Politica 11 Nov 2018 17:58 CET

Se a togliere dai guai il duo Lega-M5S a palazzo Chigi arriva la bad company…

Dai, su: rituffiamoci nella fantapolitica. E come in ogni trama futuribile che si rispetti, cominciamo dai dati di realtà per poi fuggire nell’iperuranio delle astrazioni impossibili e, chissà, proprio per questo maliziosamente anticipatrici.

Primo dato. Ok d’accordo, tra Lega e Cinquestelle l’intesa sulla prescrizione è stata trovata ma a costo di far venire l’orticaria ai pasdaran del tutto e subito e gli stranguglioni a chi atterrisce di fronte al fine processo mai. C’è voluto il solito vertice a due Salvini- Di Maio con la benevola e silente supervisione del premier Conte per arrivare al dunque. Nessuno ha vinto, nessuno ha perso: soprattutto – e qui sta il vero guaio – nessuno capisce se davvero la riforma della giustizia si farà e quando e con quali voti, per non parlare poi con quali conseguenze. Si tratta dell’andamento ormai strutturalmente sincopato dell’azione di governo, costretto allo slalom tra enfatiche comunicazioni e striminzite realizzazioni. Diciamocelo: si può andare avanti così?

Secondo dato. Le divaricazioni in seno alla maggioranza gialloverde sono ormai talmente abituali da rappresentare un copione consolidato: farne l’elenco diventa stucchevole. I più benevoli ci vedono nient’altro che il gioco maggioranza- opposizione dentro un unico contenitore; un pò come il socialismo in un solo Paese, “teoria economico- politica avanzata e sviluppata da Josif Stalin sulla base di uno scritto di Vladimir Lenin del 1915”: citazione tratta da Wikipedia, strumento caro al vicepremier grillino. Può essere. Però nella lontana Russia tanto cara sia a Salvini che a Di Maio, quell’impianto ideologico sfociò nel terrore delle purghe e nel regime totalitario comunista. Non proprio un modello da riproporre.

Terzo dato. È opinione comune che la dead line del governo sono le elezioni europee di fine maggio; poi si vedrà. Giusto. Solo che il problema è che a maggio bisogna arrivarci, possibilmente ancora in sella. Altri infatti sostengono che esaurito il passaggio parlamentare della legge di Bilancio, liberi tutti. Ecco perché trovano spazio sospetti e agognamenti per elezioni politiche anticipatissime: diciamo marzo- aprile. E Mattarella? Beh, si adeguerà.

Adesso però basta con la realtà, così ripetitiva da diventare noiosa. Avanti allora con la fantapolitica e il risiko degli scenari. Dunque se marzo è ravvicinato, maggio è lontanissimo. Continuando così, si arriverebbe al voto nel primo caso sulla base di una clamorosa rottura tra i due dioscuri che non farebbe ben sperare per un cospicuo bottino elettorale. È vero che il consenso gialloverde non accenna accenna a diminuire ma appunto perché di intesa si tratta, per di più di governo. Se viene presa a mazzate dagli stessi protagonisti, con accuse incrociate e polemiche reciproche, l’umore popolare può risentirne. Se invece si va avanti fino a maggio, il pericolo è che il duopolio Matteo- Luigi arrivi al traguardo col fiato grosso, sfiancato da fibrillazioni e divisioni continue, ammaccato da un anno di partnership dove i mugugni e le insoddisfazioni crescono a dismisura. L’accordo tra i due vicepremier è solido a livello personale, però poi alla fine ciascuno deve rispondere al rispettivo elettorato e tutelare i propri interessi di partito o di movimento.

Bene, e allora che si fa? Ecco. Diciamo che l’idea potrebbe essere quella di trasferire il concetto della bad company dal recinto economico al catino della politica. Si potrebbe cioè dichiarare un time- out, sospendere le ostilità, dire al Colle di inventarsi un esecutivo a termine che traghetti il Paese fino a giugno sul quale scaricare tutta l’impopolarità delle misure necessarie per non far deragliare oltremisura i conti pubblici, procedere con la campagna elettorale al riparo di contestazioni e rimbrotti ( il reddito di cittadinanza è minimale, la flat tax è sparita, la Fornero è appena ritoccata eccetera) e poi magari a urne chiuse riprendere il discorso da dove è stato interrotto, rivedendo il Contratto e trasformandolo in accordo politico vero.

Certo ci sono le controindicazioni. L’M5S che fallisce la prova di governo ( ma non tanto). La Lega che esaurisce la forza propulsiva ( ma non è detto). Però esistono anche vantaggi. Tipo: di fronte ad un esecutivo siffatto, Pd e FI potrebbero tirarsi indietro? Se lo facessero, il gialloverde si cementificherebbe quale unico binomio possibile, presente e futuro. Se invece aderissero, la spalmatura dell’impopolaritá sarebbe erga omnes, e di fronte agli elettori nessuno potrebbe fare il furbo.

Ok, ok. Fantapolitica era e fantapolitica rimane. Vedremo che succede di qui a dicembre. Poi ne riparliamo.

 

Politica 28 Oct 2018 14:53 CET

Chi avrà più fiducia di un Paese che ignora i campanelli d’allarme?

Davvero paradossale. I campanelli d’allarme sono così tanti e così rumorosi che diventano un baccano. Ma più crescono e più aumenta il numero di quelli che si tappano le orecchie. Adesso si sono espressi tutti: non manca davvero nessuno. Succede qualcosa? Pare di no. Ognuno continua a compitare la sua parte, infischiandosene degli altri. Dopo la Commissione Ue è stata la volta di Mario Draghi e poi ancora dei sovranisti mitteleuropei che bastonano il Belpaese e i suoi conti pubblici a rischio panna montata. Palazzo Chigi e i due vicepremier rispediscono le critiche al mittente: usando nelle repliche dosi massicce di vetriolo: Draghi, secondo Di Maio, “avvelena il clima”. Bello, no?I cittadini sono sempre più disorientati e confusi. Vogliono ancora gli euro che hanno in tasca e l’Europa è accettata: sarà matrigna ma è meglio di niente. Poi però ai sondaggisti spiegano che Lega e M5S sono perfetti: vadano pure avanti a suon di abolizione della Fornero e reddito di cittadinanza, basta si facciano valere con voce grossa a Bruxelles. Semmai pure flirtando – perché no? – con Trump e Putin: se ci facciamo un selfie tutti e tre è roba che vale il fondo- immagine sul desktop.Dove porta tutto questo? Nessuno lo capisce, e il vero guaio è che nessuno sembra troppo interessato a comprenderlo. Prigionieri ciascuno del proprio ruolo, i governanti europei ( ma, appunto, non solo loro) stazionano sull’orlo del cratere e sentono il sordo tambureggiare che sale dalle viscere del vulcano. Stanno in bilico sul crostone per capire cosa accade. Ma non riescono a vedere: gli occhi si riempiono del fumo lavico che preannuncia l’eruzione. Non capiscono ancora da che versante esploderà il fiume bollente. Sanno solo che ci sarà. Le elezioni del maggio prossimo per il rinnovo del Parlamento europeo sono presentate come una sorta di ordalia che stabilirà vincenti e perdenti secondo un criterio presentato quale discrimine tra chi si mette al vento della novità storica e chi, al contrario, quel vento cerca di fermare con le mani. Sottintendendo che opporsi alla forza del cambiamento, è inutile. Dimenticando che arrendervisi senza capire dove porta, è irresponsabile.Ricapitoliamo. La Commissione Ue ha dato tre settimane di tempo all’Italia per modificare la legge di bilancio. Qualche ritocco è possibile ma è evidente a tuttiche la sentenza è già scritta: un bel no a caratteri cubitali. La maggioranza gialloverde fa spallucce: il guanto di sfida è considerato alla stregua non di un rischio bensì di un riconoscimento da mettere in bella vista sul petto. Nel frattempo l’Italia ballerà al ritmo dei ribassi in Borsa e dello spread stabile oltre quota 300: livello non così sfrenato da stenderci al tappeto ma comunque sufficiente a sfiancarci. Le crepe tra Salvini e Di Maio si accentuano e ritornano i refoli mai sopiti di elezioni anticipate: con la stessa legge e, probabilmente, anche le stesse impossibilità di maggioranze diverse. Il tutto sempre ignorando e perfino calpestando le prerogative del Quirinale che, costituzionalmente, è l’unico che può far suonare il gong di fine legislatura. Come se la cura Beppe Grillo fosse già in atto, e l’inquilino del Colle ridotto ad un taglianastri.Ma ciò che più sconcerta è la nebbia che avvolge il dopo e che nessuno ha fretta di diradare. I mercati magari non ci trafiggeranno a morte però l’Italia, nonostante le carezze interessate del Cremlino e un paio di telefonate dalla Casa Bianca, in Europa è isolata. Non produrremo contagio perché ci sarà apposto un cordone sanitario per lasciarci al nostro destino: cosa faremo, lo sfonderemo o ci culleremo nella melodia delle sirene autarchiche? Le Europee segneranno il forte avanzamento dei partiti sovranisti e populisti. Che forse si alleeranno con il Popolari. Una nuova maggioranza spostata, diciamo così, più a destra. Peccato che allo stato né la Lega né i Cinquestelle siano del gruppo. Forse a urne chiuse ci sarà un qualche invito dai nuovi padroni di casa: chissà se verrà accolto o subirà lo stesso trattamento dei moniti inviati dalla Commissione. C’è a chi piace molti nemici molto onore: ma il proiettile davvero letale è l’indifferenza che ci circonda.Poco male. In fondo – è il mantra che aleggia nei Palazzi della politica – le sanzioni Ue sono acqua fresca; chi non rispetta le regole subisce punizioni che però non provocano danni irreparabili. Vero. È così perché il mancato rispetto è contemplato come ipotesi del terzo tipo, visto che le regole sono frutto di accordi sottoscritti volontariamente dagli Stati. La domanda è chi potrà più fidarsi di un Paese che si fa beffe e si sottrae ai patti che ha liberamente firmato.

Politica 20 Oct 2018 11:15 CEST

Condono, non è un incidente. Ma il governo arriverà fino alle Europee

L’analisi

Il dietrofront di Matteo Salvini era scontato: fare la crisi adesso, sullo sfondo della bocciatura della manovra da parte della Ue e dello spread che riprende a mordere, non conviene né a lui né ai Cinquestelle. Rischierebbe di mettere in Paese su un piano inclinato che potrebbe portare ad un nuovo governo tecnico: la peggiore delle débâcle per la maggioranza gialloverde.

Tuttavia è impossibile derubricare quel che è avvenuto sul condono (a proposito: verrà rivisto? e come?) alla stregua di semplice incidente di percorso, seppur più grave del normale. Cosa sia in realtà accaduto lo ha spiegato Luigi Di Maio avvertendo – con un livello di consapevolezza che solo i prossimi passaggi potranno specificare – che nella maggioranza si è creato “un problema politico”. Se è così, la soluzione da trovare non potrà che essere politica. Il che, tuttavia, comporta alcune conseguenze di rilievo, la più importante delle quali è che viene mandato in soffitta il fantomatico Contratto di governo e che da adesso in poi il vascello pentaleghista naviga a vista verso il traguardo delle elezioni europee. Cosa succederà dopo, nessuno può prevederlo.

Che il Contratto fosse una coperta tanto immaginifica quanto insufficiente a coprire l’innaturalità di un accordo di governo tra forze che hanno un radicamento popolare, geografico e concettuale diverso e a tratti addirittura opposto, era chiaro fin dall’inizio. Tuttavia sia Salvini che Di Maio avevano buon gioco di fronte agli elettori a dire che la loro era l’unica via di sbocco possibile dopo il voto il 4 marzo, l’unica soluzione per dare un governo e un accettabile grado di stabilità all’Italia alla vigilia di un periodo particolarmente delicato. Tutto questo poteva ben giustificare una alleanza in cui i programmi non erano portati a sintesi ma semplicemente giustapposti, con una premiership, di conseguenza, non figlia di una intesa politica complessiva bensì della necessità di trovare una figura di mediazione non in grado di fare ombra ai due Lord Protettori dell’esecutivo.

Finché questo tipo di rappresentazione ha retto, nessun problema. Ma il condono – e tra poco potrebbe essere il reddito di cittadinanza o qualsiasi altro provvedimento di sostanza – ha mandato all’aria quel castello di carte. Ha messo l’uno di fronte all’altro gli interessi, le convenienze, le necessità dei due partner: il soffio è stato così forte da mandare tutto all’aria. Diventa chiaro, dunque, che da adesso in avanti il Contratto non potrà più giustificare l’accordo tra Lega e Cinquestelle in quanto non più sufficiente a coprire le esigenze reali dei rispettivi elettorati. A seconda delle circostanze e degli accadimenti, potrà/ dovrà essere messo da parte: per meglio dire archiviato. La figura stessa ( e a maggior ragione il ruolo) del presidente del Consiglio è destinato a cambiare. Quel “il premier sono io”, in verità più sussurrato che esibito da parte di Giuseppe Conte, testimonia che palazzo Chigi non può più limitarsi ad essere il punto di raccordo di necessità e interessi contrapposti. Al contrario sarà chiamato ad esercitare un compito di indirizzo: lo stesso che peraltro prescrive la Costituzione. La domanda è: con quanta forza politica? Per poter andare avanti evitando gli scossoni, la maggioranza gialloverde avrebbe davanti a sé un’unica strada: trasformarsi da intesa pattizia in vera e propria alleanza politica. Rivedendo, appunto, il Contratto e sostituendolo con un accordo programmatico di legislatura. Date le premesse, è davvero impervio immaginare che sia possibile. Ecco perché la navigazione a vista risulta di fatto obbligata.

Resta che il quadro complessivo è drammatizzato dallo scontro in atto tra l’Italia e il resto d’Europa. La bocciatura della manovra di bilancio era scontata, qualcuno sostiene perfino sollecitata da Roma. Ciò che colpisce, tuttavia, è il tono perentorio che contraddistingue la lettera della Commissione. Dire che lo scostamento finanziario attuato dal governo “è senza precedenti” avverte che anche le contromisure della Ue saranno dello stesso tenore. I prossimi giorni, in attesa della pronuncia delle agenzie di rating, saranno decisivi. Se la tempesta diventerà perfetta, la navigazione a vista potrebbe rivelarsi insufficiente a tenere a galla la barca dei conti pubblici. Che poi è la cosa veramente importante.

 

Politica 6 Sep 2018 11:23 CEST

Fi- Lega, le priorità del Cav

L’ANALISI

Se c’è una cosa che Silvio Berlusconi deve assolutamente evitare è consegnare Matteo Salvini all’abbraccio strutturale, peggio ancora se di legislatura, con i Cinquestelle di Beppe Grillo e Luigi Di Maio. Sia chiaro: Forza Italia è quello che è, e nessuna ristrutturazione interna, restyling sul logo o casting del gruppo dirigente potrà riportarla ai fasti di un tempo. Ci sono cicli politici che iniziano e poi si concludono, e il partito berlusconiano non fa eccezione. Ma restare agganciati alla Lega è ossigeno fondamentale: una questione di sopravvivenza.

Tuttavia quel che FI ha sedimentato nel Paese, l’aggancio a valori e tematiche strutturali e fortemente incistate sul corpaccione italiano e la fascinazione personale del Cav che ancora balugina qua e là, costituiscono un patrimonio politico che sarebbe autolesionistico svendere. Per cui è fondamentale non rompere i rapporti con l’alleato in tumultuosa crescita, nella convinzione che prima o poi la competizione con l’M5S porterà ad un divorzio nella maggioranza e nel governo.

A quel punto il campo del centrodestra, seppur in forme completamente diverse e rovesciate rispetto al passato, può tornare ad essere il contenitore adeguato e presimibilmente vincente. Il contrario sarebbe esiziale: se infatti Salvini e Di Maio marciassero appaiati per anni fino a sfumare confini e differenze e diventare un unico cartello elettorale, il risultato praticamente certo è che non ce ne sarebbe più per nessuno.

Del resto Berlusconi sa di poter contare su un atteggiamento conforme da parte del ministro dell’Interno. Il quale, strumementalmente, tiene i piedi in due scarpe: governa con il Mo-Vimento e stringe alleanze – e magari questo comincia a diventare un tasto dolente – a livello amministrativo con i forzisti. E’ Salvini che sussurra all’orecchio del Cav che la sua marcia appaiata con Di Maio è solo temporanea. Lo fa per un tornaconto immediato. E anche per non bruciarsi i vascelli alle spalle.

Sia come sia, Silvio non può permettersi di perdere contatti con la Lega. E infatti non è certo un caso se in un mese di assoluto silenzio l’unica dichiarazione fatta da Berlusconi è stata di appoggio al vicepremier nel momento in cui è finito nel mirino della magistratura per il caso della nave Diciotti. Ovviamente tutto questo testimonia al massimo un bordeggiamento: non certo una linea politica. Della quale, peraltro, il Signore di Arcore ha sempre mostrato di non avere bisogno: c’è già lui, il resto è silenzio.

E’ anche per questo che i boatos per un possibile rilancio del partito unico del centrodestra sono come i pronostici a inizio campionato: obbligatori ma troppo spesso sballati. Juventus a parte, ovviamente.

L’idea di un predellino alla rovescia in cui Salvini si annette quel che rimane di Forza Italia, espellendo tutto o quasi l’attuale quadro di comando, è di quelle fatte apposta per suscitare l’irritazione dei berluscones. E il fatto che magari, oltre quello di via Bellerio, sotto sotto ci sia anche lo zampino di Berlusconi nel propalarla testimonia in gran parte della volontà del Cav di tenere sul chi va là i suoi. Del resto i precedenti, vedi Pdl con Fini, non sono incoraggianti: non è affatto detto che riproporre l’esperimento con rapporti di forza invertiti sia garanzia di successo.

E dunque, sfrondato sia l’insistito silenzio del Cav sia il gossip su mosse e contromosse, cosa rimane? L’aggancio necessitato detto sopra, di cui i prossimi appuntamenti amministrativi rappresentano l’essenza. La Lega prova a correre da sola nelle Regioni ma è una corsa perdente. Agganciata a FI, invece, può vincere: voi al posto di Salvini cosa scegliereste? Per pasticciare con gli amalgama c’è tempo. In fondo si può sempre ricorrere al vecchio schema federativo che mette tutti ( o quasi..) tranquilli. Qui il riferimento magari è alla CdL, che non era quello schema ma ci assomigliava, e tutto sommato così male non andò.

Se si fa una “Federazione leghista delle Libertà” con Berlusconi presidente e Salvini segretario ma a palazzo Chigi, con un po’ di ceto politico geograficamente ed equamente ripartito, beh per Matteo può essere più allettante che battagliare con Roberto Fico o ingoiare il decreto dignità. La poltrona di premier non è poi così scomoda. Berlusconi lo sa. Salvini non vede l’ora di impararlo: meglio se per esperienza diretta, of course.

 

Politica 28 Aug 2018 14:31 CEST

Che errore clamoroso ha fatto il Pd: non doveva appoggiare la procura di Agrigento!

Il Pd ha preferito lasciare al solo, o quasi, e solito Silvio Berluscon il compito di esprimere dall’opposizione critiche sull’ennesima sovrapposizione giudiziaria alla politica

Capisco, per carità, le ragioni, esigenze e quant’altro dell’opposizione praticata al governo dal Pd, sfuggito per fortuna alle tentazioni di un accordo post– elettorale con i grillini. Che lo avevano sin troppo sfacciatamente scambiato per un forno di riserva, anzi come un forno concorrente con quello leghista per fare quadrare i conti in un Parlamento in cui essi erano arrivati senza i numeri necessari per fare da soli.

Capisco anche le ragioni di risentimento persino personale che i dirigenti piddini più accorti, quelli appunto contrari a fare da spalla ai grillini, possono avvertire verso i protagonisti del governo in carica. In particolare, verso un Matteo Salvini che non perde occasione per attaccare anche sul versante migratorio il Pd pur raccogliendo in buona parte i buoni frutti di ciò che prima di lui al Viminale aveva seminato Marco Minniti. Il quale aveva fatto uscire il problema degli sbarchi dalle dimensioni e condizioni di emergenza in cui l’aveva raccolto. E ciò anche a costo, parlando sempre di Minniti, di sentirsi poi rivolgere, a elezioni avvenute, l’ingenerosa e pubblica accusa del presidente del partito Matteo Orfini di avere contribuito alla perdita di voti dando “una lettura di destra” al fenomeno così drammaticamente avvertito da tanta parte della gente comune.

L’altro protagonista del governo, il grillino Luigi Di Maio, ha fatto e fa ancora peggio di Salvini contro il Pd. Si era appena cominciato a contare a Genova il numero dei morti e dei feriti nel crollo del viadotto Morandi e già il vice presidente pentastellato del Consiglio cercava a Ferragosto di scaricarne in qualche modo la responsabilità anche sul Pd per presunti finanziamenti elettorali ottenuti, peraltro insieme con altri partiti, compresa la Lega, dai concessionari dell’autostrada, come se fossero stati proprio quei soldi a impedire ai Benetton di mantenere bene il ponte.

Eppure, con tutta la comprensione – ripeto – che merita l’opposizione del Pd al governo in carica, non capisco perché mai – Dio mio – al Nazareno e dintorni si siano lasciati scappare un’altra occasione per difendere il primato della politica di fronte all’ennesima invasione di campo della magistratura. Tale considero infatti l’intervento a gamba tesa di una Procura della Repubblica nella vicenda dei migranti bloccati per alcuni giorni nel porto di Catania su un pattugliatore della Guardia Costiera, e infine sbarcati con varie destinazioni.

Dall’intervento della Procura di Agrigento sta nascendo un procedimento giudiziario a Palermo, gestito nella cornice del cosiddetto tribunale dei ministri, contro Salvini e il suo capo di Gabinetto per sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio. Che per andare avanti – per fortuna, dico a questo punto – avrà bisogno di un passaggio al Senato.

Il fastidio che mi procurano lo stile e spesso anche le scelte di Salvini non mi impedisce di considerare quanto meno curioso il sequestro ravvisato nella permanenza dei migranti su una nave militare italiana che li aveva soccorsi, e salvati da morte per naufragio, nelle acque tra Malta e la nostra isola più vicina. Considerare costoro detenuti mentre Salvini li faceva trattenere cercando di concordarne prima la destinazione verso più Stati non mi convince per niente, a meno che la prova non consista nel fatto che tra le numerose visite sulla nave attraccata al molo Levante di Catania, con tanto di autorizzazione di Salvini e con tutti i riguardi del comandante, ve n’è stata anche una della rappresentante del “garante nazionale dei detenuti”. Sembra una barzelletta ma il fatto è vero. E da solo dovrebbe bastare e avanzare per avvertire il carattere paradossale di tutta la vicenda, anche di quella giudiziaria.

Per quanto riguarda l’abuso d’ufficio contestato al ministro dell’Interno e al suo capo di Gabinetto, mi attengo al paragone che una volta l’insospettabile Pier Luigi Bersani, commentandone uno contestato a un sindaco grillino, fece con il sovraccarico di un camion per il conducente.

Vedere anche il Pd cavalcare contro Salvini il procedimento giudiziario avviato contro di lui, o solo evitare di sollevare dubbi sulla sua consistenza e opportunità, mi ha procurato un senso di delusione e amarezza. Così anche per il rimprovero un po’ banale e scontato – diciamolo pure – fatto a Di Maio di difendere adesso il suo collega di governo Salvini, pur a modo suo, dopo avere reclamato le dimissioni dell’allora ministro dell’Interno Angelino Alfano, raggiunto anche lui da un’accusa di abuso d’ufficio. Mi è sembrato di stare all’asilo Mariuccia.

Il Pd ha così preferito lasciare al solo, o quasi, e solito Silvio Berlusconi, forse per timore di confondersi con lui, il compito di esprimere dall’opposizione critiche e riserve politiche sull’ennesima sovrapposizione giudiziaria alla politica. E non mi si dica, per favore, che bisogna pur rendersi conto – come dicono i soloni – dell’obbligatorietà dell’azione penale stabilita dalla Costituzione, come se i magistrati non disponessero di alcuna discrezionalità.

Da quarant’anni mi chiedo dove e come fosse stata applicata l’obbligatorietà dell’azione penale nei riguardi di Romano Prodi. Che durante il sequestro di Aldo Moro segnalò Gradoli – nome non di una località nel Reatino, dove furono mandate inutilmente le forze dell’ordine, ma di una strada di Roma dove c’era la base terroristica di Mario Moretti, il capo dell’operazione delle brigate rosse – dicendo di averne raccolto l’indicazione con amici in una seduta spiritica.

Se quella storia l’avessimo raccontata io o Sansonetti, che allora lavoravamo, rispettivamente, al Giornale e all’Unità, saremmo finiti in una cella, e chissà per quanto tempo, con tutte le norme antiterroristiche vecchie o appena varate. Prodi invece nell’autunno di quello stesso anno – il 1978 – divenne ministro dell’Industria nel quarto governo di Giulio Andreotti. E sarebbe stata solo la prima tappa di una lunga carriera politica, interrotta nel 2013 sulla soglia del Quirinale per un centinaio di “franchi tiratori” del Pd, non certo mossi dal desiderio di vendicare quella seduta spiritica, ma da altri e più banali obbiettivi.

 

Politica 4 Aug 2018 13:07 CEST

Luna di miele tra governo e cittadini e il rischio di declino

Le opposizioni spiegano tutto con la luna di miele tra maggioranza e cittadini; Lega e Cinque Stelle fomentano gli umori del loro elettorato

Honeymoon, sussurrano i naufraghi dandosi di gomito sui lidi dove i tentacoli gialloverde non arrivano. Poi, si sa, c’è sempre chi vuole strafare e compita l’intera frase in inglese: Don’t mind those two, they are still in honeymoon stage: Non farci caso, sono ancora in luna di miele. La considerazione è accompagnata da un sorriso compiacente, di chi sa che è uno stato transitorio. E pone già una scadenza temporale per la conclusione: l’autunno delle manovre sul bilancio. Honeymoon, benché un po’ surreale, è il grido di battaglia di quelli che hanno perso e cercano rivincita. È la convinzione delle élite strapazzate dal voto del 4 marzo; dei burocrati e grand commis che non sono riusciti a salire su carro dei vincitori; degli esclusi loro malgrado; delle opposizioni che covano vendetta e cercano rivincita. È il motto dei tanti che hanno vissuto parecchie stagioni politiche e sanno che quando c’è tempesta l’unica è sedersi sulla riva del fiume ad aspettare che passi il cadavere dell’avversario.

Perciò basta pazientare qualche settimana, al massimo qualche mese, e l’impalcatura della maggioranza crollerà come un albero infradiciato, trascinandosi appresso il governo dell’” esecutore” Giuseppe Conte.

Quest’esercito sbandato che non trova generali compulsa con sufficienza i sondaggi che vedono crescere i partiti di governo e si consola affidandosi al vaticinio che è tutta fuffa, effetto appunto della luna di miele che sempre contraddistingue il popolo che ha votato e gli eletti che hanno fatto man bassa di consensi: tanto poi finisce. Lo sanno le coppie di sposi, lo sanno quelli che sono avvezzi alle mutevolezze della politica.

Hanno ragione? Se ci limitassimo ad un sguardo superficiale alla realtà, la tentazione di rispondere positivamente sarebbe forte. Il via libera al primo provvedimento economico dell’esecutivo, il cosiddetto Decreto dignità, è arrivato nel giorno in cui lo spread schizza a 250 e la Borsa perde l’ 1,7 per cento: sordo brontolio dei tuoni che annunciano l’uragano e aspettano solo la legge di Stabilità per scatenarsi. Sulla Rai va in frantumi il simulacro del centrodestra unitario, ed è battaglia su chi arruola il maggior numero di esodanti. Tra Lega e Cinquestelle la sintonia formale lascia spazio a divaricazioni ripetute: sono due rette che viaggiano su binari paralleli, senza incontrarsi ( e in verità neppure scontrarsi) mai. Nel governo, il braccio di ferro tra i due vicepremier e il ministro dell’Economia è sotterraneo ma feroce: qualcuno finirà per farsi male.

Si potrebbe andare avanti, ma basta così. Quelle appena esposte sono tutte cose vere e verificabili. Eppure non sono sufficienti a garantire l’effetto demolitore che il pezzo d’Italia che non si riconosce nel Contratto di governo aspetta e auspica. Al contrario, il sussurro dell’honeymoon rischia di rivelarsi un abbaglio, un alibi che si frantuma appena maneggiato, esattamente come dovrebbe avvenire per le promesse elettorali di Salvini e Di Maio destinate a restare impresse nel libro dei sogni.

Forse la verità per tutti, vincitori e vinti, è che risulta fin troppo complicato prendere coscienza di ciò che è avvenuto nel profondo del Paese, dei mutamenti sociali, politici e culturali che contraddistinguono l’attuale fase storica. Gli uni e gli altri, infatti, sembrano aver definitivamente abbandonato l’idea di dialogare con l’elettorato – proprio e altrui maneggiando le leve della razionalità e del convincimento. Entrambi, nell’epoca dei social e della comunicazione obbligatoriamente semplificatoria, paiono convinti che l’unica possibilità è affidarsi alla pancia dei cittadini, all’umore primitivo che alberga in loro e che, secondo questo orientamento, rappresenta la bussola del comportamento e delle decisioni. Maggioranza e opposizione paiono aver fatto proprio il meccanismo stimolo- risposta che tanto ha affascinato gli psicologi dell’inizio del secolo: una miriade di riflessi condizionati che escludono ponderazione e analisi, ritenuti orpelli inutili e fuorvianti.

Il risultato è che M5S e Lega per un verso; Pd e FI per l’altro fomentano vicendevolmente gli animal spirits dei loro sostenitori, in un infinito ping pong di accuse e controaccuse, di cori e coretti da stadio: come se l’unica espressione possibile del pensiero fosse quella degli ultrà dell’una o dell’altra fazione. Così Salvini esaspera lo spettro dell’immigrazione incontrollata e Di Maio alimenta il falò dell’anti casta bruciando il totem dell’Air force Renzi, mentre il Pd e la sinistra – aiutati dalla disinvoltura del ministro leghista Fontana gridano al razzismo incombente mallevadore del fascismo mai sepolto; e i berluscones inveiscono contro il crollo della Maginot anti- statalista e il tradimento salviniano delle aspettative e dei bisogni del Nord.

Quale sia lo sbocco politico di questo tifone sconclusionato e viscerale, distante anni luce dai criteri del confronto democratico, non è chiaro. Mentre è chiarissimo che a forza di evocare l’irrazionalità, alla fine ne verremo tutti travolti.

 

Politica 10 Jul 2018 13:21 CEST

Se Matteo Salvini leggesse Schiller

È singolare che ogni atto del governo firmato da Di Maio venga cannoneggiato, mentre l’azione di Salvini è quasi blandita

Chissà, magari Friedrich Schiller ne avrebbe tratto ispirazione per completare quel Demetrius che non riuscì a terminare prima della morte nel 1805. Già, perchè gli elementi ci sono tutti: e principalmente il tema – carissimo al poeta e filosofo tedesco – dell’usurpatore consapevolmente tale, che tuttavia è degno della corona. Lo strabismo di Arcore che tanto piace a Salvini

Forse è proprio così che Matteo Salvini si sente; forse è proprio così che Silvio Berlusconi vive il capo leghista. Sentimenti forti e a tinte nette, pronti ad acquisire una dimensione strutturalmente politica una volta calate dall’empireo dove stazionano le “anime belle” alla terrigna durezza del fango e della lotta per la supremazia. E’ il “dramma della politica”: altro elemento tipicamente schilleriano, che nulla ha a che fare con le ambiguità e le contraddizioni che arriveranno un secolo dopo dai volteggi dell’inconscio di freudiana sintesi. Qui non c’è nessuna uccisione del padre da celebrare perché il Dna di Matteo è del tutto alieno a quello di Silvio, e il padre politico del capo del Carroccio è semmai quel Senatùr che Salvini ha definitivamente piazzato nelle foto di famiglia che non si possono distruggere perché sarebbe sacrilegio ma è comunque meglio dimenticare.

No, meglio Schiller. Molto meglio. Meglio il tormento ottima- mente dissumulato ( ce lo vedete voi Matteo macerato? Impossibile…) del giovane protagonista che, come scrisse il Mittner, «si sente eletto ad agire e si ribella all’ordine costituito per crearne uno migliore». Questo era il sentimento di Demetrius che puntava al trono dello Zar; questo è l’obbiettivo che si è dato Salvini e questo è il lasciapassare che, dal punto di vista formale, il Cav gli ha consegnato. Solo così, infatti, si spiega il via libera ricevuto da Berlusconi per sottoscrivere il Contratto di governo con l’M5S che il vicepremier ogni volta non si dimentica di sbandierare. E solo così si giustifica il fatto che non ci sia atto di governo che il capo di FI attacca senza se e senza che provenga dall’odiato Di Maio, mentre Salvini resta comunque fuori bersaglio, dotato di uno scudo immunitario che svia ogni critica e ogni accenno di polemica incenirisce sul nascere.

Così accade che la bufera sull’immigrazione, le accuse di “cattivismo” o, assai peggio, di disumanità tendente al razzismo non ricevano che qualche buffetto dalla reggia di Arcore, conditi tutt’al più da gorgoglii di rimbrotto per gli affondi sempre più belluini contro la Ue. Mentre non appena compare sulla Gazzetta Ufficiale il decreto Dignità partorito dall’altro vicepremier a cinque stelle, apriti cielo: cannoneggiamento alzo zero e una lettera- manifesto sul più importante giornale italiano firmata di suo pugno dall’” imprenditore Berlusconi” nei riguardi di chi pretende di legiferare «su una cosa che non ha mai conosciuto: il lavoro».

Curioso, no? E’ come se, dopo aver scelto di stare all’opposizione quale migliore argine contro «il pauperismo grillino», Berlusconi fosse attentissimo ad attaccare solo quelli che di Salvini sono gli alleati e mai chi, allo stato, è il protagonista assoluto dello scenario politico italiano. Come se ci fosse un non detto assai più importante e significativo del detto. Come se il legame tra i due leader del centrodestra che fu, era e resta infinitamente più importante del patto che unisce i “vincitori” del 4 marzo. Come se l’una cosa fosse strategica, e l’altra solo di necessità.

Ma, appunto: quale strategia e quale necessità? Macché Schiller, non mischiamo la lana con la seta ( eufemismo): per molti il balletto di Salvini altro non è che l’ennesima, banale riedizione del doppio forno: al governo con l’M5S, nelle giunte locali con FI. E Berlusconi ci sta sta convenienza e perchè altrimenti che altro può fare?

Può essere. Però semplificare a volte svia. Perchè Silvio le carezze le dà solo se gli tornano utili; e Salvini sa bene l’effetto che produce nell’alleato di maggioranza quando spiega che: «Berlusconi? Certo, mi ci sono visto l’altro giorno e mi ha fatto i complimenti per quello che sto personalmente facendo al governo». Dove tutta questa enfasi manovriera porti, non è chiaro. Intanto, almeno nei sondaggi, la Lega schizza in alto; FI non tracolla però scende e i Cinquestelle sono in calo. Ma i sondaggi vanno bene se ci sono le elezioni a breve. Ecco, appunto: ci sono? Forse la verità è che uno tra Silvio e Matteo sta facendo un terribile errore. Ora è troppo presto per sapere chi ma a ottobre, con la Finanziaria sarà tutto più chiaro.