Commenti & Analisi 16 Dec 2017 18:06 CET

Perché è sbagliata la battaglia leghista contro il rito abbreviato

Matteo Salvini si è arrabbiato perché non è stato possibile approvarla. Ma molto di più si sarebbero arrabbiati, se la legge fosse stata approvata, tutti coloro che hanno a cuore lo Stato di diritto e il giusto processo. Che dovrebbe essere anche veloce, come ci rimprovera costantemente l’Europa. Parliamo della proposta di legge del deputato della Lega Nicola Molteni che vuole eliminare il rito abbreviato per chi è accusato di aver commesso i reati più gravi. Una proposta che, dopo un passaggio morbido e indolore alla Camera ( con l’astensione di Forza Italia), è planata al Senato in un fine di legislatura affollato di leggi ormai trasmesse al cassetto, mentre le forze di governo puntavano tutte le loro fiches sul “fine vita” approvato con larga maggioranza giovedi sera.

La “Legge Molteni” è decisa- mente una proposta di propaganda elettorale e di ritorno ai principi del codice Rocco. Un passo indietro di 30 anni che oltre a tutto ha anche qualche profilo di incostituzionalità. Propone che per una serie di gravi reati non sia possibile applicare il giudizio abbreviato, uno dei cinque riti alternativi al giudizio ordinario previsti dal codice di procedura penale del 1989. Un deciso scivolone sul piano della civiltà giuridica, apparentemente un grido di dolore in difesa delle vittime, un allarme sociale contro gli sconti di pena che i riti alternativi prevedono a determinate condizioni.

La Lega, impegnata in questi giorni anche per la modifica della normativa sul diritto di difesa, cioè di una norma ben funzionante emanata dal ministro leghista Castelli, ha lanciato lo slogan “se sbagli paghi” e ha preso di mira proprio il rito abbreviato, cioè quello che, come dice la parola stessa, consente di arrivare a una decisione certa in tempi molto rapidi proprio per quei reati che per la loro gravità comportano in genere tempi lunghissimi e rischi concreti di prescrizione.

Così, nelle scorse settimane, quando la riunione dei capigruppo del Senato non ha messo all’ordine del giorno la Legge Molteni, ha pensato di proporre una corsia preferenziale e farla approvare in sede deliberante direttamente dalla commissione giustizia. Una procedura applicabile solo con l’unanimità dei consensi di tutti i partiti. E’ stato a questo punto che il senatore Giacomo Caliendo, un vecchio guerriero garantista di Forza Italia e il senatore Carlo Giovanardi del gruppo Ala hanno dato parere contrario e hanno fatto saltare il progetto. Sono stati subito accusati di “ipergarantismo”. Un complimento.

Se due senatori esperti si sono messi di traverso, viene il fondato sospetto che la proposta avesse ampie possibilità di diventare legge. E questo apre pensieri pessimistici sia sui partiti come il Pd che alla Camera l’avevano già votata che della stessa Forza Italia che si era limitata all’astensione.

Solo chi non ha letto e studiato può pensare di tornare al codice Rocco, abolendo la possibilità di accesso al giudizio abbreviato proprio per quei reati più gravi che comportano spesso indagini lunghe e complesse, tempi eterni e costi per la comunità. Ricordiamo brevemente in che cosa consiste: è un giudizio semplificato che consente all’imputato di godere della riduzione di un terzo della pena senza arrivare al dibattimento e senza testimonianze, ma solo sulla base dei risultati ottenuti dalle indagini di polizia.

La prima conseguenza è la compressione dei diritti di difesa previsti dall’art. 24 della Costituzione. Proprio per questo motivo la rinuncia viene compensata con la riduzione della pena. Si tratta quindi più di giustizia bilanciata che non di privilegi concessi a chi ha commesso gravi reati.

I vantaggi per la comunità e anche per le parti lese consistono nel fatto che ci sia la certezza del diritto, che i tempi siano rapidi e che si eviti la prescrizione, che si limitano i costi della giustizia.

A chi obietta che comunque ci sarà per un assassino per esempio una condanna a 20 di carcere invece che 30 si può solo ricordare che la funzione rieducativa della pena ( valore costituzionale) non ha senso se non esiste oltre alla certezza anche un termine, un fine pena. Altrimenti tanto varrebbe tornare alla pena di morte. E si spera che nessuno abbia anche questo retropensiero.