Analisi 9 Sep 2018 07:03 CEST

Caro Minisci, i giudici non sono mai in lotta contro qualcuno

Nell’intervista al Corsera, il capo dell’Anm sembra non ricordare che il processo penale è a favore dell’imputato e non contro di lui

Dopo aver letto l’intervista che il presidente della Associazione Magistrati, Francesco Minisci, ha rilasciato al Corriere della Sera, prima mi son sentito prendere come da una vertigine – che mio malgrado mi immergeva in un vortice di nebulosa incomunicabilità – ma poi, ripresomi, mi son ricordato delle parole dei vecchi giuristi – Carnelutti, Satta, Calamandrei – i quali tutti concordavano sul fatto che il processo penale non si fa contro l’imputato, ma a suo favore: e ne viene che il giudice non è “in lotta” contro nulla e nessuno. Neppure contro la corruzione.

In altre parole, il processo ha un compito preciso: sottoporre ad una vera prova di resistenza le accuse mosse all’imputato. Se la prova sarà superata, egli sarà condannato, altrimenti sarà assolto. Ecco in quale cornice concettuale va inquadrata e compresa la presunzione di non colpevolezza.

Tuttavia, quelle parole oggi suonano vuote e come seppellite dal tempo, di fronte alle proposte avanzate da Minisci per meglio combattere la corruzione.

Nell’ordine: introdurre il Daspo preventivo anche in sede di indagini; estendere il Daspo anche alle imprese per cui lavorava il corrotto; allargare la possibilità delle collaborazioni premiate dalla legge, anche con revoca del Daspo; bloccare la prescrizione definitivamente dopo la sentenza di condanna di primo grado; consentire il mutamento del giudice nel dibattimento, senza dover cominciare da capo; abolire il divieto di aumentare la pena nel caso di appello dell’imputato.

Una osservazione generale e alcune particolari.

In generale, Minisci sembra dimenticare che le persone di cui lui parla, in quasi tutti i casi accennati, sono soltanto degli imputati e non dei condannati, per cui dovendo ritenersi non colpevoli vanno tutelati nei loro diritti processuali.

In particolare. Il Daspo preventivo appare non necessario, in quanto la legge sugli appalti già esclude chi abbia pendenze penali di tipo corruttivo; colpire col Daspo le imprese è parimenti inutile, perché basterebbe mutare la ragione sociale dell’impresa per evitarlo; estendere il pentitismo, bloccare la prescrizione, abolire il divieto di “reformatio in peius” sembrano misure del tutto estranee ai principi minimi dello Stato di diritto; infine, far mutare il giudice nel corso del dibattimento come nulla fosse, significa calpestarne il delicatissimo ruolo di dispensatore delle ragioni del giusto e dell’ingiusto, facendone quasi una comparsa processuale priva di autonomo significato.

Dell’unico rimedio reale contro la corruzione – la lotta effettiva alla burocrazia – inutilmente riproposto da Cantone, Minisci invece tace.

Che Minisci non abbia riflettuto abbastanza prima di fare queste dichiarazioni?

O che forse abbia troppo riflettuto? Non lo so. Ciò che invece pare è che egli non sembra aver abbastanza coltivato quel sano timore di giudicare – sul quale ammonisce S. Paolo scrivendo ai Romani – e che invita a ritenersi legittimati a giudicare gli altri, solo dopo aver condannato se stessi.

Ecco, se tutti noi, prima di giudicare gli altri, ci fermassimo un momento a riflettere sulla necessità di condannare prima noi stessi, forse non sarebbe male. Spero lo faccia, prima o poi, anche Minisci.

 

Enzo Tortora chi? Il gioco a far finta di niente

Trent’anni fa moriva il giornalista perseguitato

Trent’anni fa moriva Enzo Tortora. Il 18 maggio del 1988. Era un grande giornalista, conservatore e liberale. Aveva subìto una persecuzione giudiziaria feroce e assolutamente irragionevole. Tortora è stato il testimone di come la giustizia possa esercitare il suo enorme potere in modo malvagio e in spregio del diritto. Assecondata e applaudita dal giornalismo.

Fu arrestato all’alba del 17 giugno del 1983, a Roma, trascinato in manette in una caserma dei carabinieri e poi, in manette, mostrato ai giornalisti e ai fotografi e infine, a sera, chiuso in cella per sette mesi. Più molti altri mesi di arresti domiciliari. Era accusato di essere un camorrista, uno spacciatore di droga e un mercante di morte. Era del tutto, del tutto, del tutto innocente. Enzo Tortora chi? Trent’anni dopo il gioco a far finta di niente

Qualche giorno dopo il suo arresto Camilla Cederna, giornalista ultra- liberal, di sinistra, indipendente, spregiudicata, cronista di inchiesta e di prima linea, prestigiosissima, scrisse: « Mi pare che ci siano gli elementi per trovarlo colpevole: non si va ad ammanettare uno del cuore della notte se non ci sono buone ragioni. Il personaggio non mi è mai piaciuto». C’è tutto in questa breve frase. C’è il cuore del colpevolismo cieco (” se lo hanno arrestato vuol dire che qualcosa l’ha fatta”: pare che sia la stessa frase che fu ripetuta migliaia di volte in Argentina, dopo il golpe di Videla e gli arresti di massa degli oppositori). C’è l’idea che l’accusa è essa stessa dimostrazione della colpa. C’è l’infallibilità dei giudici. C’è l’antipatia personale come prova a carico. C’è il principio dell’intoccabilità rovesciata, e cioè la convinzione che il prestigio personale, o la fama, o il potere di una persona, presunta intoccabile, siano in realtà evidenze certe di reato.

Tortora era innocentissimo ma l’intera stampa italiana si schierò contro di lui e lo riempì di fango, tranne pochissime eccezioni: Biagi, Montanelli. E l’intera magistratura diede totale copertura prima al giudice istruttore che lo aveva fatto incarcerare senza prove e senza indizi, e poi ai pubblici ministeri che – senza prove e senza indizi – lo fecero condannare a 10 anni di carcere.

La magistratura poi si riscattò, con la sentenza di appello, che fu di piena assoluzione e di furiosa e appassionata condanna del lavoro sciatto e indegno svolto dai magistrati che lo avevano condannato. Tortora fu condannato sulla semplice testimonianza di alcuni pentiti, del tutto inaffidabili, e teleguidati – che ottennero in cambio sconti di pena – senza la possibilità del minimo riscontro. In appello gli indizi e le testimonianze furono smontati uno ad uno, in modo inconfutabile, ma erano stati già smontati nel primo grado e in istruttoria, però i giudici del primo grado e dell’istruttoria se ne erano infischiati delle prove a difesa.

La magistratura si riscattò con la sentenza d’appello. Il giornalismo non si riscattò mai.

Anche la politica ebbe in gran parte un atteggiamento infame sul caso Tortora. Più o meno tutto il mondo politico, eccetto, naturalmente, i radicali ( che si batterono al suo fianco in modo eroico, subissati dalle critiche e dagli scherni), e i socialisti.

E’ stato il caso più famoso di errore giudiziario. Voluto, cercato, difeso con arroganza dal potere. Il più famoso: non l’unico, tranquilli, non l’unico.

Dal caso Tortora nacque il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, vinto dai radicali, ma poi smantellato dal governo. E dal caso Tortora nacquero le prime battaglie garantiste, che piano piano ottennero dei risultati: gracili, sparuti, ma non inesistenti.

Oggi il trentesimo anniversario della morte di Tortora, ucciso da un cancro che aveva maturato in carcere, coincide con la presentazione del programma del nuovo governo. E in questo programma ci sono delle proposte di riforma della macchina giudiziaria che fanno tremare le vene e i polsi. Più intercettazioni ( oggi siamo il paese con più intercettazioni al mondo, ne abbiamo cento volte cento – più della Gran Bretagna), riduzione o cancellazione della prescrizione, aumento delle pene per i reati contro il patrimonio e per la corruzione, fine delle conquiste di politica carceraria ottenute dagli anni ottanta ( riforma Gozzini) in poi dalle forze democratiche, introduzione degli agenti provocatori che si affiancherebbero ai pentiti in una logica vicinissima a quella che guidò i Pm del caso Tortora ( i quali Pm, salvo uno, non hanno mai chiesto scusa). E’ molto triste questa coincidenza. È anche molto preoccupante. Per fortuna un programma di governo non è legge. Va portato in Parlamento, va discusso, deve superare il vaglio della Corte Costituzionale. Esistono in Parlamento le forze liberali in grado di opporsi a questa svolta di ispirazione autoritaria, che non ha precedenti nella storia della Repubblica? Avranno, queste forze, la capacità e il coraggio per battersi e per fermare questa svolta?

Dipenderà anche dai giornali, dalle Tv. Dall’atteggiamento che assumeranno nei confronti del programma di governo. A leggere i giornali di questi giorni si ha l’impressione che l’intellettualità italiana, e il giornalismo, non siano molto preoccupati per il futuro della giustizia. Li indigna, forse giustamente, l’organo di garanzia previsto dal “contratto” e probabilmente incostituzionale, ma nessuno è indignato, o colpito, anzi nessuno si occupa, della proposta di mettere in prigione i bambini. E questo non è di buon auspicio. Possibile che il giornalismo italiano sia rimasto quello delle frasi tremende di Camilla Cederna?