 2017, ma se le cose andranno come devono andare tra qualche mese ne prenderà altri ottanta. I premi sono calcolati su base annua: non sono sempre uguali, possono aumentare o diminuire, dipende dai risultati.

Ho cercato di capire quanti fossero 40 milioni di euro, ma non mi sono raccapezzato bene. A occhio e croce dovrebbero essere circa tre volte quello che io posso guadagnare in tutta la mia vita. Sebbene io sia una persona benestante.

Oppure, cambiando il tipo di statistica, sono una cifra sufficiente a pagare lo stipendio, per un anno intero, a circa la metà dei dipendenti dello stabilimento Fiat di Mirafiori. E l’altra metà? Per pagare anche l’altra metà dei dipendenti bisognerebbe ricorrere allo stipendio vero e proprio di Marchionne. Quello fisso. Che non si capisce esattamente quale sia ma, scartabellando qua e la le pagine del web, pare che – tra una cosa e l’altra – sia vicino ai 50 milioni. Forse un po’ di più. Quindi, una volta liquidate le spettanze a tutti i dipendenti, resterebbero circa 10 milioni risicati risicati per Marchionne.

I cinque Stelle vanno sempre ripetendo quella fesseria un po’ insensata: uno vale uno. Che poi, giustamente, non applicano. La Fiat ha messo a punto quest’altra equazione, leggermente diversa: Sergio vale 5000. Oppure: Sergio vale tutti.

Non vorrei che queste mie frasi scherzose vi facessero pensare che sono una pauperista e che voglio l’appiattimento sociale e cose del genere, come i vecchi socialisti di una volta. No: sono per premiare il merito e non mi sogno nemmeno di negare il valore del mercato. Per carità. È chiaro che il lavoro di Marchionne ( che tutti dicono essere davvero eccellente) vale, per la Fiat, molto molto di più di quanto possa valere il lavoro di un ottimo operaio. Che vuol dire “molto molto”? Non so, io penserei 10, o magari 100. Però devo confessare che non mi verrebbe mai in mente l’idea che possa valere 5000 volte di più. Uno dei grandi capitalisti italiani, cioè uno di quelli che fece risorgere l’economia italiana dal disastro della guerra, aveva stabilito che nella sua azienda il massimo dell’oscillazione degli stipendi fosse da uno a cinque. Se l’apprendista guadagnava 100 mila lire al mese, il direttore generale poteva arrivare al massimo a mezzo milione, che allora era una bella cifra, credo che corrispondesse più o meno a 5000 euro di oggi. Questo capitalista si chiamava Adriano Olivetti, non era uno sconosciuto. E inventò parecchie cosucce. Se i suoi eredi ( economici) non avessero fatto un po’ di fesserie, probabilmente oggi l’Olivetti sarebbe più in alto della Apple e di Microsoft, perché Olivetti, quando l’informatica ancora era alla preistoria, era già vent’anni avanti a tutti.

Vabbé, lasciamo stare Olivetti. Che purtroppo morì nel 1960, un paio d’anni prima di Enrico Mattei, che anche lui era bravino e diede una spinta mica da niente all’economia italiana ( anche lui guadagnava l’equivalente di non più di 10mila euro al mese). E ammettiamo che nella nuova configurazione dell’economia capitalistica – che è molto lontana da quella precedente a Reagan, cioè agli anni 80 – il concetto di gerarchia e la rigidità del mercato hanno portato a una esasperazione nel premio ai vertici, alle eccellenze. Del resto Gianni Rivera guadagnava cinque milioni ( di lire) al mese, cioè più o meno 10 mila euro di oggi, mentre – chessò – Leonardo Bonucci, che non vale neanche un decimo di Rivera, oggi di euro al mese ne prende, credo, circa mezzo milione. 50 volte di più. Vedete che la sperequazione estrema non è una cosa che riguarda solo i grandi manager ( sospetto peraltro che Marchionne guadagni almeno 500 volte più di Vittorio Valletta, che pure, mezzo secolo fa, guidava la Fiat con qualche successo).

È così e non c’è niente da fare. La differenza tra la vetta e la base della piramide sociale è diventata abissale. Ma il problema non è quello di protestare per gli eccessi della vetta. Semplicemente bisognerebbe ragionare su due cose. Primo: esistono politiche fiscali che possano aiutare a ristabilire un’idea minima di giustizia sociale? Secondo: visto che è indubbio che negli ultimi dieci anni il grado dello sfruttamento dei lavoratori – autonomi e dipendenti – è incredibilmente aumentato, spingendo verso la soglia della povertà settori sempre più ampi di ceto medio e persino di professionisti, è giusto o no porsi il problema di come porre un freno a questa tendenza?

Io penso che alla seconda domanda bisogna rispondere senz’altro si. La politica non può lavarsene le mani. Ha tanti strumenti in mano per dare qualche regola al mercato. Deve usarli. Convincersi che se lascia mano libera al mercato e alle grandi potenze economiche, salta il patto sociale. Sto parlando degli operai, naturalmente, e dei disoccupati, ma anche del ceto medio e di una moltitudine di professionisti. Lasciati in balia del potere della Finanza.

E alla prima domanda mi verrebbe da suggerire una maggior progressività delle aliquote fiscali. Possibile che chi guadagna un milione all’anno – o anche dieci, o cento – paghi la stessa quota di chi guadagna 80 o 90 mila euro?

Ponendomi questo interrogativo, e ricordandomi che un vecchio ministro delle Finanze ( si chiamava Vanoni ed era democristiano) aveva portato oltre il 70 per cento l’aliquota per i ricchissimi, mi sono chiesto: se anche noi applicassimo l’aliquota del 70 per cento ( come fece per un breve periodo anche Hollande, in Francia) quanti soldini potrebbe raggranellare lo Stato solo con le tasse di Marchionne?

Beh, la risposta è sconsolate: zero. Perché Marchionne non paga le tasse in Italia. Si è inventato che lui è svizzero. E pensare che solo le tasse di Marchionne ( anche senza cambiare l’aliquota) se arrivassero all’erario varrebbero il doppio di tutto quello che possiamo risparmiare tagliando i vitalizi, oppure abolendo il Senato. Eppure tutti parlano dei vitalizi, e dicono che sono una cosa indegna, e che li paghiamo noi col sudore della fronte e cose così. Delle tasse di Marchionne invece non frega nulla a nessuno. Che volete che vi dica: onestà, onesta, onestà!

 

Prima pagina 8 Nov 2017 15:16 CET

Troppo facile darlo per finito

Non darei Renzi per finito: se è un leader, si rialza

EDITORIALE

Starei attento a dare per spacciato Matteo Renzi. A me sembra che l’ultimo anno per lui sia stato molto duro, l’annus horribilis: le sconfitte al referendum e in Sicilia non sono incidenti trascurabili. Due batoste. Però il leader politico non è colui che vince tutte le battaglie ( quello è Nembo kid, che però è un personaggio della fantasia…) ma è chi sa gestire vittorie e sconfitte, sa coniugare tattica e strategia, sa tenere ferma la linea e sa correggerla.

Matteo Renzi ha queste doti? E molto giovane, è salito appena da quattro o cinque anni sulla ribalta politica nazionale. Nessuno tra i grandi leader della prima e della seconda repubblica erano arrivati a responsabilità così grandi quando erano giovani come lui. Neppure Craxi, neppure Andreotti. Perciò è presto per giudicarlo.

Ora è chiamato a una sorta di esame di maturità. Ha tutti contro, non ha giornali amici, la televisione politica non lo sostiene o addirittura ( vedi la 7, cioè la più politica tra le reti televisive) gli è dichiaratamente ostile, l’intellettualità si tiene lontana e mostra disprezzo, nella sinistra ha molti nemici, gli elettori non lo hanno trattato bene. In queste condizioni deve cercare di riemergere, molto rapidamente, e condurre una campagna elettorale vincente che lo porti al riscatto in pochi mesi. Se riuscirà in questa operazione si affermerà come leader indiscusso, e potrà aspirare al ruolo di statista. Altrimenti, effettivamente, rischia di finire in seconda fila, o di sparire.

Il problema non è se riuscirà o no a fare il Presidente del Consiglio. Questo non è decisivo ( e non è nemmeno probabile). Il problema invece è se eviterà che il confronto politico si riduca allo scontro tra i populisti e la destra, cioè tra due raggruppamenti entrambi dello schieramento conservatore. Il risultato siciliano lascia intravvedere questa possibilità. Che vorrebbe dire la scomparsa della sinistra, delle sue parole, delle sue idee, dei suoi valori. Più o meno come è successo in Francia, dove l’estrema destra si è trovata a duellare con Macron e i socialisti si sono volatilizzati.

La sfida che Renzi ha davanti a sé è questa: tenere in campo la sinistra e riportarla alla pari con gli altri due contendenti. Per farlo dovrà cucire una saggia politica delle alleanze, superare certe sue fissazioni un po’ personalistiche, ricostruire un programma politico, ragionevole, magari anche moderato, ma che non escluda alcune grandi spinte ideali, proprie del mondo cattolico ( bergoglista) e della sinistra. Senza la sinistra e senza i cattolici progressiti Renzi è perduto.

Che vuol dire tutto questo? Vuol dire navigare contro vento, rischiare, sfidare.

In genere gli analisti politici non tengono mai conto della possibilità che un leader modifichi le condizioni date della battaglia. Gli analisti politici capiscono benissimo l’oggi, ma molto, molto raramente riescono a immaginare il domani e a vederne le variabili possibili. Renzi è una delle variabili possibili. In passato – e anche nel presente, per la verità – altri leader sono riusciti a rovesciare le grandi sconfitte. Successe a Togliatti, che non si fece travolgere dal terremoto del ‘ 48, successe a Fanfani, che era di nuovo presidente del Consiglio 15 anni dopo aver perso rovinosamente il referendum sul divorzio ( che aveva ostinatamente voluto), successe tante volte ad Andreotti, a Moro, successe a Marco Pannella, e – naturalmente, più recentemente – successe a Berlusconi. Che nel ‘ 96, dopo la vittoria di D’Alema e Prodi alle elezioni politiche, fu dato, da tutti, per morto e sepolto. E in molti si candidarono a sostituirlo. Poi, dopo la resurrezione e 15 anni di potere, fu dato per morto di nuovo dopo la liquidazione del suo governo nel 2011, e poi ancora dopo i processi e l’eliminazione fisica dal Senato. Di nuovo in molti si candidarono per sostituirlo alla guida del centrodestra. E invece eccolo qui, è lui che ha fermato Grillo sul famoso “bagnasciuga” siciliano, l’altro ieri, e ora dicono che la sua coalizione può avere il 40 per cento e forse di più alle elezioni politiche.

Non sono sicuro che Renzi riuscirà a compiere la stessa operazione. Francamente, però, non mi stupirei se ci riuscisse.

Avete un’idea per la Sicilia?

IL COMMENTO

Toc, toc… Qualcuno, per caso, ha qualche idea per la Sicilia?

Temo di no.

Stiamo assistendo a una delle campagne elettorali più inconsistenti degli ultimi anni. La battaglia politica tra i quattro principali contendenti avviene sul nulla. Ma che campagna elettorale è questa? Idee sulla Sicilia, zero

C’è un tale candidato assessore che ha proposto di bruciare vivo il presidente dei deputati democratici. Poi ci sono quelli che vanno in giro a cercare impresentabili ( proprio ieri ne hanno trovato uno e l’hanno messo in mezzo perché forse ha un cugino mafioso: sì, un cugino). Le polemiche tra centrosinista, centro- destra, 5 Stelle e sinistra radicale, sono tutte sui nomi, sulle facce, sulle amicizie, sulle inimicizie. Non si era mai vista una contesa completamente interna al ceto politico, come questa volta. E alla testa del ceto politico ora ci sono i grillini. Perdipiù, come previsto, è intervenuta nella rissa anche la magistratura con un colpo clamoroso. Tipo scie chimiche. Si sono inventati ( dopo un numero esorbitante di archiviazioni) che però forse, chissà, magari Berlusconi c’entra qualcosa con le stragi mafiose del ‘ 93. Dice: vabbé ma tanto nessuno ci crede a una bufala così. Vero. Però intanto non è un twitt o un post su facebook ma un atto ufficiale di una Procura della Repubblica. E non è una buona cosa che Procure della Repubblica e social network possano essere confusi e considerati di pari attendibilità. E poi ci sono sempre quelle 5 o 10 mila persone che magari ci credono, se non altro per il rispetto che portano alle istituzioni e alla Giustizia. E 5 o 10 mila voti, secondo i sondaggi, possono essere decisivi per l’esito delle elezioni.

Ora, però, la questione non è questa. Che i 5 Stelle nelle campagne elettorali godano dell’appoggio dei settori più spregiudicati delle Procure, credo che non sia una novità per nessuno. Tanto più che uno dei Pm più impegnati nello sforzo per accreditare l’accostamento tra Berlusconi e mafia è un Pm che ancora recentemente è stato indicato come possibile ministro dell’Interno in un eventuale governo a 5 Stelle. Il problema vero però è che procure o non procure, impresentabili o meno, nessuno dei partiti in gara, fin qui, ha mostrato di avere una mezza idea bucata su come tirar fuori la Sicilia dalla situazione di crisi gravissima nella quale versa.

Quale può essere, nei prossimi anni, il modello di sviluppo siciliano? Su quali attività economiche si può puntare? In che modo e con che soldi si può rafforzare uno stato sociale a brandelli? In che modo si può ricostruire lo Stato di diritto, sgretolato da anni di gestione assai approssimativa della macchina della Giustizia? Come si può ristabilire il diritto al lavoro, e il diritto del lavoro, sbrindellato dalla mafia e dall’assenza dello Stato?

I 5 Stelle si limitano ripetere quello slogan, che è acqua fresca ma piace tanto: «Onestà, Onestà». Ma non è che gli altri partiti brillino per forza di idee e fantasia.

Tra l’altro le elezioni siciliane si svolgono a poche settimane dai referendum padani, che hanno riaffermato la decisione di una parte importante – e trasversale – del mondo politico settentrionale, di chiedere più risorse pubbliche per il Nord e di limitare – di conseguenza – le risorse a disposizione per investimenti al Sud. Il Sud e la Sicilia negli ultimi anni – almeno da quando non esiste più la Cassa per il Mezzogiorno – non hanno visto più neanche un investimento piccolo così in opere pubbliche o in rafforzamento del welfare. E il rischio evidente è che una nuovo rafforzamento del “nordismo” abbia come conseguenza un allargamento del gap tra Nord e Mezzogiorno. La questione meridionale è ancora apertissima e urgente.

Non doveva essere questo il tema della campagna elettorale? Non dovevano i partiti mettere sul tavolo i loro progetti e spiegare con quali soldi pensavano che potessero essere finanziati?

Naturalmente le promesse elettorali spesso non vengono mantenute. Chiaro. Ma almeno rappresentano uno sforzo. Un tentativo della politica di costruire strategie. Una volta era così. Con tutti gli elementi di falsità o di corruzione, o di clientelismo ( ora si chiama voto di scambio) che volete. Però la proposta politica esisteva. Ora sembra una gara tra chi giura di essere onesto e chi trova qualche cugino, o cognato compromesso.

C’entra qualcosa tutto ciò con la battaglia politica? A me pare di no. Possiamo sperare che in queste ultime ore qualcuno si decida a mettere da parte la propaganda pura e avanzi delle proposte?

 

Piazze, governi e manette

In Spagna i manifestanti gridano: “Arrestateli!”

 

Sta finendo malissimo la vicenda catalana. Ciascuno può dare il giudizio che vuole su come si è svolta la battaglia dell’autonomia e sul braccio di ferro con Madrid. Può dividere le ragioni e i torti. Difendere o accusare l’arroganza messa in mostra da tutti i contendenti. Però che una battaglia politica, per quanto aspra e intricata come quella catalana, si risolva con l’incriminazione per reati gravissimi dei capi di una delle due parti in lotta ( reati che possono portare all’arresto e alla condanna a decine di anni di carcere), è una cosa molto grave. Piazze, governi e manette: c’era una volta la democrazia

Ed è molto inquietante che una enorme folla scenda in piazza non semplicemente per parteggiare per uno o per l’altro schieramento, ma per chiedere l’incarcerazione degli avversari.

Non fa una gran figura Puigdemont a fuggire in Belgio. D’accordo. Ma non credo che faccia una figura migliore chi lo ho costretto all’esilio. Da quanto tempo, nell’ Europa occidentale, non si assisteva alla decisione di risolvere un problema politico con l’arresto degli avversari? Direi da una quarantina d’anni, da quando caddero gli ultimi regimi più o meno fascisti, in Portogallo, in Grecia e – appunto – in Spagna. Sentire che la Procura vuol fare arrestare il presidente della Catalogna, e mezzo governo, fa venire i brividi.

Ho visto in televisione le immagini del corteo, gigantesco, degli unionisti di domenica scorsa a Barcellona. Sventolavano manette di metallo. E gridavano a gran voce uno slogan francamente orribile: «Arrestateli, arrestateli». Intendevano, come al solito, incitare la magistratura a usare il suo potere. E a risolvere lei, con le maniere forti, le questioni che la politica fatica a risolvere.

Noi qui in Italia abbiamo vissuto qualcosa di simile. Per esempio ai tempi di Tangentopoli. Anche allora un leader politico di prima grandezza, come Bettino Craxi, fu costretto a riparare all’estero per evitare di essere imprigionato. E tuttavia non si arrivò mai al punto estremo di concepire verso un avversario politico l’idea di farlo arrestare con una accusa assolutamente ed esclusivamente politica come è l’accusa di sedizione.

Il problema non è solo spagnolo. Certo, in Spagna si è toccato il culmine di una idea culturale che considera le manette e la prigione come attrezzi essenziali della lotta politica. Però il germe di questa cultura, ormai, è ovunque. In Francia meno di un anno fa è stato liquidato il candidato socialista all’Eliseo con una operazione giudiziaria. In Italia si è agito tante volte in questo modo, facendo cadere governi, giunte regionali, Comuni, e arrivando a cacciare dal parlamento il capo del centrodestra. Negli Stati Uniti abbiamo assistito a una scena analoga: i democratici, inaspettatamente battuti alle elezioni da un imprevisto Donald Trump, hanno messo a punto la strategia di risposta pensando a una cosa sola: l’impeachment. Cioè la caduta per vie giudiziarie del nemico. Per ora non ci sono riusciti, ma l’amministrazione Usa è stata martoriata dalle dimissioni originate dalle inchieste della magistratura. E nelle ultime ore la posizione del Presidente si è complicata. Del resto quella dei democratici non è una idea nuova. I loro avversari repubblicani, una ventina d’anni fa, fecero esattamente la stessa cosa dopo essere stati sconfitti da Clinton alle elezioni. Provarono a farlo cadere con una inchiesta sessuale del gran giurì. E, a proposito di sesso, pare che anche il governo di Teresa May stia rischiando parecchio per questa ragione. Finché non prenderà la parola una intellettualità liberale, capace di denunciare l’ideologia giustizialista, non c’è nessuna speranza che questa deriva si fermi. L’ideologia giustizialista è una cosa molto seria, perché inverte i valori e i metodi dello stato di diritto. Assume la legalità come valore astratto e assoluto, superiore a qualunque altro valore, e in questo modo sottomette l’idea stessa di democrazia, degradandola a variabile dipendente della legalità.

La democrazia non può vivere se diventa subalterna ad altri valori e ad altri interessi. La democrazia vive e cresce solo se è assoluta, se non è condizionata da niente. Però la democrazia ha bisogno degli intellettuali, dei giornalisti, dei professionisti, non solo dei politici, e quando invece questi intellettuali si sostituiscono ai politici – non per spronarli, per aiutarli a pensare, a guardare al futuro – ma solo per sventolare le manette e chiedere il pugno duro, non siamo alla vigilia di una nuova stagione democratica: siamo di fronte al rischio evidente della tentazione totalitaria.

 

Intercettare come in Inghilterra

EDITORIALE

 

EDITORIALE

Domani il Consiglio dei ministri esaminerà, e forse varerà, il decreto che riforma le intercettazioni. Aspettiamo di leggerlo, per giudicarlo. Però di una cosa sono certo: sarà molto al di sotto di quel che servirebbe, e lo sarà per un motivo semplice, che provo a spiegare. Intercettazioni: se facessimo come in Inghilterra?

Perché il governo deve tenere conto delle pressioni formidabili che vengono esercitate dalle due categorie che oggi, sul piano politico, in Italia, sono le più potenti tra tutte le altre categorie (dopo i big della finanza…): giornalisti e magistrati. Per giornalisti e magistrati le intercettazioni sono linfa vitale. Non possono farne a meno. Sono il carburante che permette alle loro macchine di funzionarie. E la sola idea di doverci rinunciare li atterrisce.

Non esiste nessun’altra ragione seria per non decidere misure drastiche contro le intercettazioni. L’unica ragione è il terrore della canizza che magistrati e giornalisti sono in grado di sollevare, sostenendo che ridurre le intercettazioni significhi limitare il lavoro della magistratura e ferire la libertà di stampa. Nessuna delle due cose è vera. La magistratura per il suo lavoro non ha bisogno di intercettare ogni giorno decine di migliaia di telefoni. Ha bisogno invece di mezzi finanziari, tecnologi e umani. Nella maggior parte dei casi le intercettazioni non sono usate per impedire un reato e per trovare i colpevoli di un reato, ma solo per mettere sotto controllo un “previsto-colpevole” e sperare che cada in trappola. Il metodo della intercettazioni a strascico, che è il più usato, è in contrasto aperto con i compiti e le funzioni della magistratura. E talvolta anche con la legge. Per di più, spessissimo, le intercettazioni sono fuorvianti, o perché non si tiene conto dei toni, dei sottintesi, dei lessici usati dagli intercettati, o perché addirittura non si capiscono i dialetti, o perché non si escludono i continui fenomeni di millantato credito (che sono un ingrediente essenziale nelle telefonate di ciascuno di noi). E dunque, con una notevole frequenza, non solo non aiutano le indagini ma aiutano clamorosi errori giudiziari.

Quanto alla libertà di stampa, è una cosa molto seria (molto poco praticata nel nostro paese) e con le intercettazioni non ha niente a che fare. Tra libertà di stampa – e di inchiesta, di indagine, di analisi, di reportage, di racconto: tutta merce assente dai nostri giornali – e libertà di mettersi agli ordini dei pezzi della magistratura o degli 007 dei servizi segreti, ci passa un oceano più grande del Pacifico.

Le intercettazioni, semplicemente, sono nel migliore dei casi un aiuto a lavorare meno, per Pm, poliziotti e giornalisti, nel peggiore dei casi un formidabile e abusivo strumento di potere e di lotta per il potere.

Le intercettazioni – cioè, l’assurdo eccesso delle intercettazioni – sono una piaga del giornalismo e della giustizia italiana. Tant’è vero che in un paese sicuramente democratico come la Germania, e dove sicuramente la giustizia funziona meglio che da noi, le intercettazioni sono quasi otto volte di meno che da noi. Capite che vuol dire? Non è che il numero delle intercettazioni, in Italia, sia del del 20 o del 30 o del 40 per cento superiore al numero delle intercettazioni tedesche. No: l’ottocento per cento in più. Una differenza spaventosa, inspiegabile.

Oppure preferite fare il confronto con la Gran Bretagna, patria del diritto anglosassone? Le nostre intercettazioni sono 33 volte di più di quelle inglesi: il 3300 per cento in più. Cifre da capogiro. Che fotografano la distanza tra uno Stato di diritto serio e un luogo dove vige una specie di “democrazia spiata”.

In Gran Bretagna le intercettazioni sono permesse solo a scopo investigativo. Non sono ammesse nel processo né come prove né come indizio. E non sono pubblicabili dai giornali, come succede in quasi tutta Europa. Ora non credo che salterà su qualcuno a dirmi che l’Inghilterra dovrebbe imparare da noi cos’è la libertà di stampa.

Di questi dati di fatto, di queste cifre, se ne tiene conto nel dibattito in Italia? No: qui il dibattito si svolge solo ripetendo vecchi slogan maoisti ricopiati dai novelli conservatori. Sarebbe bello se i liberali, i democratici, magari anche i socialisti, non si facessero intimidire. Finora però non è successo.

 

Persino Anna Frank nel frullatore dell’odio

L’antisemitismo è vivo, anche se facciamo finta di niente. Ed è il padre di tutti i razzismi

 

Bisogna chiamare le cose con il loro nome. In questo caso il nome è una parola di 13 lettere: antisemitismo.

L’antisemitismo è la forma più antica e resistente del razzismo. Si presenta nelle forme più “naturali” nella società moderna. E’ estesissimo. E può spingere un gruppetto di ragazzi nazisti a pensare che la morte di Anna Frank sia un gioco. L’antisemitismo nasce nel clima di odio, nel linguaggio dell’odio.

L’odio come segno di appartenenza, come diritto e gratificazione. E l’odio lo formano i giornali, l’intellighenzia, gli intellettuali, la Tv.

Che tra i tifosi di calcio – e non solo tra loro – si annidassero gruppetti di nazisti, si sapeva: non è una grande scoperta. A indignarci più di altre volte, evidentemente, è quel modo orripilante di manifestarsi, oltraggiando la memoria di una ragazzina di 15 anni – dolcissima e famosissima uccisa barbaramente nel lager di Bergen Belsen nel 1945. E autrice di un libro meraviglioso e fondamentale per la nostra cultura, e cioè il suo diario in clandestinità.

Oltraggiarla con il sorriso tra le labbra, come se si stesse canticchiando una canzonetta fatta solo per deridere un avversario. E’ questo che ci colpisce: questa semplicità, normalità, allegria di un pensiero orrido.

Questo pensiero orrido ha un nome, e il nome va pronunciato: antisemitismo. L’antisemitismo è l’origine e anche il cuore di tutti i razzismi. Ed è il cuore e l’origine dell’odio, l’odio come sentimento di massa e come modo per esprimere la propria identità e la propria forza. L’antisemitismo è molto più diffuso di come si vuol far credere, e ancora oggi, settant’anni dopo l’atrocità dell’olocausto, resiste, è vivo, condiziona settori molto ampi dell’opinione pubblica.

La gravità di quel gesto imbecille, di raffigurare Anna con la maglietta di una squadra di calcio, per chiedere la morte e lo sterminio dei tifosi avversari, sta solo qui: nella normalità dell’antisemitismo e nel rifiuto di guardarlo in faccia.

Molte volte si sente dire: «Siete degli ipocriti, volete la burocrazia algida del politically correct, non vi piace la naturalezza e la genuinità del linguaggio colorito. Temete la realtà. Amate i luoghi comuni» . Ecco, è da qui che bisogna partire: dal rifiuto di una semplificazione del linguaggio e del suo significato che autorizza a considerare il disprezzo, l’odio, l’incitamento alla violenza e alla discriminazione, come delle virtù.

Il politically correct non è nato per la manie perbenista di qualche pezzo di vecchia borghesia ottocentesca. Tutt’altro. E’ nato come reazione, esattamente, al razzismo e all’odio. Quando i neri d’America ottennero che non si usasse più il termine nigger, per definirli, perché in quel termine c’era una carica fortissima di rancore e di spregio, non compivano una azione burocratica ma mettevano un mattoncino alla costruzione di un’America moder- na, non più schiavista, non più razzista, non più ingiusta e arrogante. Era una operazione del tutto contraria alla burocrazia. La burocrazia era la burocrazia di quelli che dicevano nigger e ritenevano di avere il diritto a dire nigger.

Il politically correct era la reazione liberale e moderna a un mondo incivile e antico. E la stessa cosa vale per la modifica del linguaggio nei confronti delle donne, dei deboli, dei disabili, degli appartenenti a minoranze etniche, e naturalmente degli ebrei. Non esiste nessuna possibilità di spingere l’opinione pubblica verso idee liberali e di solidarietà, se il linguaggio resta quello troglodita dei razzisti. Anche perché quel linguaggio, persino quando sfugge la parola, è il segno di un modo profondo di pensare. Contagioso: contagiosissimo. Se uno in Tv dice “mongoloide” ( è successo a un giornalista uso a fustigare i costumi) o se un altro dice “negretti” ( è successo a un politico uso anche lui ad ergersi a difesa degli oppressi) c’è qualcosa che non va. Non va nel loro pensiero, e questo pensiero fa breccia nell’opinione pubblica. Così come c’è qualcosa che non va nel linguaggio che ogni giorno riempie i giornali. Vi cito un paio di titoli di ieri, copiati dai più importanti quotidiani italiani. Ce n’è uno, per esempio, che definisce il Pd il partito dei dementi. Proprio così: sottile ironia, raffinata polemica? No, semplicemente linguaggio osceno. Un altro dice esattamente così: «Gli immigrati sono matti: lo dicono gli scienziati». Ti fanno cader le braccia.

Ecco, io dico solo questo: se i maggiori opinion leader italiani sono abituati a discutere in questo modo, e a considerare l’insulto, l’improperio, l’offesa come il loro normale metodo di espressione, e di autogratificazione, dobbiamo poi stupirci se l’antisemitismo, e tutti gli altri fenomeni di odio che l’accompagnano, cresce, e si sente legittimato, e considera persino spiritosi certi giochetti con la memoria di Hitler e di Mengele?