Tre domande ( forse) inutili

Editoriale

Nel dicembre del 2016 Matteo Renzi era in difficoltà. Aveva perduto il referendum per la riforma costituzionale e aveva lasciato la presidenza del Consiglio. Restava però il capo del suo partito, e quindi del centrosinistra, e i sondaggi davano il Pd tra il 28 e il 35 per cento, stabilmente primo partito con un discreto vantaggio sui 5 Stelle. A fine dicembre esplose il caso Consip. A febbraio nel caso Consip fu coinvolto il padre di Renzi: Tiziano. Il caso Consip partiva dalla Procura di Napoli e finché non arrivò a Roma fu montato attraverso i giornali, ai quali venivano forniti tutti i documenti riservati e le ipotesi di indagine.

Iniziò il Fatto Quotidiano, con un buon numero di scoop. Politica, stampa, giustizia: tre domande ( forse) inutili

Diede anche notizia di alcune informative preparate dal capitano dei carabinieri Scafarto, che poi risultarono false e che lasciavano capire che Renzi, da Presidente del Consiglio, si era interessato degli affari di Consip, o direttamente o attraverso suo padre, per favorire l’imprenditore napoletano Romeo.

Il Fatto fu seguito a ruota da molti altri giornali. Quelli che in genere sprezzantemente – Il Fatto chiama “Giornaloni”. Vennero pubblicate intercettazioni vietatissime.

Quelle dei colloqui tra Matteo Renzi e suo padre, e soprattutto quelle tra il padre di Renzi e il suo avvocato (questa circostanza ha pochissimi precedenti nei paesi democratici). Ieri si è saputo che la Procura ha chiesto l’archiviazione per il padre di Renzi. Non c’entra niente. Nessun reato.

Oggi, però, Renzi non è più capo del Pd, è stato travolto. E’ stato travolto, in gran parte, proprio per via dello scandalo Consip. Cioè: per la campagna di stampa. Il Pd ha anche perso molti voti. In poco più di un anno quasi la metà del suo elettorato. La caduta del Pd in gran parte è stata causata dalla perdita di credibilità di Renzi. Il caso Consip ha fatto la parte del leone in questa vicenda.

E’ la lotta politica, bellezza, direbbe Humphrey Bogart.

Tanto di cappello al Fatto Quotidiano che è riuscito, sul niente – grazie anche all’aiuto di qualche infiltrato nella Procura di Napoli che gli ha fornito le notizie, quelle vere e quelle false – a costruire una campagna di stampa gigantesca, la miglior campagna di stampa – se giudicata sulla base dei risultati – dagli anni cinquanta.

Per trovare un precedente forse bisogna tornare al famoso affare Montesi, che appunto è del 1953- 54, quando uno scandalo – che riguardava la morte di una ragazza: Wilma Montesi – travolse il successore di De Gasperi, Attilio Piccioni.

Quella volta lo schema familiare era invertito: il padre fu colpito attraverso il figlio, Piero, musicista di prestigio, che fu accusato di aver partecipato a un festino a Torvaianica nel corso del quale sarebbe morta la giovane Montesi. Tutto falso. nel senso che Piero Piccioni non era a nessun festino e che non c’entrava assolutamente niente con la morte di Wilma. Ma ci volle qualche anno per stabilirlo, e intanto Piero si era fatto un po’ di prigione e Attilio era scomparso dalla vita politica. Per sempre.

Ripartiamo da qui. Per porci solo tre domande.

Prima domanda: nella lotta politica quel che conta è il risultato, e i mezzi non sono censurabili mai, anche quando i mezzi sono la menzogna e l’uso illegale delle fonti?

Seconda domanda: il giornalismo migliore è quello che mette al primo posto il risultato politico e al risultato politico subordina l’informazione e la verità?

Terza domanda: la macchina della giustizia funziona meglio se rinuncia alla riservatezza e usa la fuga delle notizie per avere i giornali amici e dunque più possibilità di riuscire?

Ho posto queste domande in modo fazioso, me ne rendo conto, sollecitando le risposte che vorrei. Si fa sempre così. Però provate a prendere sul serio le domande, perché può anche darsi che in molti, forse la maggioranza, vogliano dare a queste domande una risposta realistica, cioè tre sì: sì, la lotta politica non guarda ai mezzi; sì, il giornalismo vero è solo quello vincente; sì, la magistratura deve saper usare la stampa.

Io resto aggrappato alla speranza che non sia per tutti così. Una speranza sottile sottile.

 

ildubbio 30 Oct 2018 13:10 CET

« Tiziano Renzi non c’entra». Dai pm di Consip una verità che arriva troppo tardi

Chiesta l’archiviazione per il padre dell’ex premier, ma Renzi jr ha già pagato

Esempio micidiale di danni da processo mediatico. Macchina terribile che ha prodotto conseguenze personali per Tiziano Renzi, personali e politiche per suo figlio Matteo, politiche tout court per un ex partito di maggioranza, il Pd. L’inchiesta Consip arriva al punto di caduta più significativo visto finora: e si tratta di un nulla di fatto proprio per il papà dell’ex presidente del Consiglio. La Procura di Roma chiede per lui l’archiviazione. Restano invece impigliati nelle ipotesi di reato a loro contestate 7 persone, ai quali l’ufficio diretto da Giuseppe Pignatone invia la comunicazione di chiusa indagine, che di solito precede la richiesta di rinvio a giudizio. Rischiano dunque il processo, per il reato di favoreggiamento: l’ex ministro dello Sport Luca Lotti, figura assai vicina a Matteo Renzi; il generale dell’Arma in Toscana Emanuele Saltalamacchia; l’ex comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette, che nella storia dell’Arma sarebbe il primo comandante generale a essere rinviato a giudizio ( è accusato anche di rivelazione del segreto d’ufficio); il presidente della municipalizzata fiorentina Publiacqua Filippo Vannoni. Resta invece sotto inchiesta per rivelazione del segreto e falso l’ex maggiore del Noe Gian Paolo Scafarto, che insieme con il suo ex capo, il colonnello Alessandro Sessa, è indagato anche per depistaggio. L’imprenditore Carlo Russo è invece accusato di millantato credito, reato dal quale sono scagionati oltre a Renzi senior ( la cui ricostruzione dei fatti è stata ritenuta dai pm «non credibile» ) anche l’imprenditore Alfredo Romeo e il suo consigliere Italo Bocchino.

Riportata in modo asciutto, la geografia dell’inchiesta sembrerebbe cambiata di poco. Ma non è così. La probabile fuoriuscita di Tiziano ( dovrà decidere il giudice) riduce la sequenza dei presunti reati a un attivismo di Russo che avrebbe utilizzato il nome di Tiziano Renzi per millantare, presso Alfredo Romeo, straordinarie capacità di condizionare l’ad di Consip Luigi Marroni e fargli così ottenere «l’appalto più grande d’Europa», così definito nella vulgata mediatica in questi due anni. Dopo sarebbero venuti gli alert inoltrati allo stesso Marroni da parte di Lotti e Saltalamacchia, e quello di Del Sette nei confronti del presidente di Consip Luigi Ferrara, sull’esistenza di un’inchiesta con corredo di microspie e telefoni sotto controllo.

Il resto, lo sfondo, il presunto intreccio corruttivo che avrebbe legato Romeo ai Renzi per mezzo di Russo, la conseguente rincorsa a tamponare l’inchiesta attribuita all’ex premier, semplicemente non esistono. La posizione di Tiziano è inconsistente, sul piano penale.

Secondo la ricostruzione dei pm Ielo e Palazzi sarebbe stato Russo, solo lui, ad aver millantato con Romeo la stessa capacità di condizionamento del papà dell’ex premier, in modo da intascare una tangente da 100mila euro. Poi certo, ci sarebbero gli avvisi sul rischio di essere intercettati, i falsi e le rivelazioni del segreto attribuiti a Scafarto, i suoi presunti depistaggi in complicità con Sessa. Ma è materiale che non c’entra nulla con la politica, con il Pd, con il governo di allora, con il suo vertice. La Procura di Roma su questo, evidentemente, non ha dubbi. Ma un’intera classe dirigente, per quasi due anni, ha ballato alla grande. Benché ritenuto non credibile in alcune circostanze, papà Renzi, di cui sarebbe stato ricostruito un incontro ( sempre negato) con Alfredo Romeo nell’estate del 2015, esce dall’inchiesta «perché non vi sono elementi per sostenere un suo contributo eziologico nel reato di millantato credito ( rispetto all’iniziale ipotesi di traffico di influenze illecite, ndr) commesso da Russo». La conclusione della Procura è questa. E colpisce il tono del consueto tweet di Matteo: sommesso, più che rabbioso e soddisfatto: «Sono mesi che ripeto ‘ il tempo è galantuomo’. Sui finti scandali, sulle vere diffamazioni, sui numeri dell’economia. Oggi lo ribadisco con ancora più forza: nessun risarcimento potrà compensare quanto persone innocenti hanno dovuto subire. Ma il tempo è galantuomo, oggi più che mai». Assomiglia molto al tono di Federico Bagattini, difensore di Tiziano Renzi: «Questi ultimi giorni hanno dimostrato che il tempo è galantuomo: prima il riconoscimento del risarcimento del danno a titolo di diffamazione, ora la richiesta di archiviazione del procedimento cosiddetto ‘ Consip’. Alla soddisfazione professionale per l’esito, del resto ancora da confermare trattandosi solo di richiesta di archiviazione, si unisce quella personale da parte del dottor Tiziano Renzi, che risulta, tuttavia, menomata dalla considerazione che la campagna subita negli ultimi due anni abbia prodotto gravi e irreversibili danni sul piano personale, familiare ed economico».

Come dire: ci si è scrollati di dosso il fango, ma il danno resta. Personale per Tiziano, politico per suo figlio. Chi pagherà per questo? Nessuno. Sono gli inconvenienti della giustizia mediatica. Una leadership è stata intaccata anche dal clamore dell’indagine, ma oggi il quadro politico è talmente cambiato che sarebbe inutile ostinarsi a rivendicarlo. Matteo lo ha capito. Ha capito che è troppo tardi.

 

Analisi 4 Sep 2018 13:42 CEST

La legge ad cognatum non c’è né in Fatto né in diritto

 

Perché appare chiaro che quel briccone di Matteo Renzi abbia costruito su misura una legge per salvare suo cognato. Si scopre però fin da subito, leggendo l’articolo di Luca De Carolis, che in realtà si parla di due fratelli del cognato di Renzi, che in quanto tali non sono nemmeno parenti dell’ex presidente del consiglio.

Peccato però che il secondo titolo, quello con maggiore evidenza a pagina tre del quotidiano, reciti di nuovo “Via la legge ad cognatum”, aggiungendo poi, con grande rincrescimento, che comunque la nuova normativa non sarà applicabile ai “parenti di Renzi”.

Insomma, il succo di tutto è: poiché Renzi aveva costruito su misura una legge in favore del proprio cognato, Bonafede sta preparando una nuova norma che ristabilisca le regole, anche se però questa norma non sarà applicabile al cognato né ai suoi fratelli ( né a nessun altro in modo retroattivo, ovviamente), e questo ci dispiace. Ma intanto, caro Renzi, beccati questi bei titoloni.

A questo punto sarà bene capire di che cosa davvero si tratti. La notizia è che il governo sta per varare un disegno di legge “anticorruzione”, che il Fatto descrive come “una nuova norma che vale come un segnale, politico e simbolico”. Strano, e noi ingenui ignorantoni a credere che il codice penale servisse per perseguire i reati. Il segnale, nella fattispecie, riguarda il reato di appropriazione indebita, previsto dall’articolo 646 del codice penale, che punisce chi si appropria indebitamente di beni già in suo possesso. Un reato meno grave rispetto al furto, che comporta invece anche la sottrazione del bene al legittimo proprietario. Ora, il Fatto lascia intendere che il governo Gentiloni, prima di esalare l’ultimo respiro, abbia ( quasi) abolito il reato di appropriazione indebita, cancellandone la procedibilità d’ufficio.

Quando? “Con un decreto legislativo deliberato dal Consiglio dei ministri il 21 marzo. Un’ottima notizia per i due fratelli del cognato di Matteo Renzi”.

Ora rimettiamo le notizie nel loro ordine naturale, perché è molto grave che si faccia disinformazione in questo modo. Innanzi tutto ricordiamo che il decreto legislativo ( che non è un decreto legge) comporta una delega al governo da parte delle Camere, dove la proposta di legge viene discussa dalle commissioni dei due rami del Parlamento. Non c’è stato quindi nessun colpo di mano del governo, quel 21 marzo, ma solo il punto d’arrivo di un provvedimento che aveva iniziato il suo iter un anno prima. Secondo: la riforma riguardava l’estensione della procedibilità a querela di parte a una serie di reati, tra cui anche le forme meno gravi di appropriazione indebita.

Un modo di lasciare alla persona offesa la libertà di agire in giudizio sulla base della valutazione della gravità del fatto di cui è stata vittima. Nel caso dei fratelli del cognato di Renzi, sospettati di aver depositato su propri conti i fondi raccolti per solidarietà ai bambini africani, sono stati gli stessi uffici della procura competente a segnalare alle associazioni interessate la possibilità di querelarli.

Nessun problema, quindi.

Se le accuse sono fondate il processo ci sarà.

Ma per quale motivo il ministro Bonafede ( il quale, ci informa sempre il Fatto, “ha seguito la vicenda e intende intervenire”) vuole contro- riformare un provvedimento così utile a decongestionare l’elefantiasi dell’amministrazione di giustizia? Per combattere la corruzione. Testuale. Ma l’appropriazione indebita è forse un reato contro la Pubblica Amministrazione? Certo che no. Ma è ovvio che, riempiendo il porcellino di tante monetine, lo si può sempre rompere, un domani, per corrompere qualcuno.

Elementare, W.

 

Politica 19 Aug 2018 12:04 CEST

Niente Renzi su Mediaset. Conflitto d’interessi alla rovescia

La notizia, d’accordo, è minore. Anzi, minima rispetto alla tragedia del crollo del viadotto autostradale a Genova, e anche alle speculazioni politiche che ne stanno derivando con la caccia agli sciacalli, oltre che ai responsabili. Ma è pur sempre una notizia politica, e non solo commerciale, il disinteresse improvvisamente annunciato da Mediaset per i documentari televisivi su Firenze in produzione da parte di Lucio Presta con l’esordio di Matteo Renzi come conduttore. O come Cicerone, si è detto e scritto scherzando anche così sul conto dell’ex segretario del Pd, peraltro mai abbastanza ex perché gli avversari non ne temano una ricandidatura al prossimo congresso, specie se successivo alle elezioni europee della primavera del 2019. I cui rischi penso che Renzi, per quanto spavaldo, preferisca lasciare al suo ex vice, e attuale reggente.L’annuncio del disinteresse del Biscione berlusconiano è arrivato dopo che le trattative col produttore Presta erano state date, quanto meno, come ben avviate, se non addirittura prossime alla conclusione positiva. Ma soprattutto è arrivato dopo la lite scoppiata fra Lega e Forza Italia, e alla fine fra gli stessi Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, nonostante le visite del primo al secondo persino in ospedale, sulla candidatura di Marcello Foa alla presidenza della Rai. Una candidatura fortemente voluta dal leader leghista, accettata dal nuovo Consiglio di Amministrazione dell’azienda, ma naufragata più o meno miseramente nella commissione parlamentare di vigilanza per il rifiuto dei forzisti di concorrere alla maggioranza dei due terzi prescritta dalla legge.Lo scandalo politico ravvisato e denunciato da Salvini nel rifiuto dei forzisti di convalidare la presidenza di Foa, peraltro proveniente in qualche modo dalGiornale della famiglia Berlusconi, è consistito nella convergenza verificatasi in sede parlamentare fra i commissari di Forza Italia e del Pd. È come se nella cosiddetta prima Repubblica fosse stato rimproverato ai comunisti di ritrovarsi all’opposizione con i missini, o viceversa.Il fatto è che Salvini, formalmente leader del centrodestra per avere sorpassato elettoralmente il 4 marzo Forza Italia, si sente al governo con i grillini grazie a un permesso di Berlusconi, rimasto all’opposizione per qualche sua curiosa convenienza, e non perché rifiutato anche come interlocutore dal Movimento delle 5 Stelle. Pertanto ogni volta che in Parlamento i forzisti da destra, o dal centro, votano insieme con i piddini, a sinistra, per Salvini è un colpo al cuore. È motivo, appunto, di scandalo, addirittura di grida al tradimento.Berlusconi sembra rimasto,nell’immaginazione del vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, il padre del “royal baby” Renzi iscritto all’anagrafe di o da Giuliano Ferraraall’epoca – tra la fine del 2013 e l’inizio del2014 – del cosiddetto Patto del Nazareno. Che, per quanto crollato dopoun anno con l’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale, è ancora avvertito come un mostro dormiente non solo da Salvini, a destra, ma anche dagli avversari di Renzi a sinistra, fuori e persino dentro il Pd.Qualcuno nei piani alti e bassi di Mediaset, poco importa a questo punto se Berlusconi in persona o il figlio Pier Silvio, che si è assunto formalmente l’onere o onore del disinteresse annunciato per i documentari televisivi su Firenze di imminente realizzazione, ha avvertito il rischio di svegliare nei palazzi romani della politica il mostro del Patto del Nazareno con un accordo commerciale con Presta e Renzi Cicerone.A pensare male, si sa, si fa peccato. Ma si sa anche che s’indovina, come soleva dire la buonanima di Giulio Andreotti. Che se ne intendeva. Ebbene, il famoso conflitto d’interessi di Berlusconi visto e denunciato continuamente dai suoi avversari, sempre intenzionati a combatterlo o prevenirlo con leggi “chiodatte”, come diceva scherzosamente con la doppia t sarda Francesco Cossiga, si è materializzato nel caso di Renzi Cicerone televisivo a rovescio per il Cavaliere. Le cui televisioni credo, con la modesta esperienza che ho della materia, non avrebbero fatto e non farebbero – in caso di ripensamento – un cattivo affare trasmettendo la storia di Firenze e dei suoi monumenti raccontata dal suo ex sindaco diventato nel frattempo ancora più famoso, in Italia e all’estero.Del resto, un altro caso di conflitto d’interessi a rovescio di Berlusconi è stato appena riconosciuto da una fonte insospettabile come il vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio: quello che col Cavaliere di Arcore, anche a costo – ha raccontato – di non diventare capo del governo, come riteneva giusto per i risultati elettorali ottenuti il 4 marzo scorso, non ha voluto prendere neppure un caffè, o scambiare una telefonata, per paura di rimanerne macchiato. E’ stato proprio Di Maio ad avvertire gli speculatori in agguato nei mercati finanziari contro i titoli di Stato italiano, secondo i timori del sottosegretario leghista a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti, che questa volta non riusciranno nel loro intento crisaiolo, riuscito invece nel 2011, perché a guidare il governo a Roma non c’è il “ricattabile” Berlusconi. Al quale quindi il “capo” dei grillini ha riconosciuto di avere compromesso con la politica i suoi interessi, e non viceversa, tanto da doversi sottrarre al ricatto con le dimissioni.Volente o nolente, Di Maio ha ridotto il conflitto d’interessi contestato a lungo a Berlusconi a una “favoletta”…

La Lega garantista alla carta

editoriale

L’origine del moderno giustizialismo italiano sta in quel cappio che fu sventolato in Parlamento da un deputato della Lega. Era il 16 marzo del 1993 (giusto il quindicesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro, il “colosso” della prima repubblica) e l’on. Luca Leone Orsenigo si alzò in piedi è mostrò all’aula una corda legata col nodo scorsoio. Voleva impiccare i politici corrotti. Cioè, quelli accusati dai magistrati di Milano. Giorgio Napolitano, che era presidente della Camera, perse le staffe: «La smetta con queste buffonate», gridò tre volte.E’ vero che si dice che il padre della Lega, e cioè Umberto Bossi, chiamò il giovane Orsenigo e gli fece, in privato, una lavata di capo.

Però l’immagine resta quella. Da allora il giustizialismo dilaga. Ha avuto successo soprattutto a sinistra e nella destra non forzista, ed è molto complicato immaginare la Lega come un partito garantista.Del resto, appena l’altroieri Matteo Salvini ha messo online un auto-video nel quale grida forsennatamente: «arrestando, arrestando, arrestando». Ripete per sette volte questo gerundio. E invita i giudici ad essere severi e a condannare. Si riferisce alla mafia, ai mafiosi. Ma voi sapete che spesso – sempre più spesso – finiscono in prigione per mafia persone che non c’entrano niente, e che aspettano anni per essere assolte. Quando un politico nel giro di un paio di minuti grida per sette volte la parola “arrestando”, ve lo dico per esperienza, è molto improbabile che sia un garantista.Perciò ha fatto un certo effetto la denuncia di Matteo Salvini contro la magistratura che ha ordinato il sequestro di tutti i possibili beni della Lega Nord finchè non si trovano almeno 49 milioni che sarebbero il malloppo che la Lega avrebbe sottratto allo Stato. I giudici, in questo modo, hanno deciso di bloccare qualunque attività economica della Lega.Non mi voglio pronunciare sul merito giudiziario della vicenda. Certo che quando la magistratura prende un provvedimento che rischia di paralizzare l’attività di un partito politico (protetta dall’articolo 49 della Costituzione) specialmente se questo partito è il principale partito di governo, legittimamente spinto al governo da un voto popolare, beh, viene da pensare che quello della magistratura sia un intervento politico. E che rischi di avere conseguenze che contrastano con il normale svolgimento democratico della lotta politica.Non è la prima volta che succede. Silvio Berlusconi è stato il bersaglio preferito della magistratura in questo quarto di secolo. Una volta è stato cacciato dal governo, una volta dal Senato, una volta gli sono stati levati 250 milioni e sono stati consegnati al suo principale avversario in politica e in economia, una volta è stato condannato alla detenzione e poi ai servizi sociali, una volta è stato tenuto fuori dalla campagna elettorale con risultati molto negativi per il suo partito. Ma Berlusconi non è l’unica vittima. Anche Prodi è stato scalzato dal governo dalla magistratura. E il numero di esponenti politici, sindaci, presidenti di Regione, parlamentari, ministri, rasi al suolo dalla magistratura, è altissimo. Qualcuno di loro mentre scrivo sta in prigione e paga con la propria esistenza la subordinazione della politica alla magistratura.

Poi c’è Renzi, mai inquisito, ma abbattuto da una specie di congiura tra alcuni magistrati e alcuni giornali che si sono inventati una campagna di demolizione della sua figura, fondata su carte false.Quindi penso che Salvini abbia le sue ottime ragioni per protestare. E per parlare di decisioni politiche della magistratura.Il problema – come ha sottolineato anche Augusto Minzolini sul “Giornale” – è che Salvini è alleato al governo con il partito che più di tutti gli altri ha sempre sostenuto quella parte della magistratura a cui piace intervenire in politica. E che questa alleanza non sembra del tutto casuale. Si possono chiedere riforme che pongano un freno allo strapotere di settori della magistratura, ma per farlo bisogna decidere che è lo Stato di diritto il pilastro e il cuore della democrazia. E che lo Stato di diritto va rafforzato e non indebolito.Ecco, non si rafforza, per esempio, lo Stato di diritto annunciando che l’Italia è pronta a ridurre il diritto d’asilo, cancellando così l’articolo 10 della Costituzione. Non si rafforza lo stato di diritto riducendo i diritti umani. Né proibendo i soccorsi in mare. Né invocando arresti, arresti, arresti. Né proponendo libertà di sparare ai ladri.Tutto qui. Solidarietà alla Lega vittima. Ma sapendo che in gran parte è vittima di se stessa.

Consip è stato un complotto

L’inchiesta era una montatura

Che il caso- Consip fosse una bufala si sapeva. Non è un caso se i grandi giornali hanno smesso di parlarne. I grandi giornali fanno così: si occupano di un caso giudiziario finché l’accusa appare forte; se a un certo punto l’accusa si smonta, il caso scompare. Nessuno si preoccupa di dare risalto all’innocenza di quelli che erano finiti nel tritacarne. Questa, del resto, è la regola del giornalismo scandalistico, e in Italia il giornalismo scandalistico è quello vincente.

Ora però scopriamo qualcosa di più.  Scopriamo che il caso- Consip non è stato solo una bufala, è stato – a quanto pare dalle dichiarazioni dei testimoni chiave – un complotto politico molto serio.

Un complotto che aveva come bersaglio Matteo Renzi e il Pd. E che ha prodotto risultati notevolissimi, se è vero che nel dicembre del 2016, quando iniziò l’operazione- Consip, il Pd era accreditato più o meno del 32 per cento dei consensi elettorali, e da quel momento è iniziata la frana che ha portato via al partito di Renzi più o meno la metà del suo elettorato. È chiaro che non si può risolvere la discussione sul perché della sconfitta storica del Pd con la teoria del complotto. No. Però sarebbe sbagliato non mettere nel conto anche questo.

E soprattutto sarebbe sbagliato non porsi la seguente domanda: dunque in Italia, anche con forze molto limitate, si può realizzare un complotto politico in grado di modificare le sorti del paese? Una volta era necessario controllare l’esercito, la polizia, la televisione, la radio, le prigioni. Ora si possono fare grandiosi complotti con mezzi artigianali.

Se le accuse gravissime del testimone Filippo Vannoni, consegnate al Csm, sono vere ( e ne hanno tutta l’aria) è esattamente così. Se è vero che il testimone Vannoni – cioè il testimone chiave di questa vicenda – fu indotto ad accusare il sottosegretario Lotti di avere “bruciato” l’indagine Consip ( e fu indotto, a quel che lui dice, con metodi assolutamente illegali e del tutto estranei alle consuetudini di un paese democratico), e se è vero quello che dice Vannoni sulla volontà di alcuni inquirenti di colpire direttamente Renzi ( circostanza, peraltro, già prospettata da una magistrata emiliana, e avvalorata dalle informazioni false contenute nell’informativa del capitano Scafarto), vuol dire che alla fine del 2016 e all’inizio del 2017 ci fu una vera e propria congiura contro il primo partito italiano ( che era al governo), organizzata da alcuni carabinieri infedeli, e realizzata con l’appoggio ( consapevole o inconsapevole) di uno o più sostituti procuratori e di un organo di stampa, cioè Il Fatto Quotidiano, al quale fu- rono consegnate le carte segrete e che si occupò di propagandarle e di renderle una bomba atomica contro Renzi e il Pd, nei primi mesi di funzionamento del governo Gentiloni.

Sarà il Csm, e successivamente la Procura di Roma, a stabilire come andarono esattamente i fatti e quali siano, eventualmente, gli aspetti con valore penale di tutta questa brutta vicenda. Noi però oggi sappiamo che un uso distorto della giustizia, da parte di qualche giornale, o viceversa ( un uso distorto del giornalismo da parte di qualche magistrato) può portare a danni irreversibili. La demolizione del Partito democratico e il suo clamoroso e imprevedibile ridimensionamento, e la sua cacciata dall’area di governo, sono frutti di questa operazione, e sono eventi che non possono più in nessun modo essere cambiati. La magistratura ora potrà rendere giustizia a Lotti, e naturalmente anche a Renzi, e probabilmente ai comandanti dei carabinieri che finirono nel tritacarne insieme a Lotti ( for- se anche per via di una guerra interna, ferocissima, al vertice dell’Arma) ma non potrà in nessun modo modificare l’andamento della storia politica. E dunque? Io credo che noi giornalisti dovremmo porci questo problema. L’uso dei giornali per manovre politiche spregiudicate, illegali e reazionarie, non è una questione che può lasciarci indifferenti. Il Caso- Consip fu aperto dal Fatto Quotidiano, è vero, e per diverse settimane ignorato dagli altri giornali, che probabilmente avvertivano l’inconsistenza delle accuse. Poi però, da quando i magistrati iniziarono a passare le carte non solo a Marco Lillo ma ad altri giornalisti di altre testate, per alcuni mesi tutti i grandi giornali entrarono nella scia del Fatto. E restarono in quella scia finché non saltò fuori la storia dell’informativa taroccata del capitano Scafarto e il capitano Scafarto non fu indagato.

Allora io mi chiedo: vale sempre quella frase fatta (“Se io ricevo della carte dai magistrati è mio dovere professionale pubblicarle”) che risolve tutti i dubbi intellettuali ( non dico morali: dico intellettuali) di noi giornalisti? Credo di no. Il giornalismo rischia di diventare un manganello in mano a un pezzo ( il peggiore) della magistratura. Un manganello pericolosissimo per la democrazia. Dal quale diventa impossibile difendersi. Noi possiamo accettare questo? Cioè possiamo accettare di trasformarci da agenti dell’informazione in agenti provocatori?

Io credo di no.