Garantismo: se è a ore non va

Editoriale

Ha ragione Matteo Salvini, credo, a protestare per l’eccesso di attenzione della magistratura nei suoi confronti e nei confronti del suo partito. ( Non ha ragione però a paragonare l’Italia alla Turchia: lì ci sono centinaia di prigionieri politici, non scherziamo).

Ha ragione perché la decisione di paralizzare economicamente la Lega con il blocco di tutti i finanziamenti passati, presenti e futuri ( per recuperare i 49 milioni che i magistrati ritengono siano stati percepiti irregolarmente, anni fa, dalla Lega di Bossi) sembra proprio una prepotenza, e un atto – deliberato o meno – di invasione nel campo della battaglia politica. E’ evidente che mettere il “bloccasterzo” al partito che oggi è di gran lunga il più popolare e il più forte politicamente nell’agone politico, è un atto che molto difficilmente può avere una interpretazione puramente “tecnica”. La ricaduta politica è evidentissima e bisogna ragionare sulle sue cause e sui suoi effetti.

Prima diciamo che è ancora più clamorosa la decisione di scagliarsi contro il capo della Lega, accusandolo di reati da vero e proprio gangster ( come sequestro di persona aggravato: roba da anonima sarda) per la vicenda, anche quella assolutamente politica, della Nave Diciotti e del blocco degli immigrati che ospitava.

Personalmente ho considerato una iniziativa politica gravissima e sconsiderata quella di Salvini sulla Diciotti ( usare 150 esseri umani come “ostaggi politici” per le trattative con l’Europa o, peggio ancora, come utili strumenti per guadagnare consensi elettorali). Ma se ogni volta che si apre un conflitto serio sui temi della politica dovesse scattare l’incriminazione giudiziaria di uno o di tutti e due i contendenti, questo paese sarebbe trasformato in una bolgia, in un inferno. Mi ricordo di quando, tanti tanti anni fa, consideravo sbagliata e prepotente l’iniziativa di Bettino Craxi – capo del governo e segretario del Psi – di tagliare la scala mobile ( che era un meccanismo di rivalutazione automatica degli stipendi), e mi ricordo di come su quel tema si accese uno scontro asperrimo, che portò ad una rottura profondissima nei rapporti politici a sinistra: provo a imma- ginarmi cosa sarebbe successo, allora, se qualche magistrato un po’ alla Patronaggio avesse deciso di mandare a Palazzo Chigi un avviso di garanzia per appropriazione indebita di salari… Non successe, per fortuna, perché l’Italia, in quegli anni, era un paese dove ancora il rapporto tra potere giudiziario e potere politico era un rapporto paritario ed equilibrato ( qualche anno dopo, invece, la magistratura partì all’attacco e Craxi fu davvero raggiunto da avvisi di garanzia in grado di annientarlo e di radere al suolo il suo partito).

Credo che non ci siano dubbi sulla mia assoluta solidarietà con Salvini ( dal quale dissento politicamente più o meno al 100 per cento…) per l’aggressione giudiziaria che sta subendo.

Poi però sono costretto a fare alcune domande. Mi limito a quelle indispensabili. Anzi, a due sole, evitando la litania delle dieci domande.

Come mai quando la magistratura napoletana ( anche sulla base di documentazioni risultate poi false, e giungendo fino al punto da intercettare del tutto illegalmente dei colloqui tra avvocati ed assistiti) tentò di mettere in mezzo il segretario del Pd, parlo di Renzi, la Lega non scattò in sua difesa? Eppure era abbastanza chiaro che si trattava di un’iniziativa pretestuosa, appoggiata da una forte campagna di stampa, che oltretutto produsse dei danni irreparabili al partito democratico.

Come mai, mentre lui denuncia l’eccesso di potere della magistratura, il suo partito ( cioè i suoi ministri) votano un disegno di legge ( quello anti- corruzione) che aumenta a dismisura il potere della magistratura, che rende legittime pratiche di dubbia compatibilità con la Costituzione, che introduce la daspo a vita, l’agente provocatore o qualcosa del genere, la confisca dei beni anche senza condanna, la sterilizzazione della prescrizione, l’esagerazione della già molto esagerata legislazione sui pentiti, eccetera eccetera?

Mi sembrano difficili da spiegare queste contraddizioni. Così come mi sembra un po’ difficile spiegare come si concili il garantismo, giusto e rigoroso, per i reati che riguardano la Lega, e molti atteggiamenti della Lega (“buttate la chiave, buttate la chiave! ”) per tutte le situazioni di illegalità che invece riguardano i poveracci, e soprattutto gli immigrati e i rom. Il mio non è un ragionamento moralistico, o ideologico. Né tanto meno vendicativo. Semplicemente sono profondamente convinto che il garantismo sia un elemento essenziale di una possibile modernità liberale, e la rinuncia al garantismo sia una vera e propria promessa di autoritarismo. Il garantismo esiste solo se e quando si riesce a renderlo assoluto. Per gli amici e per i nemici. Per i vicini e per i lontani. Per gli italiani e per gli stranieri. Un garantismo a “scartamento ridotto” non è garantismo, anzi, è prepotenza.

Poi nella battaglia politica ciascuno fa ciò che vuole e sostiene le idee che gli pare. Senza dover chiedere placet o timbri ai «titolari dell’etica». Non esistono i titolari dell’etica. Ma perché non esistano davvero è necessario affermare il garantismo ( ciò, con una parola più semplice ed essenziale: il Diritto), come pilastro ineliminabile della democrazia. E convincersi che il garantismo non è una cosa che può essere sospesa, che può funzionare a intermittenza, ad ore.

Capisco che è molto difficile fare questo in alleanza coi 5 Stelle. Però, allora, se si preferisce la via legalista, bisogna rinunciare alle proteste contro la magistratura. Naturalmente il discorso può anche essere rovesciato: il Pd, o almeno il Pd renziano che giustamente difese il suo segretario quando era finito sotto il tiro dei Pm, perché ora dà del ladro a Salvini?

Possibile che, almeno in questo campo, l’unico coerente sia il vecchio e vituperato cavalier Berlusconi?

 

Politica 6 Sep 2018 11:23 CEST

Fi- Lega, le priorità del Cav

L’ANALISI

Se c’è una cosa che Silvio Berlusconi deve assolutamente evitare è consegnare Matteo Salvini all’abbraccio strutturale, peggio ancora se di legislatura, con i Cinquestelle di Beppe Grillo e Luigi Di Maio. Sia chiaro: Forza Italia è quello che è, e nessuna ristrutturazione interna, restyling sul logo o casting del gruppo dirigente potrà riportarla ai fasti di un tempo. Ci sono cicli politici che iniziano e poi si concludono, e il partito berlusconiano non fa eccezione. Ma restare agganciati alla Lega è ossigeno fondamentale: una questione di sopravvivenza.

Tuttavia quel che FI ha sedimentato nel Paese, l’aggancio a valori e tematiche strutturali e fortemente incistate sul corpaccione italiano e la fascinazione personale del Cav che ancora balugina qua e là, costituiscono un patrimonio politico che sarebbe autolesionistico svendere. Per cui è fondamentale non rompere i rapporti con l’alleato in tumultuosa crescita, nella convinzione che prima o poi la competizione con l’M5S porterà ad un divorzio nella maggioranza e nel governo.

A quel punto il campo del centrodestra, seppur in forme completamente diverse e rovesciate rispetto al passato, può tornare ad essere il contenitore adeguato e presimibilmente vincente. Il contrario sarebbe esiziale: se infatti Salvini e Di Maio marciassero appaiati per anni fino a sfumare confini e differenze e diventare un unico cartello elettorale, il risultato praticamente certo è che non ce ne sarebbe più per nessuno.

Del resto Berlusconi sa di poter contare su un atteggiamento conforme da parte del ministro dell’Interno. Il quale, strumementalmente, tiene i piedi in due scarpe: governa con il Mo-Vimento e stringe alleanze – e magari questo comincia a diventare un tasto dolente – a livello amministrativo con i forzisti. E’ Salvini che sussurra all’orecchio del Cav che la sua marcia appaiata con Di Maio è solo temporanea. Lo fa per un tornaconto immediato. E anche per non bruciarsi i vascelli alle spalle.

Sia come sia, Silvio non può permettersi di perdere contatti con la Lega. E infatti non è certo un caso se in un mese di assoluto silenzio l’unica dichiarazione fatta da Berlusconi è stata di appoggio al vicepremier nel momento in cui è finito nel mirino della magistratura per il caso della nave Diciotti. Ovviamente tutto questo testimonia al massimo un bordeggiamento: non certo una linea politica. Della quale, peraltro, il Signore di Arcore ha sempre mostrato di non avere bisogno: c’è già lui, il resto è silenzio.

E’ anche per questo che i boatos per un possibile rilancio del partito unico del centrodestra sono come i pronostici a inizio campionato: obbligatori ma troppo spesso sballati. Juventus a parte, ovviamente.

L’idea di un predellino alla rovescia in cui Salvini si annette quel che rimane di Forza Italia, espellendo tutto o quasi l’attuale quadro di comando, è di quelle fatte apposta per suscitare l’irritazione dei berluscones. E il fatto che magari, oltre quello di via Bellerio, sotto sotto ci sia anche lo zampino di Berlusconi nel propalarla testimonia in gran parte della volontà del Cav di tenere sul chi va là i suoi. Del resto i precedenti, vedi Pdl con Fini, non sono incoraggianti: non è affatto detto che riproporre l’esperimento con rapporti di forza invertiti sia garanzia di successo.

E dunque, sfrondato sia l’insistito silenzio del Cav sia il gossip su mosse e contromosse, cosa rimane? L’aggancio necessitato detto sopra, di cui i prossimi appuntamenti amministrativi rappresentano l’essenza. La Lega prova a correre da sola nelle Regioni ma è una corsa perdente. Agganciata a FI, invece, può vincere: voi al posto di Salvini cosa scegliereste? Per pasticciare con gli amalgama c’è tempo. In fondo si può sempre ricorrere al vecchio schema federativo che mette tutti ( o quasi..) tranquilli. Qui il riferimento magari è alla CdL, che non era quello schema ma ci assomigliava, e tutto sommato così male non andò.

Se si fa una “Federazione leghista delle Libertà” con Berlusconi presidente e Salvini segretario ma a palazzo Chigi, con un po’ di ceto politico geograficamente ed equamente ripartito, beh per Matteo può essere più allettante che battagliare con Roberto Fico o ingoiare il decreto dignità. La poltrona di premier non è poi così scomoda. Berlusconi lo sa. Salvini non vede l’ora di impararlo: meglio se per esperienza diretta, of course.

 

Politica 30 Aug 2018 14:35 CEST

I torturatori in Libia li paghiamo noi?

LA TERRIBILE VICENDA DEI CAMPI PROFUGHI IN LIBIA

Caro direttore, Forse non è ben chiaro a tutti quale sia la portata delle responsabilità italiane. Non siamo responsabili di non aver fatto nulla pur sapendo dei lager libici e delle atrocità che vi si commettono: siamo responsabili di averli finanziati. Abbiamo comprato la diminuzione degli sbarchi remunerando le attività della guardia costiera, delle milizie e delle tribù libiche, vale a dire il sistematico rastrellamento di decine di migliaia di persone da costringere in quei campi di raccolta. E lo abbiamo fatto menandone vanto in modo doppiamente cinico e cioè prima chiu- dendo gli occhi davanti alla verità manifesta dei soprusi, delle violenze, delle torture che avevano normale corso in quel carnaio, e poi con l’oltraggio supplementare di impugnare qui a casa nostra il bel risultato statistico degli sbarchi diminuiti agitandolo in faccia a un elettorato molto ben disposto a considerare accettabile che la politica del “rigore” si fondasse su quei presupposti e comportasse un simile prezzo.

Già se ci fossimo limitati a girare la faccia dall’altra parte saremmo gravemente colpevoli: ma abbiamo fatto di peggio. Abbiamo rivendicato la bontà di quella politica, l’efficacia di quelle scelte, l’opportunità di quegli accordi, spiegando che altrimenti sarebbe stata a rischio la tenuta democratica del Paese. Che è un modo elegante per dire che l’ordine sociale italiano val bene l’impianto e il mantenimento di campi di concentramento a un tiro di schioppo da noi.

A chi reclamava la necessità di “rimandare in Libia” la gente che tentava di approdare sulle coste italiane, nessuno replicava che l’operazione si sarebbe risolta puramente e semplicemente nel rimandarli alla tortura e cioè esattamente nella situazione che avrebbe giustificato l’attivazione delle procedure per l’accoglienza in Italia. E nessuno replicava in questo modo perché in questo modo sarebbe stato intollerabilmente evidente il peso delle nostre responsabilità: tenere e respingere laggiù una quantità di esseri umani che costituivano la materia passiva dei nostri esperimenti di gestione dei flussi. Insomma, avremmo dovuto ammettere la necessità di proteggere i migranti da un meccanismo messo in moto e ben oliato da noi stessi.

Parlo di responsabilità “italiane”, senza discrimine negli avvicendamenti di maggioranza e governativi, perché quel che è successo e continua a succedere dovrebbe costituire un patrimonio comune di vergogna e, appunto, di responsabilità. Invece non se ne sta facendo carico nessuno, e ancora una volta si assiste alla comune indifferenza davanti a un’edizione solo aggiornata dell’ennesimo scempio di ogni diritto. C’è però un fatto che fa la differenza, in questo caso, ed è quel che si diceva all’inizio: lo stipendio ai torturatori siamo noi a pagarlo.

 

Politica 29 Aug 2018 16:40 CEST

C’era una volta il Ppe di De Gasperi, Adenauer e Kohl…

«Il Ppe? Una fogna», tagliava corto con l’usuale soavità Francesco Storace quando An puntava ad entrarci sotto la spinta di Gianfranco Fini. Era il 2002: politicamente secoli fa. Eppure il Partito popolare europeo – l’aggregazione continentale resa grande da giganti del calibro di De Gasperi, Adenauer, Kohl – continua ad essere al centro di un tanto sotterraneo quanto virulento scontro per accaparrarsene il controllo. Solo che adesso c’è perfino chi rimpiange la destra sociale dell’ex governatore del Lazio e quella più pettinata dell’ex vicepremier, visto che l’attacco è portato dai sovranisti nazionalisti alla Matteo Salvini che il Ppe vogliono espugnarlo per mutarne mappa genetica e costituency popolare.

È in questa chiave che va letto l’incontro di ieri a Milano, in Prefettura, tra il ministro dell’Interno italiano e il premier ungherese Viktor Orban. Nei piani di Salvini, infatti, Orban deve fungere da grimaldello per svellere il chiavistello del partito che Frau Merkel continua a tenere ben saldo tra le sue mani. Nelle ultime elezioni di aprile, la coalizione incentrata sull’Unione civica ungherese Fidesz, capeggiata appunto da Orban, ha conquistato 133 dei 199 seggi in palio: chi non vorrebbe fare altrettanto? Secondo i dati del sito Linkiesta, in otto anni Orban ha aumentato il Pil di 11 punti e fatto crollare la disoccupazione dal 12 al 4 per cento. In compenso ha dato una stretta decisiva alla libertà di stampa e di associazione in una miscela di statalismo e liberismo selvaggio che fa venire l’acquolina in bocca a tanti dalle nostre parti, nonché costruito un muro di filo spinato lungo quasi 180 chilometri al confine con la Serbia. Oggi serve a impedire gli ingressi; chissà, magari domani – una volta conquista l’Europa e blindato i confini nazionali – può tornare utile a impedire espatri affrettati. Quanto sia pericolosa la tagliola sovranista di Orban nei santuari della politica Ue lo confermano le parole del capo dei liberali al Parlamento europeo, il gruppo nel quale mesi fa tentarono inutilmente di entrare i Cinquestelle italiani, Guy Verhofstadt: «Ha bullizzato universitá, giornali e Ong. Reso un criminale chi aiuta migranti. Ha invaso il potere giudiziario. Che altro deve fare per essere espulso dal Ppe?». La risposta è semplice: tutto quel che vuole, tanto il partito dei Popolari se lo tiene stretto perché ha bisogno dei suoi voti. Ecco dunque la contraddizione di chi ha sfilato a Milano per contestare l’incontro: proprio i più europeisti di tutti ( spesso in nome del loro tornaconto), ossia tedeschi e in subordine francesi, tollerano Orban consapevoli che detiene lo scettro del rapporto con il resto del gruppo di Visegrad: rompere con lui significherebbe troncare di brutto l’edificio Ue. Solo che quel tipo di smembramento è esattamente il disegno che accomuna il premier ungherese e il capo della Lega. Che infatti non a caso più d’uno vorrebbe veder iscritto al Ppe con tanto di adesione ufficiale. A quel punto cosa diventerebbe il Partito popolare europeo se la maggioranza finisse in mano ai sovranisti? Insomma la partita politica è enorme, ed enormi sono gli interessi in gioco. Per questo è fuorviante vedere nell’incontro di Milano solo una convergenza tattica o, del tutto superficialmente, un’esercitazione mediatico– muscolare anti Ue. In ballo c’è molto di più: c’è il controllo politico dell’Europa. Il risvolto italiano, poi, è particolarmente paradossale. I tanti del M5S, a partire dai capigruppo parlamentari, che criticano la mossa salviniana sono gli stessi che applaudono quando Luigi Di Maio piccona senza pietà i Palazzi di Bruxelles, minacciando perfino di tagliare i finanziamenti dovuti dall’Italia. Radere al suolo la Ue è il disegno sovranista– nazionalista: per impedirlo servono scelte in controtendenza con quelle ufficialmente assunte dal MoVimento. Ultima annotazione. Chi ama i fili del destino, invisibili ed inesorabili, non può che sogghignare di fronte al fatto che la Merkel parla il russo e viene dalla Germania comunista dell’Est: chi oggi vuole detronizzarla come Orban, è stato segretario dei giovani comunisti ungheresi nonché funzionario di partito; oppure frequentatore in gioventù del Leoncavallo nonché fondatore dei Comunisti Padani, come Salvini. È il vento del Nord. Anzi del Nord– Est. Le vendette, si sa, a sinistra sono fredde. Beh, a volte quel vento si trasforma in buran e le fa diventare gelide.

Analisi 29 Aug 2018 13:06 CEST

C’era una volta il Ppe di De Gasperi Adenauer e Kohl…

Il commento

«Il Ppe? Una fogna», tagliava corto con l’usuale soavità Francesco Storace quando An puntava ad entrarci sotto la spinta di Gianfranco Fini. Era il 2002: politicamente secoli fa. Eppure il Partito popolare europeo – l’aggregazione continentale resa grande da giganti del calibro di De Gasperi, Adenauer, Kohl – continua ad essere al centro di un tanto sotterraneo quanto virulento scontro per accaparrarsene il controllo. Solo che adesso c’è perfino chi rimpiange la destra sociale dell’ex governatore del Lazio e quella più pettinata dell’ex vicepremier, visto che l’attacco è portato dai sovranisti nazionalisti alla Matteo Salvini che il Ppe vogliono espugnarlo per mutarne mappa genetica e costituency popolare. Il vero obiettivo di Salvini e Orban è quello di espugnare il Ppe

È in questa chiave che va letto l’incontro di ieri a Milano, in Prefettura, tra il ministro dell’Interno italiano e il premier ungherese Viktor Orban. Nei piani di Salvini, infatti, Orban deve fungere da grimaldello per svellere il chiavistello del partito che Frau Merkel continua a tenere ben saldo tra le sue mani.

Nelle ultime elezioni di aprile, la coalizione incentrata sull’Unione civica ungherese Fidesz, capeggiata appunto da Orban, ha conquistato 133 dei 199 seggi in palio: chi non vorrebbe fare altrettanto? Secondo i dati del sito Linkiesta, in otto anni Orban ha aumentato il Pil di 11 punti e fatto crollare la disoccupazione dal 12 al 4 per cento. In compenso ha dato una stretta decisiva alla libertà di stampa e di associazione in una miscela di statalismo e liberismo selvaggio che fa venire l’acquolina in bocca a tanti dalle nostre parti, nonché costruito un muro di filo spinato lungo quasi 180 chilometri al confine con la Serbia. Oggi serve a impedire gli ingressi; chissà, magari domani – una volta conquista l’Europa e blindato i confini nazionali – può tornare utile a impedire espatri affrettati. Quanto sia pericolosa la tagliola sovranista di Orban nei santuari della politica Ue lo confermano le parole del capo dei liberali al Parlamento europeo, il gruppo nel quale mesi fa tentarono inutilmente di entrare i Cinquestelle italiani, Guy Verhofstadt: «Ha bullizzato universitá, giornali e Ong. Reso un criminale chi aiuta migranti. Ha invaso il potere giudiziario. Che altro deve fare per essere espulso dal Ppe?». La risposta è semplice: tutto quel che vuole, tanto il partito dei Popolari se lo tiene stretto perché ha bisogno dei suoi voti. Ecco dunque la contraddizione di chi ha sfilato a Milano per contestare l’incontro: proprio i più europeisti di tutti ( spesso in nome del loro tornaconto), ossia tedeschi e in subordine francesi, tollerano Orban consapevoli che detiene lo scettro del rapporto con il resto del gruppo di Visegrad: rompere con lui significherebbe troncare di brutto l’edificio Ue.

Solo che quel tipo di smembramento è esattamente il disegno che accomuna il premier ungherese e il capo della Lega. Che infatti non a caso più d’uno vorrebbe veder iscritto al Ppe con tanto di adesione ufficiale. A quel punto cosa diventerebbe il Partito popolare europeo se la maggioranza finisse in mano ai sovranisti?

Insomma la partita politica è enorme, ed enormi sono gli interessi in gioco. Per questo è fuorviante vedere nell’incontro di Milano solo una convergenza tattica o, del tutto superficialmente, un’esercitazione mediatico– muscolare anti Ue. In ballo c’è molto di più: c’è il controllo politico dell’Europa.

Il risvolto italiano, poi, è particolarmente paradossale. I tanti del M5S, a partire dai capigruppo parlamentari, che criticano la mossa salviniana sono gli stessi che applaudono quando Luigi Di Maio piccona senza pietà i Palazzi di Bruxelles, minacciando perfino di tagliare i finanziamenti dovuti dall’Italia. Radere al suolo la Ue è il disegno sovranista– nazionalista: per impedirlo servono scelte in controtendenza con quelle ufficialmente assunte dal MoVimento.

Ultima annotazione. Chi ama i fili del destino, invisibili ed inesorabili, non può che sogghignare di fronte al fatto che la Merkel parla il russo e viene dalla Germania comunista dell’Est: chi oggi vuole detronizzarla come Orban, è stato segretario dei giovani comunisti ungheresi nonché funzionario di partito; oppure frequentatore in gioventù del Leoncavallo nonché fondatore dei Comunisti Padani, come Salvini. È il vento del Nord. Anzi del Nord– Est. Le vendette, si sa, a sinistra sono fredde. Beh, a volte quel vento si trasforma in buran e le fa diventare gelide.

 

Politica 28 Aug 2018 16:08 CEST

L’assurda accusa di sequestro di persona Ma Salvini ha sbagliato nave

Premessa necessaria per commentare come si conviene il caso odierno, che vede il ministro dell’Interno Salvini imputato di sequestro di persona da Patronaggio, Procuratore capo di Agrigento.

Ed è questa: nessuna nazione europea è legittimata a criticare l’Italia per il suo operato o per le sue scelte in tema di migranti e di trattamento loro riservato.

Non la Francia, che a Ventimiglia li respinge o li bastona, lasciando che un gendarme impunemente possa addirittura tirare per i capelli una donna extracomunitaria incinta; non la Germania che anzi, per bocca della Merkel, riconosce che l’Italia è stata lasciata sola; non la Spagna che predica in un modo, ma razzola in altro.

Detto questo, bisogna riconoscere che, per Salvini, se Patronaggio non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Infatti, siamo in presenza di una situazione paradossale che forse può in parte servire a capire l’imbroglio, difficile da dipanare, in cui si dibatte l’Italia. Perché dico questo? Perché sembra a dir poco strano che Patronaggio, uomo di sinistra, facente parte di magistratura democratica, allievo di Caselli, sensibile alle legittime esigenze dei migranti, non si renda conto – con la sua iniziativa – di aver fornito al Ministro Salvini – per usare un gergo sportivo – un assist formidabile, capace di mandarlo di sicuro in goal.

E ciò, nonostante la posizione politica e umana di Salvini si collochi agli antipodi di quella di Patronaggio.

Si dirà che Patronaggio aveva il dovere di fare ciò che ha fatto, per via della obbligatorietà dell’azione penale. Vero. Ma dobbiamo tutti ricordare che tale obbligatorietà non va vista come cieca ed assoluta, ma va sempre valutata alla luce del buon senso, che la deve guidare ed accompagnare.

E qui il buon senso mi pare ci dica con un elevato grado di probabilità che l’accusa di sequestro di persona mossa contro Salvini si sgonfierà come un palloncino.

E ciò perché sembra che i presupposti giuridici per supportarla siano alquanto deboli o comunque molto evanescenti. Si consideri infatti che per configurare il sequestro di persona – qui ipotizzato nei confronti di tutti i migranti accolti sulla nave Diciotti – occorre che il soggetto passivo del reato, cioè il sequestrato, sia posto in uno stato di costrizione tale da privarlo, anche per breve tempo, della sua libertà personale.

Orbene, dando per scontato che i migranti non potessero sbarcare – e comunque non lo potevano non per minaccia o violenza, ma per un ordine della autorità – nessuno avrebbe potuto loro impedire, in via del tutto ipotetica, di salire su un’altra imbarcazione per farsi poi sbarcare a Malta o a Creta. Certo, si tratta di una mera ipotesi di lavoro, ma serve a far capire che sequestro, per mancanza dei requisiti di legge, non ci poteva essere. E non c’era.

Così, Patronaggio, per un reato che molto probabilmente non c’era, avrà fatto in modo che Salvini si porti a casa un altro notevole numero di voti, visto che non gli si potrà impedire di atteggiarsi a vittima sacrificale. Insomma, Salvini avrà tutto da guadagnare e in cuor suo ringrazierà Patronaggio e la sua iniziativa.

Patronaggio invece non avrà nessuno da ringraziare se non se stesso.

Un’ultima nota. Salvini uscirà vincente da questa vicenda, e tuttavia bisogna avvertirlo che ha sbagliato nave. Con gli eritrei avrà vita dura, perché tutti – o quasi – avranno diritto ad asilo politico, ai sensi delle nostre leggi in atto vigenti.

Per questo, Salvini celebrerà una vittoria personale, ma una mezza sconfitta politica, anche perché nessuno in Europa ha preso sul serio le sue minacce e così egli ha dovuto attendere l’aiuto di Irlanda e Albania ( che non fa parte dell’Europa). Oltre che della Chiesa.

Se avesse fatto le stesse cose con una nave carica di nigeriani o sudanesi, avrebbe vinto anche politicamente. Che forse abbia dei consiglieri mediocri?