La scelta tra diritto e lotta politica

IL COMMENTO

Conosco e apprezzo il professor Dalla Chiesa da molto tempo.  Da quando lessi il suo libro, appassionatissimo, “ Delitto imperfetto”, scritto un paio d’anni dopo che la mafia aveva ucciso suo padre, il generale Carlo Alberto. Per un lungo periodo lui ha scritto sul giornale per il quale lavoravo, e ci sentivamo spesso. “Delitto imperfetto” mi piacque molto, anche se lo trovai parecchio fazioso. Però non c’è niente di male se un saggista è fazioso, e scrive un libro di denuncia ( il problema, casomai, è quando qualche magistrato pensa che pronunciare una requisitoria o scrivere una sentenza sia come buttar giù un libro di denuncia…) Credo che Dalla Chiesa in questi anni si sia fatto trascinare eccessivamente dalla sua foga di combattente antimafia, superando spesso la correttezza politica ( nel senso americano dell’espressione).

Mi ricordo di aver letto una sua lunga relazione, tempo fa, nella quale usava il termine “calabresi” come sinonimo di ‘ ndranghetisti. Non va bene. Lessi una sua dichiarazione di condanna asperrima della riforma del carcere proposta dal ministro Orlando, nella quale sosteneva che la riforma avrebbe mandato liberi un sacco di mafiosi. Era una accusa falsa, ripresa dal alcuni articoli non informati del “Fatto Quotidiano”.

Ora la polemica di Nando Dalla Chiesa è contro l’avvocata Zampogna e anche contro l’avvocato Veneto, uno dei più noti penalisti calabresi. Ed è sostenuta da una serie di articoli del “Fatto Quotidiano”, l’ultimo ieri di Gianni Barbacetto ( che con Dalla Chiesa ha lavorato molti anni alla redazione di Società Civile). Dicono Dalla Chiesa e Barbacetto, per difendersi dall’accusa di ostilità preconcetta verso gli avvocati: noi non ce l’abbiamo con gli avvocati ma pensiamo che chi ha difeso o difende un mafioso sia incompatibile con un incarico antimafia.

Già diversi avvocati ( e proprio oggi Migliucci e Petrella sulle pagine del nostro giornale) gli spiegano perché non c’è nessuna incompatibilità. E perché non è legittima nessuna identificazione tra l’avvocato e il suo cliente, e dunque nessun conflitto di interessi tra un avvocato che si è occupato di mafia e un comitato antimafia. Tantomeno c’è incompatibilità tra avvocato e comitato scientifico sulla mafia. Non solo non c’è incompatibilità ma la presenza di un avvocato o di una avvocata che si è occupata di mafia ( ovviamente nel suo ruolo di difensore) è un arricchimento, probabilmente indispensabile, perché lo sguardo che ha l’avvocato sul fenomeno mafioso, probabilmente, per certi aspetti, è molto diverso ( e forse molto più acuto) di quello che può avere il giornalista, o il magistrato o anche il leader politico. Il magistrato e il giornalista e il politico partono dal principio che trovandosi di fronte a qualcosa che riguarda la mafia la sola cosa da fare è dimostrare il proprio sdegno e la propria lontananza. E che qualunque sforzo di comprensione possa sfociare nella complicità. L’avvocato no. E’ evidente che l’assenza di uno sforzo di comprensione non aiuta a conoscere il fenomeno, e probabilmente non aiuta nemmeno a individuare le strategie per sradicarlo. Ma qui io vorrei porre a Dalla Chiesa un’altra questione: il Diritto. Cos’è, gli chiedo, il contrasto alla mafia? E’ una semplice attività di lotta politica ( come potrebbe essere quella per spostare l’età della pensione, o per impedire la realizzazione della Tav, o per la flat tax, o per ottenere o ostacolare il ponte sullo stretto di Messina) o è una questione che chiama in causa prima di tutto il Diritto? Non è una domanda accademica, o ideologica. E’ concretissima. Dalla Chiesa – per quel che io ho capito – considera la lotta alla mafia come un dovere etico che ha prima di tutto un fine, e questo fine supera tutte le altre questioni, e questo fine è la sconfitta della mafia. Il Diritto, per Dalla Chiesa, è un di più. Certamente un’ottima cosa, ma non essenziale nella battaglia. E quindi se il Diritto in alcune circostanze rischia di indebolire la battaglia contro la mafia, va ridimensionato, considerato pleonastico, nesso al margine. La riduzione del diritto può comportare delle conseguenze negative? E’ un costo da mettere nel conto.

Ecco, è esattamente questo il punto. E’ una scelta da fare: la mafia si combatte dentro o fuori dallo Stato di Diritto? E’ la grande domanda che si pose Giovanni Falcone, quando – prima e dopo il maxiprocesso, che fu il suo capolavoro – si trovò a dover superare molti ostacoli, e a dover scegliere tra la prosecuzione di un lavoro meticoloso e scientifico, o l’inseguimento di ipotesi, di tesi, di congetture suggestive. Falcone fece la scelta decisiva: scelse il Diritto. E forse proprio per questo oggi tutti lo consideriamo l’uomo che più di ogni altro ha inferto colpi mortali a Cosa Nostra. Un altro pezzo dell’intellettualità e dei professionisti impegnati nella lotta contro la mafia, proprio in quegli anni fecero la scelta opposta. Quella che offusca il diritto, lo mette in secondo piano. Si allontanarono da Falcone. E tra questi intellettuali certamente c’è stato, e c’è, professor Dalla Chiesa. Nasce esattamente da questa sua scelta, molto onesta ma anche molto pericolosa, la sua sottovalutazione del ruolo degli avvocati e la sua idea che la difesa dell’imputato ( non del mafioso: dell’imputato…) sia un freno alla ricerca della verità e della giustizia, e non una garanzia.

In un tweet che pubblichiamo a pagina 3 il presidente del Cnf Mascherin, rispondendo a Dalla Chiesa, torna a porre la questione dell’avvocato in Costituzione. Cioè la richiesta di una modifica dell’art 111 che permetta di assicurare la piena parità tra difesa e accusa. Già: bisognerebbe partire proprio da qui. In modo da blindare la convinzione che prima viene il Diritto poi la lotta politica. E cle ricerca della verità va realizzata in una situazione di assoluto equilibrio. Questo non riguarda solo i magistrati, ma anche noi giornalisti, gli studiosi, i professori che si misuriamo ogni giorno con i problemi del contrasto alla mafia. Proviamo a discutere, e anche a polemizzare tra noi, immaginandoci dentro uno Stato di diritto e non dentro un battaglione che va alla crociata.

 

Analisi 24 Jul 2018 13:17 CEST

Anche la Consulta trattò con la mafia?

La polemica

Più leggo stralci delle 5.253 pagine della sentenza di primo grado della Corte d’Assise di Palermo sulla presunta trattativa Stato- mafia – se mai troverò il tempo e la voglia di leggerle tutte, magari nelle modalità di stampa annunciate dal Fatto Quotidiano – e più ne diffido.

Mi ha colpito, per esempio, un inciso sull’avvicendamento al Viminale, nell’estate del 1992, fra i democristiani Vincenzo Scotti e Nicola Mancino con la formazione del primo governo del socialista Giuliano Amato.

In quell’avvicendamento, lamentando in particolare “l’assenza di pubbliche e plausibili spiegazioni” della mancata conferma di Scotti a ministro dell’Interno dopo la sua “azione di contrasto contro le mafie”, la sentenza ha indicato un sostanziale “segnale” di disponibilità alla trattativa dopo la strage di Capaci. Dove erano stati uccisi Giovanni Falcone, la moglie e quasi tutti gli uomini della scorta. Un segnale prezioso – avverte la sentenza – per fare prendere sul serio dal capo della mafia Totò Riina gli approcci tentati dall’allora colonnello Mario Mori e altri ufficiali dell’Arma dei Carabinieri attraverso l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino.

Ma le “spiegazioni” della mancata conferma di Scotti al Viminale erano notissime già all’epoca del fatto. Non retroscena ma cronache politiche vere e proprie raccontarono nel mese di giugno del 1992 dello sconcerto che lo stesso Scotti e l’allora guardasigilli socialista Claudio Martelli provocarono nei segretari dei loro partiti, Arnaldo Forlani e Bettino Craxi, per un incontro avuto al Quirinale con l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Il quale li convocò per essere informato di alcuni provvedimenti legislativi in cantiere dopo la strage di Capaci ma colse l’occasione, diciamo così, anche per parlare con loro della formazione del nuovo governo: il primo della legislatura uscita dalle urne del 5 aprile di quell’anno.

Preoccupato per la precarietà della situazione politica, aggravata dai contraccolpi dell’inchiesta giudiziaria milanese su Tangentopoli e dal clima di emergenza creatosi con l’attentato di Capaci, clima in cui era maturata anche la sua elezione al Quirinale, Scalfaro aspirava alla formazione di un governo di tregua, magari capace di guadagnarsi l’astensione o la benevola opposizione dei comunisti. E si lasciò andare a immaginare uno scenario in cui i suoi due interlocutori, muovendosi all’uopo all’interno dei loro partiti, potessero scambiarsi i ruoli di presidente e vice presidente del Consiglio.

Marco Pannella, allora in eccel- lenti rapporti con Scalfaro, informò dell’udienza quirinalizia e dei suoi contenuti Bettino Craxi, che a sua volta ne riferì ad Arnaldo Forlani. Entrambi non gradirono per niente, ciascuno nel suo stile. Craxi, che ancora aspirava a fare lui il presidente del Consiglio, imprecò contro il “tradimento” di Martelli e Forlani aprì alla richiesta della sinistra del suo partito di riservarle nel nuovo governo un Ministero di grande peso, come quello dell’Interno, da destinare al loro uomo di punta in quel momento, che era il capogruppo del Senato Nicola Mancino.

Quando si arrivò all’incarico a Giuliano Amato – con la forzata rinuncia di Craxi all’ambizione di tornare a Palazzo Chigi, non avendo il capo della Procura di Milano escluso in un incontro irrituale con Scalfaro un suo coinvolgimento nell’indagine famosa come “Mani pulite” – le trattative concrete per la lista dei ministri presero una piega a dir poco scontata. Scotti finì alla Farnesina e Mancino al Viminale.

Martelli riuscì a rimanere al ministero della Giustizia con una telefonata di chiarimento a Craxi, cui chiese di poter continuare in via Arenula “il lavoro cominciato con Giovanni”, cioè Falcone, da lui nominato direttore degli affari penali nei mesi precedenti: lavoro drammaticamente interrotto a Capaci.

Scotti non protestò per la sua nuova destinazione ma per la incompatibilità fra cariche di governo e mandato parlamentare introdotta da Forlani all’interno della Dc come segnale di cambiamento. Egli preferì restare deputato – con le relative e ancora intatte immunità, dissero i malevoli – piuttosto che fare il ministro degli Esteri. Martelli rimase al ministero della Giustizia sino al 10 febbraio del 1993, quando si dimise per un avviso di garanzia ricevuto dalla Procura di Milano. Che lo coinvolse in Tangentopoli non credo proprio per allontanarlo da via Arenula allo scopo di mandare a Totò Riina un altro “segnale” favorevole alla trattativa, per seguire la logica applicata nella sentenza di Palermo alla partenza di Scotti dal Viminale. Con quella logica qualcuno potrebbe vedere un “segnale” favorevole alla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia persino nella sentenza della Corte Costituzionale del 28 luglio 1993 in materia di carcere duro. Ad essa si attenne in autunno per non rinnovare il trattamento speciale a 334 detenuti di mafia il guardasigilli Giovanni Conso, presidente emerito della stessa Corte, subentrato a Martelli in via Arenula e confermato nel governo di Carlo Azeglio Ciampi.

Quella decisione non portò Conso sul banco degli imputati solo perché i pubblici ministeri avrebbero dovuto passare la pratica ad altri uffici: quelli del tribunale dei ministri, con le procedure previste dalla legge, comprensive di un coinvolgimento del Senato. Essa tuttavia è incorsa nelle critiche dei giudici della Corte d’Assise di Palermo per la “speranzella”, coltivata tanto in buona fede da Conso da esprimerla pubblicamente, che l’allentamento delle tensioni nelle carceri potesse produrre anche un cambiamento nell’organizzazione mafiosa. Che continuava a eseguire e progettare attentati anche dopo la cattura di Totò Riina, avvenuta il 15 gennaio 1993.

Da sola, peraltro, quella cattura poteva o doveva smentire il sospetto di una tresca, penalmente tradotta poi nel reato di violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario, per assecondare l’organizzzazione criminale guidata da u curtu in latitanza dal lontano 1969.