Politica 8 Dec 2018 19:00 CET

Povertà: la ricetta di Swift

Non sono affatto convinto della possibilità che il reddito di cittadinanza diventi davvero legge dello Stato. Da molti anni penso che un reddito minimo, per tutti, sia una misura giusta e necessaria per la lotta contro la povertà. Però la realizzazione di una misura di questo genere ha bisogno di un piano economico molto complesso, che comporta una forte riorganizzazione di tutta la legislazione che riguarda i sussidi.

Comporta grandi investimenti per produrre un aumento significativo del Pil, e ha bisogno anche di nuove tasse, per raccogliere risorse.

Non vedo niente di tutto ciò nella politica del governo.

Eppure ricordo una dichiarazione impegnativa del vicepremier, ciò di Luigi Di Maio. Disse: «Faremo sparire la povertà». Vasto programma. Che peraltro fu proclamato più di mezzo secolo fa da un importantissimo presidente americano, Lyndon Johnson, il quale nel 1964 presentò un progetto post- kennediano, chiamato “Great Society”, che prevedeva proprio il reddito minimo e l’abolizione della povertà. Il piano poi fallì, per via della guerra del Vietnam, che assorbì tutte le risorse economiche a disposizione del governo.

Stavolta non c’è alle viste nessuna guerra che possa fermare Di Maio. Temo però che Di Maio possa provvedere a fermarsi da solo, per mancanza di idee, o per presenza di idee portatrici di eterogenesi dei fini.

Finora, diciamo la verità, non è stato fatto nulla per abolire la povertà. Neanche per ridurla. Le uniche misure in campo sono ancora quelle predisposte dai governi di centrosinistra, come il reddito di inclusione, l’Ape sociale, il sostegno alla Cassa Integrazione.

I poveri però, restano tantissimi. Cinque milioni sotto il livello massimo di povertà. Circa tre milioni e mezzo di italiani e un milione e mezzo di stranieri. Purtroppo le statistiche si rifiutano di escludere gli stranieri dai loro calcoli. Le statistiche sono fredde, senza sentimenti: per loro gli esseri umani sono tutti uguali…

Il governo gialloverde ha disposto alcune misure sociali, in questi sei mesi circa. Però tutte con risultati opposti a quelli richiesti. Il decreto sicurezza ha prodotto un immediato aumento dei clandestini ( clandestinità e povertà sono due parole che spesso coincidono) e gli esperti sostengono che nei prossimi mesi il numero dei clandestini aumenterà almeno del 25 per cento. Sono stati aboliti i sussidi agli orfani figli di madri che hanno subito femminicidio. C’è stato un taglio ai fondi per disabili. Tutte misure che danneggiano i più deboli. Poi è stato varato il decreto dignità, che rende più difficili i contratti a termine, riduce quindi il precariato ma aumenta la disoccupazione e il lavoro nero. Anche qui si parla di diverse centinaia di migliaia di persone che rischiano di restare senza un reddito. In più c’è l’aumento dei mutui dovuto allo spread.

Purtroppo a fronte di questo pacchetto di misure dall’impatto sociale forse ridotto ma sicuramente largamente negativo, non si intravvede ancora nessuna misura di segno contrario.

L’altra grande operazione politico sociale del nuovo governo è la modifica della legge sulla legittima difesa. L’altro giorno è spuntato persino un emendamento che permetterà forse di sparare non solo ai presunti ladri che entrano in casa, o nel negozio, o nell’autorimessa, ma anche a quelli per strada, se abbastanza vicini alla propria abitazione. E’ chiaro che questa legge, accompagnata dalla robusta corsa all’acquisto di armi prodotta dalle campagne di stampa in corso, potrebbe aumentare il numero dei morti tra i ladri e anche tra i sospetti ladri. I ladri di appartamento, e soprattutto i presunti ladri, spesso sono poveri. Non so se in questo senso si possa considerare la legge Salvini una legge che punta a ridurre il numero dei poveri… Forse non si dovrebbe scherzare su queste cose. Vero. E’ che a me viene sempre in mente quell’opera geniale scritta nel 1729, quasi trecento anni fa, da un fantastico scrittore irlandese, Jonathan Swift (famoso soprattutto per i viaggi di Gulliver): “Una modesta proposta”.

Era un libricino di una trentina di pagine nel quale si proponeva una semplice soluzione a tutti i problemi dell’economia, compreso il problema della sovrappopolazione. Swift lanciava l’idea di vendere ai ricchi i bambini poveri ( opportunamente ingrassati a spese dello Stato) e farglieli mangiare. In questo modo, spiegava, sarebbe migliorato il livello alimentare dei ricchi e sarebbe diminuito drasticamente il numero dei poveri. Potremmo fare la stessa cosa coi bambini degli immigrati. Scherzo, eh…

 

Il papà di Giggino e il nipote di Zu Binnu

Il papà di Di Maio, il nipote di Provenzano Quando c’è la forca e manca l’imputato

Hanno  messo in mezzo Luigi Di Maio per una storia che riguarda suo padre. Come era successo già varie volte.  Con Renzi, con Maria Elena Boschi, con Lupi ( per via del figlio) con la ministra Guidi ( per il fidanzato). Nei casi che abbiamo citato si è poi scoperto che gli accusati – tutti – erano innocenti.

E a maggior ragione i loro figli o padri o fidanzati. In questo caso vedremo.

Il reato del quale è accusato il papà di Di Maio è piuttosto grave, ma che lui sia colpevole è tutto da dimostrare. C’è un operaio che sostiene di essere stato assunto in nero dal papà di Di Maio, e poi di aver ricevuto l’ordine di tacere sul suo rapporto di lavoro, quando si ferì in un incidente. Di tacere per evitare guai al datore di lavoro.

Chiaro che non basta la denuncia per stabilire la colpevolezza. Questo, probabilmente, Di Maio non lo sa, ma glielo diciamo noi. E soprattutto, in qualunque modo stiano le cose, Luigi Di Maio non deve per nessuna ragione rispondere delle colpe di suo padre, di sua madre o di suo zio. E dunque la campagna che si è scatenata contro di lui è faziosa e forcaiola. Un problema irrisolto però c’è. Il problema naturalmente si nascondono nel passato, non nel presente. Nel presente la risposta offerta da Di Maio ai suoi critici è ineccepibile: mio padre è mio padre, forse ha sbagliato, e dai suoi errori prendo le distanze, ma resta mio padre. Giusto. Nel passato però Di Maio non prese in considerazione risposte simili, fornite dai suoi avversari politici. Ricordo che in varie occasioni spiegò che per i politici non occorrevano prove ma bastava il sospetto per inchiodarli, ricordo il modo nel quale si è scagliato contro Matteo Renzi, e soprattutto contro Maria Elena Boschi, quando i loro genitori furono raggiunti da semplici avvisi di garanzia per reati finanziari, sicuramente meno gravi – almeno sul piano morale – dei reati per i quali è sospettato – spero ingiustamente – il padre del vicepremier.

E’ chiaro che Di Maio ora si trova in una situazione imbarazzante. Probabilmente per la prima volta si rende conto di quanto violento e ingiusto sia il giustizialismo. E nel cuor suo, immagino, si pente di avere sostenuto, anche con accenti feroci, questa ideologia per tanti anni. Il giustizialismo è una ideologia illiberale, totalitaria, e che spinge all’odio. E’ una ideologia ispirata all’idea che la vendetta sia la medicina che risana la società. Occorre uno sforzo intellettuale serio per debellare il giustizialismo, anche da se stessi. Oppure – ma questo è un rimedio estremo – occorre averlo vissuto sulla pelle propria.

Del resto l’ultima prova di giustizialismo Luigi Di Maio – insieme a dirigenti di vari altri partiti di opposizione e di governo e a una parte stramaggioritaria della stampa – l’aveva data poche ore prima che esplodesse lo scandalo del lavoro nero. E’ successo che in Sicilia, nella famigerata città di Corleone, il candidato sindaco a 5 Stelle si era fatto fotografare con un barista che risulta essere il marito di una nipote di Bernardo Provenzano, detto “Zu Binnu”. Apriti cielo. Di Maio ha preteso che il candidato sindaco facesse un autodafè, che rinunciasse all’elezione, ha chiesto che fosse espulso dal movimento, ha deciso di ritirare il simbolo, si è rifiutato di tenere il comizio conclusivo a Corleone. Il candidato sindaco, molto dignitosamente, ha risposto picche a Di Maio ed ha proseguito per la sua strada. Bravo.

Il nipote acquisito di Provenzano, fino a prova contraria, è una bravissima persona. Non ha mai commesso reati, è incensurato, non è mai stato accusato di nulla, non c’entra niente con la mafia. Perché non può farsi fotografare con un esponente politico? E’ appestato? Deve girare con un campanellino alla caviglia per avvisare la gente onesta della sua colpa di parente? O con la stella gialla?

Domenica le elezioni si sono svolte a Corleone e ha vinto il centrodestra. Probabilmente il povero candidato sindaco cinquestelle è stato danneggiato parecchio dal capo politico del suo partito. Cioè: dal suo forcaiolismo, che in questa occasione è andato a braccetto col forcaiolismo di molti altri. Che poi in questi casi si va oltre il forcaiolismo. Il forcaiolismo classico consiste nel condannare un imputato senza prove e prima ancora del processo. In questa occasione non c’è nessun imputato: c’è solo la forca. Possiamo sperare che Di Maio cambi idea dopo la vicenda di suo padre? Cioè cominci a prendere in considerazione l’esistenza del garantismo come certezza di diritto? E ponga il problema al suo partito: a Grillo e a Di Battista?

O invece deciderà che si, il garantismo talvolta è utile, ma solo se c’è andato di mezzo suo padre.

Suo padre: non il papà di chicchessia…

 

Politica 18 Nov 2018 14:58 CET

Lega- M5S, litigi e stesso elettorato

IL COMMENTO

Ormai litigano su tutto. Ultima la sfida sugli inceneritori: «indispensabili» per Salvini; che «non c’entrano una ceppa» ( letterale) per Di Maio. Ma di fatto non c’è una singola materia dell’azione di governo sulla quale i due dioscuri della maggioranza gialloverde non facciano registrare divisioni, divaricazioni, distanze. Leader litigiosi, elettorati sovrapponibili Il cemento gialloverde che non si sfalda

Le conseguenze sullo scenario politico complessivo sono due. La prima. Cresce tra gli addetti ai lavori la convinzione che il governo non reggerà a tensioni così laceranti e presto, magari già prima delle elezioni europee, la coalione si sfalderà; il mitico Contratto verrà strappato; la campagna elettorale si giocherà su un bipolarismo Lega- M5S. E gli altri a fare da comparse.

La seconda. Niente di quanto descritto sopra accadrà. L’intesa tra Salvini e Di Maio è solida ed entrambi hanno interesse a proseguirla. Il capo leghista ha raddoppiato i consensi da quando governa assieme ai Cinquestelle: a che pro cambiare e buttare tutto all’aria? Il vicepremier pentastellato, al di là del nodo del doppio mandato sempre aggirabile come ogni vincolo procedurale, sa che il MoVimento di governo è quello che ha la sua faccia e le sue impronte digitali con le quali ha sottoscritto il patto con Salvini. Non ce n’è un altro, nel senso che se arriva Di Battista non è per riscrivere un accordo per palazzo Chigi bensì per portare i pentastellati al- l’opposizione. Insomma se l’esecutivo Conte va a casa, l’M5S perde la scommessa del governo e sulle poltrone ministeriali rischia di non tornarci più. Una corsa a perdifiato durata anni che si sgonfia un attimo dopo aver tagliato il traguardo: che senso ha?

Allora chi vede giusto: i fan del primo scenario o gli ultrà del secondo? Hanno ragione entrambi. E contemporaneamente torto ambedue. Come è noto, il peccato originale della Cosa Gialloverde è di aver dato luogo ad una convergenza di tipo pattizio e non politico. Le ragioni dell’uno sono state giustapposte accanto a quelle dell’altro: che la maionese fosse destinata ad impazzire era chiaro. Vero è che, come amano ripetere, Matteo e Luigi basta che si incontrino una mezz’oretta e risolvono sempre tutto. Accade perché il loro rapporto, che poggia su una confluenza generazionale e ideale, è al contempo troppo e troppo poco. Troppo per essere derubricato a pura sinergia opportunistica dettata dalla voracità di potere. Troppo poco per garantire all’azione di governo un ritmo lineare invece che sincopato.

Tuttavia esiste e agisce qualcosa di più profondo nelle viscere del Paese. Finora infatti abbiamo descritto diagrammi di Palazzo; rumors che si intrecciano nei corrodoi di Montecitorio e palazzo Madama; valutazioni e ragionamenti al centro dei colloqui riservati e riservatissimi nelle stanze che contano. Poi però ci sono le persone. C’è il popolo: le spinte che lo pervadono e le paure che lo stringono. E per capire cosa sta succedendo e il valore vero del voto del 4 marzo è utile leggere la ricerca fatta da Sociometrica e dal suo direttore Antonio Preiti, ripresa dalla newsletterList di Mario Sechi. Scorrendola, infatti, emerge il quadro di due elettorati che si identificato e quasi si sovrappongono. Per esempio il livello di istruzione per la media inferiore è del 10,9 nella Lega e del 10,2 nei Cinquestelle. Quello di istruzione superiore rispettivamente del 68,4 e del 68,1. Cioè chi vota gialloverde ha avuto lo stesso percorso educativo e ha “imparato” le stesse cose. Per il regista Paolo Virzì il voto gialloverde è «la rivincita di quelli che andavano male a scuola». Caustico. Solo che sono diventati ministri. Non basta. Sempre secondo i dati di Sociometrica, l’ultilizzo dei social è per l’elettorato della Lega al 30 per cento nella categoria “a volte”; del 30,7 nell’M5S. “Sempre” tocca il 59,8 tra chi vota Lega e il 62,5 per chi opta per i Cinquestelle.

Il cemento vero, sociale e per certi versi addirittura “ideologico”, dell’accoppiata Carroccio- grillini sta qui. E’ un cemento che ha preso dappertutto nel Paese, e che la divaricazione tra Nord e Sud maschera ma non sgretola. I due partiti vanno avanti insieme perché ad indirizzarli verso la convergenza c’è la sottostante spinta dei rispettivi elettorali che vogliono più o meno le stesse cose. Vale per la giustizia come per la voglia di lasciare a casa “quelli che c’erano prima”. Casomai la vera competition si giocherà su quanto Lega e M5S potranno sottrarsi vicendevolmente in termini di consensi. Una partita decisiva, certo. Ma da vasi comunicanti.

 

Politica 11 Nov 2018 17:58 CET

Se a togliere dai guai il duo Lega-M5S a palazzo Chigi arriva la bad company…

Dai, su: rituffiamoci nella fantapolitica. E come in ogni trama futuribile che si rispetti, cominciamo dai dati di realtà per poi fuggire nell’iperuranio delle astrazioni impossibili e, chissà, proprio per questo maliziosamente anticipatrici.

Primo dato. Ok d’accordo, tra Lega e Cinquestelle l’intesa sulla prescrizione è stata trovata ma a costo di far venire l’orticaria ai pasdaran del tutto e subito e gli stranguglioni a chi atterrisce di fronte al fine processo mai. C’è voluto il solito vertice a due Salvini- Di Maio con la benevola e silente supervisione del premier Conte per arrivare al dunque. Nessuno ha vinto, nessuno ha perso: soprattutto – e qui sta il vero guaio – nessuno capisce se davvero la riforma della giustizia si farà e quando e con quali voti, per non parlare poi con quali conseguenze. Si tratta dell’andamento ormai strutturalmente sincopato dell’azione di governo, costretto allo slalom tra enfatiche comunicazioni e striminzite realizzazioni. Diciamocelo: si può andare avanti così?

Secondo dato. Le divaricazioni in seno alla maggioranza gialloverde sono ormai talmente abituali da rappresentare un copione consolidato: farne l’elenco diventa stucchevole. I più benevoli ci vedono nient’altro che il gioco maggioranza- opposizione dentro un unico contenitore; un pò come il socialismo in un solo Paese, “teoria economico- politica avanzata e sviluppata da Josif Stalin sulla base di uno scritto di Vladimir Lenin del 1915”: citazione tratta da Wikipedia, strumento caro al vicepremier grillino. Può essere. Però nella lontana Russia tanto cara sia a Salvini che a Di Maio, quell’impianto ideologico sfociò nel terrore delle purghe e nel regime totalitario comunista. Non proprio un modello da riproporre.

Terzo dato. È opinione comune che la dead line del governo sono le elezioni europee di fine maggio; poi si vedrà. Giusto. Solo che il problema è che a maggio bisogna arrivarci, possibilmente ancora in sella. Altri infatti sostengono che esaurito il passaggio parlamentare della legge di Bilancio, liberi tutti. Ecco perché trovano spazio sospetti e agognamenti per elezioni politiche anticipatissime: diciamo marzo- aprile. E Mattarella? Beh, si adeguerà.

Adesso però basta con la realtà, così ripetitiva da diventare noiosa. Avanti allora con la fantapolitica e il risiko degli scenari. Dunque se marzo è ravvicinato, maggio è lontanissimo. Continuando così, si arriverebbe al voto nel primo caso sulla base di una clamorosa rottura tra i due dioscuri che non farebbe ben sperare per un cospicuo bottino elettorale. È vero che il consenso gialloverde non accenna accenna a diminuire ma appunto perché di intesa si tratta, per di più di governo. Se viene presa a mazzate dagli stessi protagonisti, con accuse incrociate e polemiche reciproche, l’umore popolare può risentirne. Se invece si va avanti fino a maggio, il pericolo è che il duopolio Matteo- Luigi arrivi al traguardo col fiato grosso, sfiancato da fibrillazioni e divisioni continue, ammaccato da un anno di partnership dove i mugugni e le insoddisfazioni crescono a dismisura. L’accordo tra i due vicepremier è solido a livello personale, però poi alla fine ciascuno deve rispondere al rispettivo elettorato e tutelare i propri interessi di partito o di movimento.

Bene, e allora che si fa? Ecco. Diciamo che l’idea potrebbe essere quella di trasferire il concetto della bad company dal recinto economico al catino della politica. Si potrebbe cioè dichiarare un time- out, sospendere le ostilità, dire al Colle di inventarsi un esecutivo a termine che traghetti il Paese fino a giugno sul quale scaricare tutta l’impopolarità delle misure necessarie per non far deragliare oltremisura i conti pubblici, procedere con la campagna elettorale al riparo di contestazioni e rimbrotti ( il reddito di cittadinanza è minimale, la flat tax è sparita, la Fornero è appena ritoccata eccetera) e poi magari a urne chiuse riprendere il discorso da dove è stato interrotto, rivedendo il Contratto e trasformandolo in accordo politico vero.

Certo ci sono le controindicazioni. L’M5S che fallisce la prova di governo ( ma non tanto). La Lega che esaurisce la forza propulsiva ( ma non è detto). Però esistono anche vantaggi. Tipo: di fronte ad un esecutivo siffatto, Pd e FI potrebbero tirarsi indietro? Se lo facessero, il gialloverde si cementificherebbe quale unico binomio possibile, presente e futuro. Se invece aderissero, la spalmatura dell’impopolaritá sarebbe erga omnes, e di fronte agli elettori nessuno potrebbe fare il furbo.

Ok, ok. Fantapolitica era e fantapolitica rimane. Vedremo che succede di qui a dicembre. Poi ne riparliamo.

 

Politica 28 Oct 2018 14:53 CET

Chi avrà più fiducia di un Paese che ignora i campanelli d’allarme?

Davvero paradossale. I campanelli d’allarme sono così tanti e così rumorosi che diventano un baccano. Ma più crescono e più aumenta il numero di quelli che si tappano le orecchie. Adesso si sono espressi tutti: non manca davvero nessuno. Succede qualcosa? Pare di no. Ognuno continua a compitare la sua parte, infischiandosene degli altri. Dopo la Commissione Ue è stata la volta di Mario Draghi e poi ancora dei sovranisti mitteleuropei che bastonano il Belpaese e i suoi conti pubblici a rischio panna montata. Palazzo Chigi e i due vicepremier rispediscono le critiche al mittente: usando nelle repliche dosi massicce di vetriolo: Draghi, secondo Di Maio, “avvelena il clima”. Bello, no?I cittadini sono sempre più disorientati e confusi. Vogliono ancora gli euro che hanno in tasca e l’Europa è accettata: sarà matrigna ma è meglio di niente. Poi però ai sondaggisti spiegano che Lega e M5S sono perfetti: vadano pure avanti a suon di abolizione della Fornero e reddito di cittadinanza, basta si facciano valere con voce grossa a Bruxelles. Semmai pure flirtando – perché no? – con Trump e Putin: se ci facciamo un selfie tutti e tre è roba che vale il fondo- immagine sul desktop.Dove porta tutto questo? Nessuno lo capisce, e il vero guaio è che nessuno sembra troppo interessato a comprenderlo. Prigionieri ciascuno del proprio ruolo, i governanti europei ( ma, appunto, non solo loro) stazionano sull’orlo del cratere e sentono il sordo tambureggiare che sale dalle viscere del vulcano. Stanno in bilico sul crostone per capire cosa accade. Ma non riescono a vedere: gli occhi si riempiono del fumo lavico che preannuncia l’eruzione. Non capiscono ancora da che versante esploderà il fiume bollente. Sanno solo che ci sarà. Le elezioni del maggio prossimo per il rinnovo del Parlamento europeo sono presentate come una sorta di ordalia che stabilirà vincenti e perdenti secondo un criterio presentato quale discrimine tra chi si mette al vento della novità storica e chi, al contrario, quel vento cerca di fermare con le mani. Sottintendendo che opporsi alla forza del cambiamento, è inutile. Dimenticando che arrendervisi senza capire dove porta, è irresponsabile.Ricapitoliamo. La Commissione Ue ha dato tre settimane di tempo all’Italia per modificare la legge di bilancio. Qualche ritocco è possibile ma è evidente a tuttiche la sentenza è già scritta: un bel no a caratteri cubitali. La maggioranza gialloverde fa spallucce: il guanto di sfida è considerato alla stregua non di un rischio bensì di un riconoscimento da mettere in bella vista sul petto. Nel frattempo l’Italia ballerà al ritmo dei ribassi in Borsa e dello spread stabile oltre quota 300: livello non così sfrenato da stenderci al tappeto ma comunque sufficiente a sfiancarci. Le crepe tra Salvini e Di Maio si accentuano e ritornano i refoli mai sopiti di elezioni anticipate: con la stessa legge e, probabilmente, anche le stesse impossibilità di maggioranze diverse. Il tutto sempre ignorando e perfino calpestando le prerogative del Quirinale che, costituzionalmente, è l’unico che può far suonare il gong di fine legislatura. Come se la cura Beppe Grillo fosse già in atto, e l’inquilino del Colle ridotto ad un taglianastri.Ma ciò che più sconcerta è la nebbia che avvolge il dopo e che nessuno ha fretta di diradare. I mercati magari non ci trafiggeranno a morte però l’Italia, nonostante le carezze interessate del Cremlino e un paio di telefonate dalla Casa Bianca, in Europa è isolata. Non produrremo contagio perché ci sarà apposto un cordone sanitario per lasciarci al nostro destino: cosa faremo, lo sfonderemo o ci culleremo nella melodia delle sirene autarchiche? Le Europee segneranno il forte avanzamento dei partiti sovranisti e populisti. Che forse si alleeranno con il Popolari. Una nuova maggioranza spostata, diciamo così, più a destra. Peccato che allo stato né la Lega né i Cinquestelle siano del gruppo. Forse a urne chiuse ci sarà un qualche invito dai nuovi padroni di casa: chissà se verrà accolto o subirà lo stesso trattamento dei moniti inviati dalla Commissione. C’è a chi piace molti nemici molto onore: ma il proiettile davvero letale è l’indifferenza che ci circonda.Poco male. In fondo – è il mantra che aleggia nei Palazzi della politica – le sanzioni Ue sono acqua fresca; chi non rispetta le regole subisce punizioni che però non provocano danni irreparabili. Vero. È così perché il mancato rispetto è contemplato come ipotesi del terzo tipo, visto che le regole sono frutto di accordi sottoscritti volontariamente dagli Stati. La domanda è chi potrà più fidarsi di un Paese che si fa beffe e si sottrae ai patti che ha liberamente firmato.

Politica 20 Oct 2018 11:15 CEST

Condono, non è un incidente. Ma il governo arriverà fino alle Europee

L’analisi

Il dietrofront di Matteo Salvini era scontato: fare la crisi adesso, sullo sfondo della bocciatura della manovra da parte della Ue e dello spread che riprende a mordere, non conviene né a lui né ai Cinquestelle. Rischierebbe di mettere in Paese su un piano inclinato che potrebbe portare ad un nuovo governo tecnico: la peggiore delle débâcle per la maggioranza gialloverde.

Tuttavia è impossibile derubricare quel che è avvenuto sul condono (a proposito: verrà rivisto? e come?) alla stregua di semplice incidente di percorso, seppur più grave del normale. Cosa sia in realtà accaduto lo ha spiegato Luigi Di Maio avvertendo – con un livello di consapevolezza che solo i prossimi passaggi potranno specificare – che nella maggioranza si è creato “un problema politico”. Se è così, la soluzione da trovare non potrà che essere politica. Il che, tuttavia, comporta alcune conseguenze di rilievo, la più importante delle quali è che viene mandato in soffitta il fantomatico Contratto di governo e che da adesso in poi il vascello pentaleghista naviga a vista verso il traguardo delle elezioni europee. Cosa succederà dopo, nessuno può prevederlo.

Che il Contratto fosse una coperta tanto immaginifica quanto insufficiente a coprire l’innaturalità di un accordo di governo tra forze che hanno un radicamento popolare, geografico e concettuale diverso e a tratti addirittura opposto, era chiaro fin dall’inizio. Tuttavia sia Salvini che Di Maio avevano buon gioco di fronte agli elettori a dire che la loro era l’unica via di sbocco possibile dopo il voto il 4 marzo, l’unica soluzione per dare un governo e un accettabile grado di stabilità all’Italia alla vigilia di un periodo particolarmente delicato. Tutto questo poteva ben giustificare una alleanza in cui i programmi non erano portati a sintesi ma semplicemente giustapposti, con una premiership, di conseguenza, non figlia di una intesa politica complessiva bensì della necessità di trovare una figura di mediazione non in grado di fare ombra ai due Lord Protettori dell’esecutivo.

Finché questo tipo di rappresentazione ha retto, nessun problema. Ma il condono – e tra poco potrebbe essere il reddito di cittadinanza o qualsiasi altro provvedimento di sostanza – ha mandato all’aria quel castello di carte. Ha messo l’uno di fronte all’altro gli interessi, le convenienze, le necessità dei due partner: il soffio è stato così forte da mandare tutto all’aria. Diventa chiaro, dunque, che da adesso in avanti il Contratto non potrà più giustificare l’accordo tra Lega e Cinquestelle in quanto non più sufficiente a coprire le esigenze reali dei rispettivi elettorati. A seconda delle circostanze e degli accadimenti, potrà/ dovrà essere messo da parte: per meglio dire archiviato. La figura stessa ( e a maggior ragione il ruolo) del presidente del Consiglio è destinato a cambiare. Quel “il premier sono io”, in verità più sussurrato che esibito da parte di Giuseppe Conte, testimonia che palazzo Chigi non può più limitarsi ad essere il punto di raccordo di necessità e interessi contrapposti. Al contrario sarà chiamato ad esercitare un compito di indirizzo: lo stesso che peraltro prescrive la Costituzione. La domanda è: con quanta forza politica? Per poter andare avanti evitando gli scossoni, la maggioranza gialloverde avrebbe davanti a sé un’unica strada: trasformarsi da intesa pattizia in vera e propria alleanza politica. Rivedendo, appunto, il Contratto e sostituendolo con un accordo programmatico di legislatura. Date le premesse, è davvero impervio immaginare che sia possibile. Ecco perché la navigazione a vista risulta di fatto obbligata.

Resta che il quadro complessivo è drammatizzato dallo scontro in atto tra l’Italia e il resto d’Europa. La bocciatura della manovra di bilancio era scontata, qualcuno sostiene perfino sollecitata da Roma. Ciò che colpisce, tuttavia, è il tono perentorio che contraddistingue la lettera della Commissione. Dire che lo scostamento finanziario attuato dal governo “è senza precedenti” avverte che anche le contromisure della Ue saranno dello stesso tenore. I prossimi giorni, in attesa della pronuncia delle agenzie di rating, saranno decisivi. Se la tempesta diventerà perfetta, la navigazione a vista potrebbe rivelarsi insufficiente a tenere a galla la barca dei conti pubblici. Che poi è la cosa veramente importante.

 

Politica 6 Sep 2018 11:23 CEST

Fi- Lega, le priorità del Cav

L’ANALISI

Se c’è una cosa che Silvio Berlusconi deve assolutamente evitare è consegnare Matteo Salvini all’abbraccio strutturale, peggio ancora se di legislatura, con i Cinquestelle di Beppe Grillo e Luigi Di Maio. Sia chiaro: Forza Italia è quello che è, e nessuna ristrutturazione interna, restyling sul logo o casting del gruppo dirigente potrà riportarla ai fasti di un tempo. Ci sono cicli politici che iniziano e poi si concludono, e il partito berlusconiano non fa eccezione. Ma restare agganciati alla Lega è ossigeno fondamentale: una questione di sopravvivenza.

Tuttavia quel che FI ha sedimentato nel Paese, l’aggancio a valori e tematiche strutturali e fortemente incistate sul corpaccione italiano e la fascinazione personale del Cav che ancora balugina qua e là, costituiscono un patrimonio politico che sarebbe autolesionistico svendere. Per cui è fondamentale non rompere i rapporti con l’alleato in tumultuosa crescita, nella convinzione che prima o poi la competizione con l’M5S porterà ad un divorzio nella maggioranza e nel governo.

A quel punto il campo del centrodestra, seppur in forme completamente diverse e rovesciate rispetto al passato, può tornare ad essere il contenitore adeguato e presimibilmente vincente. Il contrario sarebbe esiziale: se infatti Salvini e Di Maio marciassero appaiati per anni fino a sfumare confini e differenze e diventare un unico cartello elettorale, il risultato praticamente certo è che non ce ne sarebbe più per nessuno.

Del resto Berlusconi sa di poter contare su un atteggiamento conforme da parte del ministro dell’Interno. Il quale, strumementalmente, tiene i piedi in due scarpe: governa con il Mo-Vimento e stringe alleanze – e magari questo comincia a diventare un tasto dolente – a livello amministrativo con i forzisti. E’ Salvini che sussurra all’orecchio del Cav che la sua marcia appaiata con Di Maio è solo temporanea. Lo fa per un tornaconto immediato. E anche per non bruciarsi i vascelli alle spalle.

Sia come sia, Silvio non può permettersi di perdere contatti con la Lega. E infatti non è certo un caso se in un mese di assoluto silenzio l’unica dichiarazione fatta da Berlusconi è stata di appoggio al vicepremier nel momento in cui è finito nel mirino della magistratura per il caso della nave Diciotti. Ovviamente tutto questo testimonia al massimo un bordeggiamento: non certo una linea politica. Della quale, peraltro, il Signore di Arcore ha sempre mostrato di non avere bisogno: c’è già lui, il resto è silenzio.

E’ anche per questo che i boatos per un possibile rilancio del partito unico del centrodestra sono come i pronostici a inizio campionato: obbligatori ma troppo spesso sballati. Juventus a parte, ovviamente.

L’idea di un predellino alla rovescia in cui Salvini si annette quel che rimane di Forza Italia, espellendo tutto o quasi l’attuale quadro di comando, è di quelle fatte apposta per suscitare l’irritazione dei berluscones. E il fatto che magari, oltre quello di via Bellerio, sotto sotto ci sia anche lo zampino di Berlusconi nel propalarla testimonia in gran parte della volontà del Cav di tenere sul chi va là i suoi. Del resto i precedenti, vedi Pdl con Fini, non sono incoraggianti: non è affatto detto che riproporre l’esperimento con rapporti di forza invertiti sia garanzia di successo.

E dunque, sfrondato sia l’insistito silenzio del Cav sia il gossip su mosse e contromosse, cosa rimane? L’aggancio necessitato detto sopra, di cui i prossimi appuntamenti amministrativi rappresentano l’essenza. La Lega prova a correre da sola nelle Regioni ma è una corsa perdente. Agganciata a FI, invece, può vincere: voi al posto di Salvini cosa scegliereste? Per pasticciare con gli amalgama c’è tempo. In fondo si può sempre ricorrere al vecchio schema federativo che mette tutti ( o quasi..) tranquilli. Qui il riferimento magari è alla CdL, che non era quello schema ma ci assomigliava, e tutto sommato così male non andò.

Se si fa una “Federazione leghista delle Libertà” con Berlusconi presidente e Salvini segretario ma a palazzo Chigi, con un po’ di ceto politico geograficamente ed equamente ripartito, beh per Matteo può essere più allettante che battagliare con Roberto Fico o ingoiare il decreto dignità. La poltrona di premier non è poi così scomoda. Berlusconi lo sa. Salvini non vede l’ora di impararlo: meglio se per esperienza diretta, of course.