Politica 8 Dec 2018 19:12 CET

Cento fiori crescano, cento piazze si colmino. Quell’Italia che si affolla in cerca d’autore

Che cento fiori fioriscano, gridava Mao dalla Città Proibita. Quando lo fecero, li deportò in massa nei campi di rieducazione. Cento piazze si riempiano, è l’immagine che rimanda il Paese del “sovranismo psichico», come l’ha battezzata il Censis con un ghirigoro particolarmente psichedelico. A parte ogni altra considerazione, la differenza è che a Pechino c’era un Grande Timoniere che governava una barca con sopra un miliardo di persone seguendo una bussola precisa: il potere. Nell’Italia del governo gialloverde i Timonieri sono almeno due e litigano un giorno sì e l’altro pure, mentre chi è fuori da quel perimetro è una massa in cerca d’autore: una figura che rassicuri e accenda gli animi. Senza averla tuttavia ancora trovata.

Hanno cominciato le signore di Roma stanche della sindaca Raggi; hanno proseguito le “madamine” torinesi stanche del rifiuto alla Tav. Il bello è che c’erano anche i leghisti. Hanno continuato i sostenitori del no alla Torino- Lione e fan della decrescita felice. Oggi insisteranno i seguaci di Matteo Salvini pronti a impossessarsi dell’ex Roma- ladrona divenuta ora meta ambita e legittimante. Proseguiranno a metà della prossima settimana i piccoli e medi imprenditori, assiepati a Milano per dire che la “manovra del popolo” non li convince, anzi li deprime.

Le cento piazze italiane sono la riproposizione in miniatura delle Signorie e dei Principati medievali: ognuna per conto suo, ognuna espressione di un disagio e di ambizioni specifiche, ognuna vogliosa di farsi spazio a spese dell’altra. Sono gli occhi caleidoscopici che fissano la politica e chi la incarna, voltandosi ora di qua ora di là, chiedendosi se quelle figure che si agitano nei Palazzi delle istituzioni si preoccupano anche di loro oppure solo della virtualità dei selfie autocelebrativi.

Le cento piazze sono l’emblema di una politica che si è frantumata, che dovrebbe occuparsi dell’interesse pubblico se solo sapesse scegliere qual è. Le cento piazze sono quelle degli italiani che hanno votato o che si sono astenuti puntando a spazzare via il vecchio e inchinandosi al nuovo: salvo poi scoprire che le roboanti promesse di prima rischiano di trasformarsi nella grigia cenere del dopo. Le cento piazze aspettano: una risposta, un cenno d’intesa, una mano tesa. E non riescono a persuadersi che chi gliela tende poi usa il braccino corto.

Le cento piazze fremono e drizzano le orecchie mentre il governo è alle prese con la legge di Bilancio, ossia con il provvedimento che proprio a loro e alle richieste che veicolano deve offrire sbocchi convincenti. Ieri la Camera l’ha approvata addirittura con un voto di fiducia. Il Senato l’aspetta a braccia aperte: per riscriverla daccapo, a quanto pare. Il presidente del Consiglio è impegnato in una operazione di mediazione con l’Europa che ogni giorno di più assume le forme di una acrobazia. Deve convincere i partner Ue della bontà delle misure adottate da Roma: ma sono proprio quelle misure a non essere ancora definite, mille volte proclamate ma ancora mai scritte e oggetto di un negoziato infinito che dovrebbe accontentare tutti e minaccia di finire per deludere tutti gli attori in gioco.

Altro che Grande Timoniere. Giuseppe Conte deve barcamenarsi in un mare tempestoso cercando di capire chi sono gli amici e chi no: anche e soprattutto all’interno dei sottoscrittori del Contratto. Ritrovandosi nella assai peculiare condizione di non avere a fianco il ministro più importante in questo passaggio: quello dell’Economia, che viene ufficialmente ultra sostenuto e ufficiosamente super delegittimato. E il bello è che mentre la manovra continua ad avere sostanza ectoplasmatica, il traguardo della sua approvazione finale si avvicina di giorno in giorno. Per legge, il Parlamento la deve licenziare in via definitiva entro il 31 dicembre. Altrimenti scatta l’esercizio provvisorio: non certo una iniezione di fiducia da spendere con la Ue e sui mercati.

 

Politica 18 Nov 2018 14:58 CET

Lega- M5S, litigi e stesso elettorato

IL COMMENTO

Ormai litigano su tutto. Ultima la sfida sugli inceneritori: «indispensabili» per Salvini; che «non c’entrano una ceppa» ( letterale) per Di Maio. Ma di fatto non c’è una singola materia dell’azione di governo sulla quale i due dioscuri della maggioranza gialloverde non facciano registrare divisioni, divaricazioni, distanze. Leader litigiosi, elettorati sovrapponibili Il cemento gialloverde che non si sfalda

Le conseguenze sullo scenario politico complessivo sono due. La prima. Cresce tra gli addetti ai lavori la convinzione che il governo non reggerà a tensioni così laceranti e presto, magari già prima delle elezioni europee, la coalione si sfalderà; il mitico Contratto verrà strappato; la campagna elettorale si giocherà su un bipolarismo Lega- M5S. E gli altri a fare da comparse.

La seconda. Niente di quanto descritto sopra accadrà. L’intesa tra Salvini e Di Maio è solida ed entrambi hanno interesse a proseguirla. Il capo leghista ha raddoppiato i consensi da quando governa assieme ai Cinquestelle: a che pro cambiare e buttare tutto all’aria? Il vicepremier pentastellato, al di là del nodo del doppio mandato sempre aggirabile come ogni vincolo procedurale, sa che il MoVimento di governo è quello che ha la sua faccia e le sue impronte digitali con le quali ha sottoscritto il patto con Salvini. Non ce n’è un altro, nel senso che se arriva Di Battista non è per riscrivere un accordo per palazzo Chigi bensì per portare i pentastellati al- l’opposizione. Insomma se l’esecutivo Conte va a casa, l’M5S perde la scommessa del governo e sulle poltrone ministeriali rischia di non tornarci più. Una corsa a perdifiato durata anni che si sgonfia un attimo dopo aver tagliato il traguardo: che senso ha?

Allora chi vede giusto: i fan del primo scenario o gli ultrà del secondo? Hanno ragione entrambi. E contemporaneamente torto ambedue. Come è noto, il peccato originale della Cosa Gialloverde è di aver dato luogo ad una convergenza di tipo pattizio e non politico. Le ragioni dell’uno sono state giustapposte accanto a quelle dell’altro: che la maionese fosse destinata ad impazzire era chiaro. Vero è che, come amano ripetere, Matteo e Luigi basta che si incontrino una mezz’oretta e risolvono sempre tutto. Accade perché il loro rapporto, che poggia su una confluenza generazionale e ideale, è al contempo troppo e troppo poco. Troppo per essere derubricato a pura sinergia opportunistica dettata dalla voracità di potere. Troppo poco per garantire all’azione di governo un ritmo lineare invece che sincopato.

Tuttavia esiste e agisce qualcosa di più profondo nelle viscere del Paese. Finora infatti abbiamo descritto diagrammi di Palazzo; rumors che si intrecciano nei corrodoi di Montecitorio e palazzo Madama; valutazioni e ragionamenti al centro dei colloqui riservati e riservatissimi nelle stanze che contano. Poi però ci sono le persone. C’è il popolo: le spinte che lo pervadono e le paure che lo stringono. E per capire cosa sta succedendo e il valore vero del voto del 4 marzo è utile leggere la ricerca fatta da Sociometrica e dal suo direttore Antonio Preiti, ripresa dalla newsletterList di Mario Sechi. Scorrendola, infatti, emerge il quadro di due elettorati che si identificato e quasi si sovrappongono. Per esempio il livello di istruzione per la media inferiore è del 10,9 nella Lega e del 10,2 nei Cinquestelle. Quello di istruzione superiore rispettivamente del 68,4 e del 68,1. Cioè chi vota gialloverde ha avuto lo stesso percorso educativo e ha “imparato” le stesse cose. Per il regista Paolo Virzì il voto gialloverde è «la rivincita di quelli che andavano male a scuola». Caustico. Solo che sono diventati ministri. Non basta. Sempre secondo i dati di Sociometrica, l’ultilizzo dei social è per l’elettorato della Lega al 30 per cento nella categoria “a volte”; del 30,7 nell’M5S. “Sempre” tocca il 59,8 tra chi vota Lega e il 62,5 per chi opta per i Cinquestelle.

Il cemento vero, sociale e per certi versi addirittura “ideologico”, dell’accoppiata Carroccio- grillini sta qui. E’ un cemento che ha preso dappertutto nel Paese, e che la divaricazione tra Nord e Sud maschera ma non sgretola. I due partiti vanno avanti insieme perché ad indirizzarli verso la convergenza c’è la sottostante spinta dei rispettivi elettorali che vogliono più o meno le stesse cose. Vale per la giustizia come per la voglia di lasciare a casa “quelli che c’erano prima”. Casomai la vera competition si giocherà su quanto Lega e M5S potranno sottrarsi vicendevolmente in termini di consensi. Una partita decisiva, certo. Ma da vasi comunicanti.