Politica 11 Nov 2018 17:58 CET

Se a togliere dai guai il duo Lega-M5S a palazzo Chigi arriva la bad company…

Dai, su: rituffiamoci nella fantapolitica. E come in ogni trama futuribile che si rispetti, cominciamo dai dati di realtà per poi fuggire nell’iperuranio delle astrazioni impossibili e, chissà, proprio per questo maliziosamente anticipatrici.

Primo dato. Ok d’accordo, tra Lega e Cinquestelle l’intesa sulla prescrizione è stata trovata ma a costo di far venire l’orticaria ai pasdaran del tutto e subito e gli stranguglioni a chi atterrisce di fronte al fine processo mai. C’è voluto il solito vertice a due Salvini- Di Maio con la benevola e silente supervisione del premier Conte per arrivare al dunque. Nessuno ha vinto, nessuno ha perso: soprattutto – e qui sta il vero guaio – nessuno capisce se davvero la riforma della giustizia si farà e quando e con quali voti, per non parlare poi con quali conseguenze. Si tratta dell’andamento ormai strutturalmente sincopato dell’azione di governo, costretto allo slalom tra enfatiche comunicazioni e striminzite realizzazioni. Diciamocelo: si può andare avanti così?

Secondo dato. Le divaricazioni in seno alla maggioranza gialloverde sono ormai talmente abituali da rappresentare un copione consolidato: farne l’elenco diventa stucchevole. I più benevoli ci vedono nient’altro che il gioco maggioranza- opposizione dentro un unico contenitore; un pò come il socialismo in un solo Paese, “teoria economico- politica avanzata e sviluppata da Josif Stalin sulla base di uno scritto di Vladimir Lenin del 1915”: citazione tratta da Wikipedia, strumento caro al vicepremier grillino. Può essere. Però nella lontana Russia tanto cara sia a Salvini che a Di Maio, quell’impianto ideologico sfociò nel terrore delle purghe e nel regime totalitario comunista. Non proprio un modello da riproporre.

Terzo dato. È opinione comune che la dead line del governo sono le elezioni europee di fine maggio; poi si vedrà. Giusto. Solo che il problema è che a maggio bisogna arrivarci, possibilmente ancora in sella. Altri infatti sostengono che esaurito il passaggio parlamentare della legge di Bilancio, liberi tutti. Ecco perché trovano spazio sospetti e agognamenti per elezioni politiche anticipatissime: diciamo marzo- aprile. E Mattarella? Beh, si adeguerà.

Adesso però basta con la realtà, così ripetitiva da diventare noiosa. Avanti allora con la fantapolitica e il risiko degli scenari. Dunque se marzo è ravvicinato, maggio è lontanissimo. Continuando così, si arriverebbe al voto nel primo caso sulla base di una clamorosa rottura tra i due dioscuri che non farebbe ben sperare per un cospicuo bottino elettorale. È vero che il consenso gialloverde non accenna accenna a diminuire ma appunto perché di intesa si tratta, per di più di governo. Se viene presa a mazzate dagli stessi protagonisti, con accuse incrociate e polemiche reciproche, l’umore popolare può risentirne. Se invece si va avanti fino a maggio, il pericolo è che il duopolio Matteo- Luigi arrivi al traguardo col fiato grosso, sfiancato da fibrillazioni e divisioni continue, ammaccato da un anno di partnership dove i mugugni e le insoddisfazioni crescono a dismisura. L’accordo tra i due vicepremier è solido a livello personale, però poi alla fine ciascuno deve rispondere al rispettivo elettorato e tutelare i propri interessi di partito o di movimento.

Bene, e allora che si fa? Ecco. Diciamo che l’idea potrebbe essere quella di trasferire il concetto della bad company dal recinto economico al catino della politica. Si potrebbe cioè dichiarare un time- out, sospendere le ostilità, dire al Colle di inventarsi un esecutivo a termine che traghetti il Paese fino a giugno sul quale scaricare tutta l’impopolarità delle misure necessarie per non far deragliare oltremisura i conti pubblici, procedere con la campagna elettorale al riparo di contestazioni e rimbrotti ( il reddito di cittadinanza è minimale, la flat tax è sparita, la Fornero è appena ritoccata eccetera) e poi magari a urne chiuse riprendere il discorso da dove è stato interrotto, rivedendo il Contratto e trasformandolo in accordo politico vero.

Certo ci sono le controindicazioni. L’M5S che fallisce la prova di governo ( ma non tanto). La Lega che esaurisce la forza propulsiva ( ma non è detto). Però esistono anche vantaggi. Tipo: di fronte ad un esecutivo siffatto, Pd e FI potrebbero tirarsi indietro? Se lo facessero, il gialloverde si cementificherebbe quale unico binomio possibile, presente e futuro. Se invece aderissero, la spalmatura dell’impopolaritá sarebbe erga omnes, e di fronte agli elettori nessuno potrebbe fare il furbo.

Ok, ok. Fantapolitica era e fantapolitica rimane. Vedremo che succede di qui a dicembre. Poi ne riparliamo.

 

Salvini e l’accusa di fascismo

L’editoriale

 

L’EDITORIALE

C‘è una battuta molto divertente che corre in rete, su Salvini. Chiedono alla Isoardi: «Perché lo ha lasciato?». E lei risponde: «Perché mi chiamava Claretta…».

Scusate se anch’io mi permetto di accennare a cose personalissime che riguardano la vita privata del ministro dell’Interno e della sua ex fidanzata.  Non lo faccio mai.  Stavolta però la vicenda sentimentale ha conquistato tutte le prime pagine dei giornali.

Enon per colpa dei paparazzi, ma perché i due protagonisti hanno usato twitter per scambiarsi messaggi un po’ amorosi e un po’ stizziti. Ed è normale anche che abbiano suscitato molta ironia.

La battuta su Claretta Petacci ( cioè sulla giovane amante di Mussolini) è la conseguenza di tutto ciò che Salvini ha detto nei mesi scorsi e della discussione che si è aperta – anche dopo il questionario compilato da Michela Murgia, il famoso fascistometro – sulla somiglianza o no tra “gialloverdismo” e fascismo, e più ancora tra salvinismo e fascismo. Michela Murgia, la scrittrice, come sapete ha scritto una sessantina di domande ed elaborato un sistema di risposte e un calcolo che permette di misurare il “grado di fascismo che è in noi”. Provocando molte polemiche. Massimo Gramellini, per esempio, si è infuriato e ne ha scritto sulla prima pagina del “Corriere” perchè dopo aver risposto alle domande del fascistometro si è accorto che usciva anche lui macchiato da un leggero alone fascista. Paolo Mieli è intervenuto, da parte sua, con la sua autorità di intellettuale di vecchio corso e di storico, per dire che il questionario non è molto sensato pur esprimendo stima per Murgia – e che tra salvinismo e fascismo non c’è nessuna somiglianza.

Ha ragione Mieli? Ha ragione Murgia? Hanno ragione tutti quelli che a ogni piè sospinto accusano di fascismo la nuova maggioranza, o la Lega? Hanno ragione, viceversa, quelli che dicono che il fascismo è roba del passato, conclusa, e che è pura propaganda ritirarla fuori ogni volta che non si hanno altri argomenti contro la destra?

Io lascio lì, aperte, queste domande. Dico solo che ciascuno ha il diritto di chiamare con il nome che gli piace di più se stesso e la propria fede politica e la propria parte politica. Se io voglio dichiararmi comunista mi ci dichiaro, e non devo dimostrare che rispetto perfettamente le indicazioni e le analisi di Marx o le strategia di Lenin. E così se voglio dirmi liberale o democristiano o populista o qualunque altra cosa. Anche se voglio dirmi fascista.

Salvini non si è mai detto fascista. Però, siccome escludo che lui sia privo di formazione politica, allora quando in pochi giorni riesce a pronunciare, diverse volte e con enfasi, frasi tipo “Chi si ferma è perduto”,Molti nemici molto onore”,Me ne frego”, e poi a proporre la chiusura dei “negozi etnici”, è evidente che ha in mente qualcosa. Voglio dire: non lo fa per caso. E cioè è chiaro che Salvini vuole comunicare ai suoi elettori una certa simpatia per Mussolini e per il regime fascista.

Va bene così? No. Io penso di no. Sono sempre stato contrario alle leggi che prevedono la punizione delle idee fasciste. Ho sempre pensato che nessuna idea può essere punita per legge, o proibita, che la norma transitoria inserita nella nostra Costituzione e che vieta la propaganda fascista andrebbe eliminata, e che lo slogan “il fascismo non è un’idea ma un delitto” sia uno slogan stupido e molto fazioso. Anche molto rischioso: perché potrebbe essere esteso a varie altre idee, visto che non è facile stabilire chi sia il giudice che decide cosa è idea e cosa è delitto. Sono assolutamente convinto che nessuna idea né opinione sia un delitto, mai, e che i delitti esistano solo se ci sono atti concreti delittuosi. Di conseguenza non credo che si possa dire a Salvini che deve sospendere il suo rosario di citazioni mussoliniane o fasciste.

Però gli si può porre un problema. E cioè questo: è giusto alimentare, con elementi nostalgici verso il passato regime, il populismo italiano che oggi è al governo, perché ha vinto le elezioni? Probabilmente è utile a guadagnare qualche consenso nella destra estrema, e forse per prosciugare l’elettorato di Fratelli d’Italia. Ma il prezzo non è troppo alto? In Italia il fascismo ha governato. E’ stato non solo un’idea, un’aspirazione, ma un fenomeno politico molto concreto. E concretamente ha cancellato le libertà politiche, il diritto di voto, molte libertà civili, alcuni pezzi consistenti dello Stato di diritto, ha imprigionato migliaia di dissidenti, e tutto questo prima ancora di allearsi con il nazismo e di macchiarsi dei crimini orrendi del razzismo e poi dello sterminio.

Io faccio questa semplice domanda: lasciare un dubbio sul fascismo – e cioè sull’insieme di questi atti concreti – non è un errore che nessuno statista può permettersi? Spingere il senso comune dalla sponda populista verso una sponda autoritaria e illiberale, non è una follia? E Salvini, che oggi è di fatto l’uomo più potente d’Italia e quello che ha in mano le sorti del governo, non sente sulle sue spalle la responsabilità di dover essere uno statista, oltre che un abilissimo capopopolo?

 

Politica 28 Oct 2018 14:53 CET

Chi avrà più fiducia di un Paese che ignora i campanelli d’allarme?

Davvero paradossale. I campanelli d’allarme sono così tanti e così rumorosi che diventano un baccano. Ma più crescono e più aumenta il numero di quelli che si tappano le orecchie. Adesso si sono espressi tutti: non manca davvero nessuno. Succede qualcosa? Pare di no. Ognuno continua a compitare la sua parte, infischiandosene degli altri. Dopo la Commissione Ue è stata la volta di Mario Draghi e poi ancora dei sovranisti mitteleuropei che bastonano il Belpaese e i suoi conti pubblici a rischio panna montata. Palazzo Chigi e i due vicepremier rispediscono le critiche al mittente: usando nelle repliche dosi massicce di vetriolo: Draghi, secondo Di Maio, “avvelena il clima”. Bello, no?I cittadini sono sempre più disorientati e confusi. Vogliono ancora gli euro che hanno in tasca e l’Europa è accettata: sarà matrigna ma è meglio di niente. Poi però ai sondaggisti spiegano che Lega e M5S sono perfetti: vadano pure avanti a suon di abolizione della Fornero e reddito di cittadinanza, basta si facciano valere con voce grossa a Bruxelles. Semmai pure flirtando – perché no? – con Trump e Putin: se ci facciamo un selfie tutti e tre è roba che vale il fondo- immagine sul desktop.Dove porta tutto questo? Nessuno lo capisce, e il vero guaio è che nessuno sembra troppo interessato a comprenderlo. Prigionieri ciascuno del proprio ruolo, i governanti europei ( ma, appunto, non solo loro) stazionano sull’orlo del cratere e sentono il sordo tambureggiare che sale dalle viscere del vulcano. Stanno in bilico sul crostone per capire cosa accade. Ma non riescono a vedere: gli occhi si riempiono del fumo lavico che preannuncia l’eruzione. Non capiscono ancora da che versante esploderà il fiume bollente. Sanno solo che ci sarà. Le elezioni del maggio prossimo per il rinnovo del Parlamento europeo sono presentate come una sorta di ordalia che stabilirà vincenti e perdenti secondo un criterio presentato quale discrimine tra chi si mette al vento della novità storica e chi, al contrario, quel vento cerca di fermare con le mani. Sottintendendo che opporsi alla forza del cambiamento, è inutile. Dimenticando che arrendervisi senza capire dove porta, è irresponsabile.Ricapitoliamo. La Commissione Ue ha dato tre settimane di tempo all’Italia per modificare la legge di bilancio. Qualche ritocco è possibile ma è evidente a tuttiche la sentenza è già scritta: un bel no a caratteri cubitali. La maggioranza gialloverde fa spallucce: il guanto di sfida è considerato alla stregua non di un rischio bensì di un riconoscimento da mettere in bella vista sul petto. Nel frattempo l’Italia ballerà al ritmo dei ribassi in Borsa e dello spread stabile oltre quota 300: livello non così sfrenato da stenderci al tappeto ma comunque sufficiente a sfiancarci. Le crepe tra Salvini e Di Maio si accentuano e ritornano i refoli mai sopiti di elezioni anticipate: con la stessa legge e, probabilmente, anche le stesse impossibilità di maggioranze diverse. Il tutto sempre ignorando e perfino calpestando le prerogative del Quirinale che, costituzionalmente, è l’unico che può far suonare il gong di fine legislatura. Come se la cura Beppe Grillo fosse già in atto, e l’inquilino del Colle ridotto ad un taglianastri.Ma ciò che più sconcerta è la nebbia che avvolge il dopo e che nessuno ha fretta di diradare. I mercati magari non ci trafiggeranno a morte però l’Italia, nonostante le carezze interessate del Cremlino e un paio di telefonate dalla Casa Bianca, in Europa è isolata. Non produrremo contagio perché ci sarà apposto un cordone sanitario per lasciarci al nostro destino: cosa faremo, lo sfonderemo o ci culleremo nella melodia delle sirene autarchiche? Le Europee segneranno il forte avanzamento dei partiti sovranisti e populisti. Che forse si alleeranno con il Popolari. Una nuova maggioranza spostata, diciamo così, più a destra. Peccato che allo stato né la Lega né i Cinquestelle siano del gruppo. Forse a urne chiuse ci sarà un qualche invito dai nuovi padroni di casa: chissà se verrà accolto o subirà lo stesso trattamento dei moniti inviati dalla Commissione. C’è a chi piace molti nemici molto onore: ma il proiettile davvero letale è l’indifferenza che ci circonda.Poco male. In fondo – è il mantra che aleggia nei Palazzi della politica – le sanzioni Ue sono acqua fresca; chi non rispetta le regole subisce punizioni che però non provocano danni irreparabili. Vero. È così perché il mancato rispetto è contemplato come ipotesi del terzo tipo, visto che le regole sono frutto di accordi sottoscritti volontariamente dagli Stati. La domanda è chi potrà più fidarsi di un Paese che si fa beffe e si sottrae ai patti che ha liberamente firmato.

Politica 20 Oct 2018 11:15 CEST

Condono, non è un incidente. Ma il governo arriverà fino alle Europee

L’analisi

Il dietrofront di Matteo Salvini era scontato: fare la crisi adesso, sullo sfondo della bocciatura della manovra da parte della Ue e dello spread che riprende a mordere, non conviene né a lui né ai Cinquestelle. Rischierebbe di mettere in Paese su un piano inclinato che potrebbe portare ad un nuovo governo tecnico: la peggiore delle débâcle per la maggioranza gialloverde.

Tuttavia è impossibile derubricare quel che è avvenuto sul condono (a proposito: verrà rivisto? e come?) alla stregua di semplice incidente di percorso, seppur più grave del normale. Cosa sia in realtà accaduto lo ha spiegato Luigi Di Maio avvertendo – con un livello di consapevolezza che solo i prossimi passaggi potranno specificare – che nella maggioranza si è creato “un problema politico”. Se è così, la soluzione da trovare non potrà che essere politica. Il che, tuttavia, comporta alcune conseguenze di rilievo, la più importante delle quali è che viene mandato in soffitta il fantomatico Contratto di governo e che da adesso in poi il vascello pentaleghista naviga a vista verso il traguardo delle elezioni europee. Cosa succederà dopo, nessuno può prevederlo.

Che il Contratto fosse una coperta tanto immaginifica quanto insufficiente a coprire l’innaturalità di un accordo di governo tra forze che hanno un radicamento popolare, geografico e concettuale diverso e a tratti addirittura opposto, era chiaro fin dall’inizio. Tuttavia sia Salvini che Di Maio avevano buon gioco di fronte agli elettori a dire che la loro era l’unica via di sbocco possibile dopo il voto il 4 marzo, l’unica soluzione per dare un governo e un accettabile grado di stabilità all’Italia alla vigilia di un periodo particolarmente delicato. Tutto questo poteva ben giustificare una alleanza in cui i programmi non erano portati a sintesi ma semplicemente giustapposti, con una premiership, di conseguenza, non figlia di una intesa politica complessiva bensì della necessità di trovare una figura di mediazione non in grado di fare ombra ai due Lord Protettori dell’esecutivo.

Finché questo tipo di rappresentazione ha retto, nessun problema. Ma il condono – e tra poco potrebbe essere il reddito di cittadinanza o qualsiasi altro provvedimento di sostanza – ha mandato all’aria quel castello di carte. Ha messo l’uno di fronte all’altro gli interessi, le convenienze, le necessità dei due partner: il soffio è stato così forte da mandare tutto all’aria. Diventa chiaro, dunque, che da adesso in avanti il Contratto non potrà più giustificare l’accordo tra Lega e Cinquestelle in quanto non più sufficiente a coprire le esigenze reali dei rispettivi elettorati. A seconda delle circostanze e degli accadimenti, potrà/ dovrà essere messo da parte: per meglio dire archiviato. La figura stessa ( e a maggior ragione il ruolo) del presidente del Consiglio è destinato a cambiare. Quel “il premier sono io”, in verità più sussurrato che esibito da parte di Giuseppe Conte, testimonia che palazzo Chigi non può più limitarsi ad essere il punto di raccordo di necessità e interessi contrapposti. Al contrario sarà chiamato ad esercitare un compito di indirizzo: lo stesso che peraltro prescrive la Costituzione. La domanda è: con quanta forza politica? Per poter andare avanti evitando gli scossoni, la maggioranza gialloverde avrebbe davanti a sé un’unica strada: trasformarsi da intesa pattizia in vera e propria alleanza politica. Rivedendo, appunto, il Contratto e sostituendolo con un accordo programmatico di legislatura. Date le premesse, è davvero impervio immaginare che sia possibile. Ecco perché la navigazione a vista risulta di fatto obbligata.

Resta che il quadro complessivo è drammatizzato dallo scontro in atto tra l’Italia e il resto d’Europa. La bocciatura della manovra di bilancio era scontata, qualcuno sostiene perfino sollecitata da Roma. Ciò che colpisce, tuttavia, è il tono perentorio che contraddistingue la lettera della Commissione. Dire che lo scostamento finanziario attuato dal governo “è senza precedenti” avverte che anche le contromisure della Ue saranno dello stesso tenore. I prossimi giorni, in attesa della pronuncia delle agenzie di rating, saranno decisivi. Se la tempesta diventerà perfetta, la navigazione a vista potrebbe rivelarsi insufficiente a tenere a galla la barca dei conti pubblici. Che poi è la cosa veramente importante.

 

Giustizia 3 Oct 2018 18:51 CEST

Salvini, il sindaco Lucano e i Pm

EDITORIALE

Il sindaco di Riace è stato arrestato con un’accusa singolare: aver aiutato i profughi. Tutte le altre accuse, che erano state messe in piedi da Pm molto attenti all’attività amministrativa di Mimmo Lucano ( tra cui quella di concussione), sono cadute. I Pm che le avevano formulate si sono beccati – caso raro anche una bella paternale dal Gip.

Il Gip (giudice delle indagini preliminari) ha fatto loro notare l’approssimazione e l’inconsistenza del lavoro che avevano svolto. Però il Gip non se l’è sentita di far scivolare via quell’ultima accusa che suona così paradossale: aver aiutato i poveracci. A fini di lucro? No. A fini di potere? No. Nessuno neppure avanza ipotesi di questo genere. L’accusa è di avere aiutato i profughi violando una legge che vieta di aiutare i profughi o i migranti “clandestini”. È una legge che trasforma in reato la condizione umana di una persona. La clandestinità. E su questa legge è stata costruita facilmente l’ulteriore figura di reato: favoreggiamento della clandestinità. Che, in teoria, può essere contestata a chiunque si occupi di clandestini senza denunciarli alla polizia. Per esempio si potrebbe tranquillamente procedere alla denuncia per favoreggiamento – e poi anche all’arrestodell’intera conferenza episcopale, dello stesso papa Bergoglio, o di centinaia e migliaia di medici e assistenti sociali.

Non credo che ci sia molto da spiegare della situazione paradossale che si è creata. Un sindaco arrestato per aver fatto delle cose buone, aver ben amministrato la sua piccola città e aver aiutato l’accoglienza e l’integrazione. È una situazione, mi pare, senza precedenti. E il motivo per il quale si è venuta a creare è altrettanto chiaro: il protagonismo di alcuni Pm che dedicano il loro tempo a vedere se c’è il modo per mettere i ferri ai polsi di un buon amministratore e conquistarsi magari un po’ di prime pagine.

Però mi vengono in mente alcune riflessioni, che vi propongo.

La prima è questa ( e disturberà, per gli accostamenti arditi che faccio tra figure politiche assai diverse, molte persone di destra e di sinistra). Se chiedo a un calabrese a caso di dirmi i nomi di tre sindaci della sua regione che hanno fatto la storia recente della Calabria, credo che molti mi farebbero questi tre nomi: Giacomo Mancini, Beppe Scopelliti e Mimmo Lucano. Hanno governato molto bene, hanno prodotto ottime cose per le loro città nel corso di svariati anni, sono molto noti. Il primo era socialista e concluse la sua vita a difendersi da accuse infamanti e false di un bel gruppetto di magistrati. Non finì in prigione perché era parlamentare. Il secondo è di estrema destra ( viene dal Msi) ha fatto molto per Reggio Calabria, ora è in cella per un reato di tipo amministrativo. Il terzo è di estrema sinistra e ieri è finito arrestato anche lui.

Io non vogliamo commentare questi fatti. Mi limito a consigliare alle persone dotate, capaci di amministrare, con una forte visione politica – specie se sono calabresi – di rinunciare a candidarsi a sindaco o governatore: il rischio di finire dietro le sbarre è eccessivo.

La seconda osservazione riguarda le intercettazioni. Una volta, discutendo con un magistrato di valore ( il dottor Alfonso Sabella) gli feci notare che in Italia le intercettazioni sono circa 100 volte più che in Gran Bretagna, sebbene la Gran Bretagna sia un paese con un tasso di criminalità superiore al nostro. Dissi che mi pareva che in questo modo noi mettevamo senza ragione in discussione la privacy, che è un aspetto importante della civiltà. Lui mi rispose che in Italia le intercettazioni sono indispensabili per colpire la mafia, e che in Inghilterra non c’è la mafia. Ora mi piacerebbe che il dottor Sabella mi spiegasse cosa c’entra la mafia con le intercettazioni a Mimmo Lucano, indagato per aiuto ai profughi. Non c’entra niente. E io capisco che ormai c’è un pezzo di magistratura che evidentemente intercetta a tappeto quasi tutti gli amministratori e i politici, e pretende, attraverso le intercettazioni, di giudicare, sindacare e modificare le scelte della politica. Cioè capisco che, almeno in alcune zone del paese, la democrazia è morta e governano i pezzi più oltranzisti della magistratura. Mi piacerebbe se i pezzi più ragionevoli e liberali della magistratura insorgessero contro questo degrado.

La terza osservazione riguarda il vicepremier Salvini. Circa un mese fa fu indagato ( non arrestato perché la legge non consente di arrestare i deputati) per il modo nel quale aveva gestito la vicenda della Nave Diciotti. Le accuse sono pesantissime e comprendono l’imputazione di sequestro di persona. Questo giornale naturalmente si schierò a difesa di Salvini e criticò molto severamente il Pm Patronaggio. Io scrissi che eravamo di fronte all’ennesima invasione di campo della magistratura in politica ( sebbene, personalmente, ritenevo sbagliatissime e feroci le scelte di Salvini sui respingimenti). Ieri, quando ho letto dell’arresto di Lucano con accuse che riguardano il modo nel quale sta governando il suo comune, mi aspettavo che il ministro dell’Interno insorgesse. Che denunciasse la nuova invasione di campo. Invece Salvini ha lanciato dei tweet esultanti.

Come si spiega? Leggete qui il tweet che Salvini scrisse dopo le accuse di Patronaggio: « Mi sono semplicemente detto sorpreso che una Procura siciliana, con tutti i problemi di mafia che ci sono, stia dedicando settimane di tempo a indagare me per aver fatto quello che ho sempre detto avrei fatto» . Se sostituiamo le parole “ Procura siciliana” con le parole “ Procura calabrese”, il tweet è perfetto per il caso Lucano. Il fatto che poi le scelte politiche di Salvini e Lucano siano opposte, e Salvini voglia cacciare i profughi e Lucano invece accoglierli ( visto che entrambi hanno sempre detto che quelle sono le loro idee) è del tutto secondario. Perché allora Salvini, invece di sostenere Lucano, ha esultato per il suo arresto? È questa la sua idea di rapporto ideale tra politica e magistratura ( la magistratura deve essere amica mia e nemica dei miei nemici)? Beh, se è questa non c’è da star tranquilli.

 

Garantismo: se è a ore non va

Editoriale

Ha ragione Matteo Salvini, credo, a protestare per l’eccesso di attenzione della magistratura nei suoi confronti e nei confronti del suo partito. ( Non ha ragione però a paragonare l’Italia alla Turchia: lì ci sono centinaia di prigionieri politici, non scherziamo).

Ha ragione perché la decisione di paralizzare economicamente la Lega con il blocco di tutti i finanziamenti passati, presenti e futuri ( per recuperare i 49 milioni che i magistrati ritengono siano stati percepiti irregolarmente, anni fa, dalla Lega di Bossi) sembra proprio una prepotenza, e un atto – deliberato o meno – di invasione nel campo della battaglia politica. E’ evidente che mettere il “bloccasterzo” al partito che oggi è di gran lunga il più popolare e il più forte politicamente nell’agone politico, è un atto che molto difficilmente può avere una interpretazione puramente “tecnica”. La ricaduta politica è evidentissima e bisogna ragionare sulle sue cause e sui suoi effetti.

Prima diciamo che è ancora più clamorosa la decisione di scagliarsi contro il capo della Lega, accusandolo di reati da vero e proprio gangster ( come sequestro di persona aggravato: roba da anonima sarda) per la vicenda, anche quella assolutamente politica, della Nave Diciotti e del blocco degli immigrati che ospitava.

Personalmente ho considerato una iniziativa politica gravissima e sconsiderata quella di Salvini sulla Diciotti ( usare 150 esseri umani come “ostaggi politici” per le trattative con l’Europa o, peggio ancora, come utili strumenti per guadagnare consensi elettorali). Ma se ogni volta che si apre un conflitto serio sui temi della politica dovesse scattare l’incriminazione giudiziaria di uno o di tutti e due i contendenti, questo paese sarebbe trasformato in una bolgia, in un inferno. Mi ricordo di quando, tanti tanti anni fa, consideravo sbagliata e prepotente l’iniziativa di Bettino Craxi – capo del governo e segretario del Psi – di tagliare la scala mobile ( che era un meccanismo di rivalutazione automatica degli stipendi), e mi ricordo di come su quel tema si accese uno scontro asperrimo, che portò ad una rottura profondissima nei rapporti politici a sinistra: provo a imma- ginarmi cosa sarebbe successo, allora, se qualche magistrato un po’ alla Patronaggio avesse deciso di mandare a Palazzo Chigi un avviso di garanzia per appropriazione indebita di salari… Non successe, per fortuna, perché l’Italia, in quegli anni, era un paese dove ancora il rapporto tra potere giudiziario e potere politico era un rapporto paritario ed equilibrato ( qualche anno dopo, invece, la magistratura partì all’attacco e Craxi fu davvero raggiunto da avvisi di garanzia in grado di annientarlo e di radere al suolo il suo partito).

Credo che non ci siano dubbi sulla mia assoluta solidarietà con Salvini ( dal quale dissento politicamente più o meno al 100 per cento…) per l’aggressione giudiziaria che sta subendo.

Poi però sono costretto a fare alcune domande. Mi limito a quelle indispensabili. Anzi, a due sole, evitando la litania delle dieci domande.

Come mai quando la magistratura napoletana ( anche sulla base di documentazioni risultate poi false, e giungendo fino al punto da intercettare del tutto illegalmente dei colloqui tra avvocati ed assistiti) tentò di mettere in mezzo il segretario del Pd, parlo di Renzi, la Lega non scattò in sua difesa? Eppure era abbastanza chiaro che si trattava di un’iniziativa pretestuosa, appoggiata da una forte campagna di stampa, che oltretutto produsse dei danni irreparabili al partito democratico.

Come mai, mentre lui denuncia l’eccesso di potere della magistratura, il suo partito ( cioè i suoi ministri) votano un disegno di legge ( quello anti- corruzione) che aumenta a dismisura il potere della magistratura, che rende legittime pratiche di dubbia compatibilità con la Costituzione, che introduce la daspo a vita, l’agente provocatore o qualcosa del genere, la confisca dei beni anche senza condanna, la sterilizzazione della prescrizione, l’esagerazione della già molto esagerata legislazione sui pentiti, eccetera eccetera?

Mi sembrano difficili da spiegare queste contraddizioni. Così come mi sembra un po’ difficile spiegare come si concili il garantismo, giusto e rigoroso, per i reati che riguardano la Lega, e molti atteggiamenti della Lega (“buttate la chiave, buttate la chiave! ”) per tutte le situazioni di illegalità che invece riguardano i poveracci, e soprattutto gli immigrati e i rom. Il mio non è un ragionamento moralistico, o ideologico. Né tanto meno vendicativo. Semplicemente sono profondamente convinto che il garantismo sia un elemento essenziale di una possibile modernità liberale, e la rinuncia al garantismo sia una vera e propria promessa di autoritarismo. Il garantismo esiste solo se e quando si riesce a renderlo assoluto. Per gli amici e per i nemici. Per i vicini e per i lontani. Per gli italiani e per gli stranieri. Un garantismo a “scartamento ridotto” non è garantismo, anzi, è prepotenza.

Poi nella battaglia politica ciascuno fa ciò che vuole e sostiene le idee che gli pare. Senza dover chiedere placet o timbri ai «titolari dell’etica». Non esistono i titolari dell’etica. Ma perché non esistano davvero è necessario affermare il garantismo ( ciò, con una parola più semplice ed essenziale: il Diritto), come pilastro ineliminabile della democrazia. E convincersi che il garantismo non è una cosa che può essere sospesa, che può funzionare a intermittenza, ad ore.

Capisco che è molto difficile fare questo in alleanza coi 5 Stelle. Però, allora, se si preferisce la via legalista, bisogna rinunciare alle proteste contro la magistratura. Naturalmente il discorso può anche essere rovesciato: il Pd, o almeno il Pd renziano che giustamente difese il suo segretario quando era finito sotto il tiro dei Pm, perché ora dà del ladro a Salvini?

Possibile che, almeno in questo campo, l’unico coerente sia il vecchio e vituperato cavalier Berlusconi?

 

Politica 6 Sep 2018 11:23 CEST

Fi- Lega, le priorità del Cav

L’ANALISI

Se c’è una cosa che Silvio Berlusconi deve assolutamente evitare è consegnare Matteo Salvini all’abbraccio strutturale, peggio ancora se di legislatura, con i Cinquestelle di Beppe Grillo e Luigi Di Maio. Sia chiaro: Forza Italia è quello che è, e nessuna ristrutturazione interna, restyling sul logo o casting del gruppo dirigente potrà riportarla ai fasti di un tempo. Ci sono cicli politici che iniziano e poi si concludono, e il partito berlusconiano non fa eccezione. Ma restare agganciati alla Lega è ossigeno fondamentale: una questione di sopravvivenza.

Tuttavia quel che FI ha sedimentato nel Paese, l’aggancio a valori e tematiche strutturali e fortemente incistate sul corpaccione italiano e la fascinazione personale del Cav che ancora balugina qua e là, costituiscono un patrimonio politico che sarebbe autolesionistico svendere. Per cui è fondamentale non rompere i rapporti con l’alleato in tumultuosa crescita, nella convinzione che prima o poi la competizione con l’M5S porterà ad un divorzio nella maggioranza e nel governo.

A quel punto il campo del centrodestra, seppur in forme completamente diverse e rovesciate rispetto al passato, può tornare ad essere il contenitore adeguato e presimibilmente vincente. Il contrario sarebbe esiziale: se infatti Salvini e Di Maio marciassero appaiati per anni fino a sfumare confini e differenze e diventare un unico cartello elettorale, il risultato praticamente certo è che non ce ne sarebbe più per nessuno.

Del resto Berlusconi sa di poter contare su un atteggiamento conforme da parte del ministro dell’Interno. Il quale, strumementalmente, tiene i piedi in due scarpe: governa con il Mo-Vimento e stringe alleanze – e magari questo comincia a diventare un tasto dolente – a livello amministrativo con i forzisti. E’ Salvini che sussurra all’orecchio del Cav che la sua marcia appaiata con Di Maio è solo temporanea. Lo fa per un tornaconto immediato. E anche per non bruciarsi i vascelli alle spalle.

Sia come sia, Silvio non può permettersi di perdere contatti con la Lega. E infatti non è certo un caso se in un mese di assoluto silenzio l’unica dichiarazione fatta da Berlusconi è stata di appoggio al vicepremier nel momento in cui è finito nel mirino della magistratura per il caso della nave Diciotti. Ovviamente tutto questo testimonia al massimo un bordeggiamento: non certo una linea politica. Della quale, peraltro, il Signore di Arcore ha sempre mostrato di non avere bisogno: c’è già lui, il resto è silenzio.

E’ anche per questo che i boatos per un possibile rilancio del partito unico del centrodestra sono come i pronostici a inizio campionato: obbligatori ma troppo spesso sballati. Juventus a parte, ovviamente.

L’idea di un predellino alla rovescia in cui Salvini si annette quel che rimane di Forza Italia, espellendo tutto o quasi l’attuale quadro di comando, è di quelle fatte apposta per suscitare l’irritazione dei berluscones. E il fatto che magari, oltre quello di via Bellerio, sotto sotto ci sia anche lo zampino di Berlusconi nel propalarla testimonia in gran parte della volontà del Cav di tenere sul chi va là i suoi. Del resto i precedenti, vedi Pdl con Fini, non sono incoraggianti: non è affatto detto che riproporre l’esperimento con rapporti di forza invertiti sia garanzia di successo.

E dunque, sfrondato sia l’insistito silenzio del Cav sia il gossip su mosse e contromosse, cosa rimane? L’aggancio necessitato detto sopra, di cui i prossimi appuntamenti amministrativi rappresentano l’essenza. La Lega prova a correre da sola nelle Regioni ma è una corsa perdente. Agganciata a FI, invece, può vincere: voi al posto di Salvini cosa scegliereste? Per pasticciare con gli amalgama c’è tempo. In fondo si può sempre ricorrere al vecchio schema federativo che mette tutti ( o quasi..) tranquilli. Qui il riferimento magari è alla CdL, che non era quello schema ma ci assomigliava, e tutto sommato così male non andò.

Se si fa una “Federazione leghista delle Libertà” con Berlusconi presidente e Salvini segretario ma a palazzo Chigi, con un po’ di ceto politico geograficamente ed equamente ripartito, beh per Matteo può essere più allettante che battagliare con Roberto Fico o ingoiare il decreto dignità. La poltrona di premier non è poi così scomoda. Berlusconi lo sa. Salvini non vede l’ora di impararlo: meglio se per esperienza diretta, of course.

 

Politica 30 Aug 2018 14:35 CEST

I torturatori in Libia li paghiamo noi?

LA TERRIBILE VICENDA DEI CAMPI PROFUGHI IN LIBIA

Caro direttore, Forse non è ben chiaro a tutti quale sia la portata delle responsabilità italiane. Non siamo responsabili di non aver fatto nulla pur sapendo dei lager libici e delle atrocità che vi si commettono: siamo responsabili di averli finanziati. Abbiamo comprato la diminuzione degli sbarchi remunerando le attività della guardia costiera, delle milizie e delle tribù libiche, vale a dire il sistematico rastrellamento di decine di migliaia di persone da costringere in quei campi di raccolta. E lo abbiamo fatto menandone vanto in modo doppiamente cinico e cioè prima chiu- dendo gli occhi davanti alla verità manifesta dei soprusi, delle violenze, delle torture che avevano normale corso in quel carnaio, e poi con l’oltraggio supplementare di impugnare qui a casa nostra il bel risultato statistico degli sbarchi diminuiti agitandolo in faccia a un elettorato molto ben disposto a considerare accettabile che la politica del “rigore” si fondasse su quei presupposti e comportasse un simile prezzo.

Già se ci fossimo limitati a girare la faccia dall’altra parte saremmo gravemente colpevoli: ma abbiamo fatto di peggio. Abbiamo rivendicato la bontà di quella politica, l’efficacia di quelle scelte, l’opportunità di quegli accordi, spiegando che altrimenti sarebbe stata a rischio la tenuta democratica del Paese. Che è un modo elegante per dire che l’ordine sociale italiano val bene l’impianto e il mantenimento di campi di concentramento a un tiro di schioppo da noi.

A chi reclamava la necessità di “rimandare in Libia” la gente che tentava di approdare sulle coste italiane, nessuno replicava che l’operazione si sarebbe risolta puramente e semplicemente nel rimandarli alla tortura e cioè esattamente nella situazione che avrebbe giustificato l’attivazione delle procedure per l’accoglienza in Italia. E nessuno replicava in questo modo perché in questo modo sarebbe stato intollerabilmente evidente il peso delle nostre responsabilità: tenere e respingere laggiù una quantità di esseri umani che costituivano la materia passiva dei nostri esperimenti di gestione dei flussi. Insomma, avremmo dovuto ammettere la necessità di proteggere i migranti da un meccanismo messo in moto e ben oliato da noi stessi.

Parlo di responsabilità “italiane”, senza discrimine negli avvicendamenti di maggioranza e governativi, perché quel che è successo e continua a succedere dovrebbe costituire un patrimonio comune di vergogna e, appunto, di responsabilità. Invece non se ne sta facendo carico nessuno, e ancora una volta si assiste alla comune indifferenza davanti a un’edizione solo aggiornata dell’ennesimo scempio di ogni diritto. C’è però un fatto che fa la differenza, in questo caso, ed è quel che si diceva all’inizio: lo stipendio ai torturatori siamo noi a pagarlo.

 

Politica 29 Aug 2018 16:40 CEST

C’era una volta il Ppe di De Gasperi, Adenauer e Kohl…

«Il Ppe? Una fogna», tagliava corto con l’usuale soavità Francesco Storace quando An puntava ad entrarci sotto la spinta di Gianfranco Fini. Era il 2002: politicamente secoli fa. Eppure il Partito popolare europeo – l’aggregazione continentale resa grande da giganti del calibro di De Gasperi, Adenauer, Kohl – continua ad essere al centro di un tanto sotterraneo quanto virulento scontro per accaparrarsene il controllo. Solo che adesso c’è perfino chi rimpiange la destra sociale dell’ex governatore del Lazio e quella più pettinata dell’ex vicepremier, visto che l’attacco è portato dai sovranisti nazionalisti alla Matteo Salvini che il Ppe vogliono espugnarlo per mutarne mappa genetica e costituency popolare.

È in questa chiave che va letto l’incontro di ieri a Milano, in Prefettura, tra il ministro dell’Interno italiano e il premier ungherese Viktor Orban. Nei piani di Salvini, infatti, Orban deve fungere da grimaldello per svellere il chiavistello del partito che Frau Merkel continua a tenere ben saldo tra le sue mani. Nelle ultime elezioni di aprile, la coalizione incentrata sull’Unione civica ungherese Fidesz, capeggiata appunto da Orban, ha conquistato 133 dei 199 seggi in palio: chi non vorrebbe fare altrettanto? Secondo i dati del sito Linkiesta, in otto anni Orban ha aumentato il Pil di 11 punti e fatto crollare la disoccupazione dal 12 al 4 per cento. In compenso ha dato una stretta decisiva alla libertà di stampa e di associazione in una miscela di statalismo e liberismo selvaggio che fa venire l’acquolina in bocca a tanti dalle nostre parti, nonché costruito un muro di filo spinato lungo quasi 180 chilometri al confine con la Serbia. Oggi serve a impedire gli ingressi; chissà, magari domani – una volta conquista l’Europa e blindato i confini nazionali – può tornare utile a impedire espatri affrettati. Quanto sia pericolosa la tagliola sovranista di Orban nei santuari della politica Ue lo confermano le parole del capo dei liberali al Parlamento europeo, il gruppo nel quale mesi fa tentarono inutilmente di entrare i Cinquestelle italiani, Guy Verhofstadt: «Ha bullizzato universitá, giornali e Ong. Reso un criminale chi aiuta migranti. Ha invaso il potere giudiziario. Che altro deve fare per essere espulso dal Ppe?». La risposta è semplice: tutto quel che vuole, tanto il partito dei Popolari se lo tiene stretto perché ha bisogno dei suoi voti. Ecco dunque la contraddizione di chi ha sfilato a Milano per contestare l’incontro: proprio i più europeisti di tutti ( spesso in nome del loro tornaconto), ossia tedeschi e in subordine francesi, tollerano Orban consapevoli che detiene lo scettro del rapporto con il resto del gruppo di Visegrad: rompere con lui significherebbe troncare di brutto l’edificio Ue. Solo che quel tipo di smembramento è esattamente il disegno che accomuna il premier ungherese e il capo della Lega. Che infatti non a caso più d’uno vorrebbe veder iscritto al Ppe con tanto di adesione ufficiale. A quel punto cosa diventerebbe il Partito popolare europeo se la maggioranza finisse in mano ai sovranisti? Insomma la partita politica è enorme, ed enormi sono gli interessi in gioco. Per questo è fuorviante vedere nell’incontro di Milano solo una convergenza tattica o, del tutto superficialmente, un’esercitazione mediatico– muscolare anti Ue. In ballo c’è molto di più: c’è il controllo politico dell’Europa. Il risvolto italiano, poi, è particolarmente paradossale. I tanti del M5S, a partire dai capigruppo parlamentari, che criticano la mossa salviniana sono gli stessi che applaudono quando Luigi Di Maio piccona senza pietà i Palazzi di Bruxelles, minacciando perfino di tagliare i finanziamenti dovuti dall’Italia. Radere al suolo la Ue è il disegno sovranista– nazionalista: per impedirlo servono scelte in controtendenza con quelle ufficialmente assunte dal MoVimento. Ultima annotazione. Chi ama i fili del destino, invisibili ed inesorabili, non può che sogghignare di fronte al fatto che la Merkel parla il russo e viene dalla Germania comunista dell’Est: chi oggi vuole detronizzarla come Orban, è stato segretario dei giovani comunisti ungheresi nonché funzionario di partito; oppure frequentatore in gioventù del Leoncavallo nonché fondatore dei Comunisti Padani, come Salvini. È il vento del Nord. Anzi del Nord– Est. Le vendette, si sa, a sinistra sono fredde. Beh, a volte quel vento si trasforma in buran e le fa diventare gelide.