Politica 11 Feb 2018 18:14 CET

Grandi Intese o Grandi Equivoci? Se Berlino-Roma è bello e impossibile

E pensare che c’è chi si ostina a definire noiosa l’attuale campagna elettorale. E’ esattamente il contrario: si tratta di un saliscendi sulle montagne russe, di un gioco di fuochi d’artificio che si spengono e si accendono a intermittenza ma inesorabilmente. Sono fuochi di genere fatuo, d’accordo: ma pazienza, non si può avere tutto. Così succede che in meno di 48 ore si passi dalla semiplebiscitaria invocazione di ritorno alle urne nel caso in cui non si configuri una maggioranza post- voto, alla riproposizione dell’endorsement di Silvio Berlusconi nei riguardi dell’attuale premier: se non si può tornare a votare subito, è il concetto, allora non rimane che lasciare Paolo Gentiloni ( ma con quali voti, con il sostegno di quali partiti?) al suo posto puntando nel frattempo a fare una nuova legge elettorale: «Anche se non so se si riuscirebbe ad allestire una maggioranza per approvarla».

Davvero, uno spettacolo. Il ri- voto immediato è impossibile: sarebbe il seppuku, l’autodissoluzione finale di una classe politica. Ma anche ri- disegnare una riforma del voto appare compito improbo: per chi ne dubita, riandare alle ultime fasi della legislatura appena conclusa può essere illuminante.

E’ in questo contesto – ma in realtà con una gestazione che è in atto da mesi – che matura e cresce la voglia di “fare come in Germania”. Cioè dare via libera ad un governo di larghe intese imperniato sull’abbraccio tra Pd e FI. Un altro bis, dunque: però del Nazareno. Il primo andò in frantumi per la scelta renziana di spedire sul Colle Sergio Mattarella. Adesso il medesimno presidente dovrebbe celebrare ( e nonché benedire) la riproposizione del famoso patto.

Si può fare? Forse. Ma forse anche no: e in questo secondo caso si è portati a dire che ci si avvicina di più alla realtà delle cose.

Vediamo. Intanto a Berlino, ad appena una manciata di ore dalla sottoscrizione dell’accordo di governo tra Cdu e Spd, c’è già la prima vittima, e di peso: Martin Schulz, leader dei socialdemocratici ed indicato quale nuovo ministro degli Esteri, rinuncia e va a casa. Una leadership mai veramente decollata, quella dell’ ex presidente dell’Europarlamento. Che un bis lo ha fatto ed è risultato sommamente negativo. Ha pagato dazio due volte, infatti: elettoralmente, per aver condotto i socialdemocratici al minimo storico dopo anni di gestione bipartisan del potere con la Cancelliera Merkel; politicamente, per aver rinnegato a tutta forza ad urne chiuse quella scelta ( «Mai più Grosse Koalition» ), e poi averci ripensato. Diciamo che per gli esegeti italiani di un simile sbocco, non è il miglior viatico.

In secondo luogo, stiamo parlando di un’intesa che si fonda su una doppia sconfitta. Quella di Schulz, come detto. Ma pure della Merkel. Che, è vero ed è un record, ridiventa per la quarta volta Bundeskanzlerin, ma ci arriva dopo uno smacco elettorale a favore della destra estrema e dopo aver anche lei rinnegato l’accordo con il partner di sinistra, cercato per mesi e inutilmente di varare un governo di diverso colore e composizione e poi infine esser stata costretta a ripiegare sulla strada in prima battuta abbandonata, pagando l’esoso dazio dell’abbandono del ministero delle Finanze – con annessa politica rigorista – e di quello degli Esteri. Il meno che si può dire, perciò, è che la ritrovata GroKoè figlia di uno stato di necessità. Come è noto, non il miglior tonico per sostenere la governabilità.

In terzo luogo, infine, per procedere è stato necessario sottoscrivere uno storico – in quanto lunghissimo e ultradettagliato – patto elettorale: 177 pagine ( sic!) che statuiscono praticamente su tutto.

Come sarebbe possibile tradurre in Italia quanto accaduto a Berlino? Per le larghe intese tifano in tanti, soprattutto fuori dai confini nazionali. E non c’è dubbio che il Nazareno- bis toglierebbe le castagne dal fuoco a molti. Tuttavia sottostimare le difficoltà fino a ignorarle o ridimensionare la razionalità a favore dei propri desideri è scelta che di norma produce più guai che soddisfazioni.

In primo luogo in Italia non c’è il sistema elettorale tedesco, né il Cancellierato e tanto meno la sfiducia costruttiva. Per cui ogni parallelismo rischia di essere fuorviante, compresi determinati percorsi politico- istituzionali. In secondo luogo, se Berlusconi ottiene la maggioranza grazie al vincolo elettorale con Salvini, è assai improbabile che un attimo dopo sfasci tutto per andare in soccorso di Matteo Renzi che a quel punto dovrebbe soprattutto guardarsi dal mantenere la sua posizione di leader nel Pd. Vero è che Silvio ha assai più sintonie con Matteo1 che non con Matteo2. Ma rovesciare un successo sancito dagli elettori per inoltrarsi su un sentiero che nessuno sa dove porta e con numeri in Parlamento o ballerini o impalpabili, è inverosimile. In terzo luogo, quand’anche i due volessero a tutti i costi procedere a simili nozze politiche, il contratto pre- matrimoniale da firmare farebbe impallire anche i più smaliziati e disinvolti legali. Come poter mettere in uno stesso documento la flat tax e l’allargamento degli 80 euro? Le spinte ad un altro condono edilizio e l’impegno al rispetto dell’ambiente che campeggia nei manifesti elettorali del Nazareno? Il rimpatrio di 600 mila emigranti con la strategia di Minniti? La minimizzazione dei pericoli di rigurgiti fascisti e xenofobi con l’allarme per gli «spari razzisti» di Macerata? Insomma se alla fine compromesso ( non storico, per carità) fosse, risulterebbe per forza di cose al ribasso. E sostenere che al Paese serve una cosa del genere, è un vero esercizio di acrobazia politica.

 

Politica 30 Dec 2017 10:09 CET

Due paletti: il Colle e Gentiloni

L’ANALISI

Insomma si è capito che il premier si cucirà addosso la divisa di Paolo il Tranquillo e resterà al timone del governo in attesa di capire che succede. E che lassù sul Colle, Sergio il Cauto eserciterà le sue prerogative per troncare e sopire, spargendo la felpatezza di cui abbonda. Si muoverà in senso «conservativo», mormora Massimo D’Alema. Il Colle, il premier e due paletti per lo slalom del dopo voto

E tocca agli altri capire se è un sussurro di quelli che danno speranza o che invece ghiacciano il cuore: per chi se lo ricorda, Mattarella è stato vicepremier e poi ministro della Difesa nei governi D’Alema uno e bis. Dunque si conoscono, e anche bene.

Procediamo. Se il quadro è questo, diciamo che la prossima legislatura – al netto dei rapporti di forza tra partiti e schieramenti che stabiliranno gli italiani con il loro voto e che rimane la cosa più importante sarà un zigzagante slalom tra due paletti ben piantatati sul tracciato: niente maggioranza e niente voto bis.

Procediamo con ordine. Punto primo, niente maggioranza. Lo dicono tutti, alcuni con compiacimento altri con terrore, compulsando sondaggi e simulazioni territoriali: nessun partito e neppure alcuna coalizione di quelle che si presenteranno alle urne otterrà i numeri necessari per governare da sola. Il centrodestra unito è lo schieramento generalmente ritenuto più vicino a carpire il frutto proibito della maggioranza assoluta o comunque a toccare, forse persino superare, la soglia del 40 per cento dei consensi: uno sforzo notevole che chissà se poi basterà. L’M5S solitario si ferma al 30 per cento e anche qualcosa meno; sul Pd meglio stendere un velo, e alzi la mano chi crede sul serio che l’intesa col drappello centrista guidata da Beatrice Lorenzin possa rovesciare i pronostici negativi.

La verità è che la legge Rosato e i meccanismi che sottende rappresentano una primizia assoluta. E’ un sistema che non è mai stato testato e che, di conseguenza, è adatto a produrre sorprese. Partiti e movimenti si muovono a tentoni: allo stato non è artificioso dire che come davvero si articolerà il prossimo Parlamento non lo sa nessuno. Per cui: niente maggioranza. O almeno niente maggioranza definita che scaturisca dai risultati elettorali. Tuttavia per dare vita ad un nuovo governo servono numeri certi e quel tipo di soglia è indispensabile. Come se ne esce?

Punto secondo, niente voto bis. L’idea che Matterella risciolga le Camere dopo aver verificato che nessuno è in grado di governare e rimandi gli italiani ai seggi per la seconda volta nel 2018, ha lasciato fiorire vaste e corpose leggende metropolitane. Peccato che siano pure inesorabilmente farlocche. Due campagne elettorali nello stesso anno sono una prova che schianterebbe un elefante: figuriamoci i gracili partiti del sistema politico italiano. Senza dimenticare – anche qui al netto dei pericoli e degli spettri tipo Weimar che una tale eventualità suscita – che rivotare è un rischio per tutti: sia per chi ha raccolto messe ( si fa per dire) di consensi, sia per chi ha superato a fatica la soglia di sbarramento. L’elettorato è volubile, guai a sfidarlo. Presumibilmente l’unica certezza del rivoto riguarderebbe la tracimazione degli astenuti: eventualità non auspicabile.

E poi c’è l’argomento principe, quello che giustifica il riferimento al Lìder Maximo di cui sopra. Se le legge elettorale ed il suo mix di proporzionale- maggioritario non producono maggioranze certe, bissare l’esibizione a pochi mesi di distanza non farebbe altro che riproporre il medesimo scenario di ingovernabilità, magari addirittura ingigantito. E allora anche qui: come se ne esce?

D’Alema dice che nell’ambito di una legislatura, la prossima, di tipo «costituente» (?) non c’è altra strada che cambiare di nuovo ( e dai…) la legge elettorale. Un amo già gettato poche settimane fa da Walter Veltroni. Per entrambi i dioscuri dell’ex Pci, la soluzione è il sistema uninominale maggioritario. «Con un premio di governabilità», aggiunge D’Alema. Che peraltro c’era già nell’Italicum affondato dal referendum del 4 dicembre e dalla Corte Costituzionale.

Ma è realistico – aggettivo usato pochi giorni fa dal capo dello Stato per spiegare come a suo avviso dovrebbe essere il registro della campagna elettorale – immaginare l’adozione di una riforma elettorale che condurrebbe di nuovo ad un bipolarismo nel momento in cui i poli sono tre? E quale sarebbe quello cui dire: prego, è di troppo, si faccia da parte? Con quali voti in Parlamento, con quali intese?

Niente da fare, si torna al punto di prima. Anzi, allo slalom: niente maggioranza; niente voto bis. Bel rompicapo. Sicuramente qualcuno è pronto a saltare su per sostenere: nessun problema, tutto a posto tranquilli, c’è Gentiloni e il suo «governo che governa». Vero. Vero anche, tuttavia, che le situazioni emergenziali ( come sarebbe il proseguimento dell’azione dell’attuale premier) sono molto forti all’inizio ma poi scemano di intensità e convinzione. Dopo marzo, se lo scenario politico risulterà confuso e indistinto, non c’è dubbio che il presidente del Consiglio agirà al riparo della difficoltà di trovare soluzioni sostitutive. Ma poi? Andando avanti nei mesi, la forza propulsiva di quello che comunque resterebbe un equilibrio del passato, della legislatura trascorsa e dei numeri parlamentari precedenti, inevitabilmente scemerebbe. Lo slalom no, quello invece proseguirebbe. Tanto il traguardo non c’è. E se c’è, qualcuno lo sposterà in avanti.