ildubbio 25 Oct 2018 09:06 CEST

Spasimare per Nanni Moretti: l’ultima dei berluscones

IL MOSAICO

 

IL MOSAICO

Una delle leggi non scritte ma inesorabili della politica dice che tra l’originale e la fotocopia l’elettore sceglie sempre l’originale.

Infatti. Ce lo vedete voi Giovanni Toti acconciarsi a essere la fotocopia di Nanni Moretti? E ce li vedete i forzisti che fanno polemica tra di loro usando il lessico di un registaintellettuale cult della sinistra?

Invece in questi tempi incerti e sgualciti accade che il governatore della Liguria, Giovanni Toti, berlusconiano d’antan ma oggi su posizioni filo- leghiste, decida di sparare sul quartier generale propensione di tipo maoista, per restare in tema – impugnando la puntuta alabarda polemica che rese celebre il baffuto regista quando nel 2002, con il Cavaliere fresco trionfatore elettorale, la rivolse contro la nomenklatura dell’Ulivo in un celebre fuori sacco in un comizio a piazza Navona: «Con questi dirigenti non vinceremo mai. Penso che siano sciatti e incapaci. Che non ascoltino, non sappiano parlare alla al cuore e alla testa della gente».

Toti è stato appena un po’ meno ruvido ( «Con questo gruppo dirigente non vinceremo mai più» ), ma il concetto è stato lo stesso. E ha provocato i medesimi turbamenti e risentimenti che pervasero lo stato maggiore dell’Ulivo di allora.

Il bello è, però, che per rintuzzare le accuse di Toti i suoi contestatori abbia fatto ricorso alle stesse perifrasi di sinistra. Che cioè abbiano replicato sempre rifacendosi a Moretti. Infatti Mara Carfagna ha citato un altro film morettiano: «Toti potrebbe anche rifarsi a Ecce Bombo, opera che al regista riuscì certo meglio dei Girotondi, dove il protagonista si domanda: “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte, o se non vengo per niente?

”. Più politica la capogruppo alla camera, Maria Stella Gelmini, che magari al cinema ci va ma non per vedere i lungometraggi di Nanni: «Quando in una famiglia c’è qualcosa che non va, le responsabilità vanno condivise. Non facciamo gli errori del Pd di parlarci addosso mentre il Paese va a rotoli».

Concetto che tuttavia sempre a sinistra porta visto che, parola in più o in meno, fu quello usato dalla dirigenza ulivista per rintuzzare i rilievi morettiani. Ai tempi, l’invettiva di Nanni non ebbe fortuna; chissà che succederà oggi, a parti invertite.

A sinistra, comunque, possono sorridere: avranno pure perso i voti però sul piano dell’egemonia cinematografica hanno stravinto.

 

Analisi 14 Oct 2018 11:38 CEST

Opposizione e governo uniti sul giustizialismo

Convergenze parallele

Lo scorso mercoledì ho partecipato ad un dibattito che si è svolto alla Scuola superiore della Magistratura di Scandicci ( Firenze) insieme procuratore capo di Napoli Giovanni Melillo, al giudice Antonio Balsamo, nella Rappresentanza italiana presso le Organizzazioni internazionali di Vienna e allo storico Francesco Barbagallo. Il tema ricordava il ruolo della magistratura nel contrasto alla mafia. Ne parlo non per raccontare il dibattito, certamente interessante dentro un’aula gremita da giovani magistrati, ma perché il tema chiama in causa i caratteri dello Stato italiano dall’Unità ad oggi.

Ripercorrendo la storia politicogiudiziaria del nostro Paese si capisce bene che, in diversi momenti, molti magistrati hanno teso a chiedere leggi eccezionali per reprimere il fenomeno mafioso e delinquenziale. Ma nelle stesse inchieste si è letto poi che queste leggi hanno colpito essenzialmente la piccola delinquenza e sono servite a praticare compromessi con l’alta mafia. Compromessi che hanno coinvolto la politica e gli stessi magistrati. Questo andazzo è sostanzialmente continuato anche dopo la Liberazione e l’avvento della Costituzione la quale, invece, prefigura con chiarezza uno stato di diritto. I fatti che testimoniano questa realtà sono molti e sono emersi nel dibattito. È questa la causa per cui, a mio avviso, non è stato possibile sconfiggere la mafia che ha provocato illegalità, corruzione, violenza e tanti morti, tra cui molti dirigenti sindacali, politici e tanti magistrati onesti e coraggiosi.

Da questi fatti, dalla storia letta con rigore, emerge con nettezza ciò che Leonardo Sciascia ha sostenuto nelle sue polemiche e cioè che la mafia si può sconfiggere solo in nome della legge, con le garanzie volute dalla Costituzione e solo se ci sarà uno stato di diritto. Uno Stato che non concede né indulgenze né emergenze. La responsabilità primaria su questo terreno è della politica. E la politica, anche dopo la Liberazione e l’approvazione della Costituzione, non ha avuto tutte le carte in regola. E oggi le forze che sono al governo possono, con brutalità, affermare che “se ne fregano” delle articolazioni dei poteri previste dalla Costituzione e che garantiscono i diritti dei cittadini. Non è un caso che, tra le altre, è stata affossata la legge di riforma carceraria su cui si continuano a battersi soltanto i Radicali.

Considero un grande fatto politico e civile l’iniziativa dei giudici della Corte costituzionale di recarsi nelle carceri a parlare con i reclusi.

Il presidente della Consulta, Giorgio Lattanzi, ha ricordato, con parole forti, che la Costituzione deve operare anche dentro le mura dei penitenziari e i detenuti debbono scontare le pene con le garanzie e i diritti scritti nella Carta. Le forze che sono al governo hanno invece come linea politica il giustizialismo più brutale. Ma anche l’opposizione, che giustamente critica il governo sulla manovra economica e altri campi, tace sui temi della giustizia. E nel nostro Paese si è determinato un clima di pesante giustizialismo che, come sempre, incoraggia quella parte della magistratura che mantiene questa vocazione. Per dirla ancora con Sciascia sembra che l’Italia sia irredimibile.

 

Verdiglione deve morire?

EDITORIALE

Un signore di 74 anni, che si chiama Armando Verdiglione, è in prigione, e proprio ieri gli è stata negata la detenzione domiciliare. Lo hanno arrestato quest’estate perché deve scontare una pena definitiva di circa sei anni. In questi pochi mesi Armando Verdiglione ha perduto 24 chili. Io non sono medico, e non è medico neppure il magistrato che ieri ha negato i domiciliari a Verdiglione: eppure sia io che lui sappiamo che se una persona perde 24 chili di peso in pochi mesi, e se è affetto – come pare evidente – da una forma seria di depressione, non può reggere al regime carcerario e probabilmente ne morirà.

Voi sapete chi è Armando Verdiglione? Uno psicanalista che è stato anche molto famoso.

Molto famoso e molto discusso, per i suoi metodi, le sue teorie, il modo nel quale esercitava la professione. E’ stato in passato accusato di vari reati simili al reato di plagio.

Poi nel 2011 è finito in mezzo a una vicenda giudiziaria molto complicata che lo ha portato alla condanna al carcere che ora sta scontando per evasione fiscale. Per la verità nel 2012 il tribunale del riesame aveva negato l’esistenza del reato. Così come l’ha negata al processo d’appello la Procura generale, chiedendo l’assoluzione, e tuttavia Verdiglione è stato condannato.

Voi capite che la sua condanna difficilmente può essere considerata una decisione al di sopra di ogni ragionevole dubbio, come prevede il Codice: dubbi, più o meno ragionevoli, li ha sollevati il tribunale del riesame e poi la pubblica accusa. La Corte però ha condannato. E ha deciso che la giusta pena per l’evasione fiscale fossero sei anni di galera, che per una persona di 74 anni in non ottima salute assomiglia moltissimo all’ergastolo.

Non conosco bene le vicende processuali di Verdiglione per esprimermi nel merito delle imputazioni. Conosco un po’ le vicende precedenti, quando fu messo sotto accusa per reati più “ideologici” dell’evasione fiscale e che riguardavano l’esercizio della sua professione. Allora accorsero in suo soccorso e si schierarono a suo favore, negandone la colpevolezza, alcuni intellettuali tra i quali Bernard-Henri Lévy, Eugène Ionesco, Fernando Arrabal, Vladimir Bukovski, Jean Daniel, Alberto Moravia e moltissimi altri. Non so perché, ma su queste cose io tendo a fidarmi più di Bukowski e Moravia che dei magistrati. Forse è un mio pregiudizio. E questo pregiudizio mi porta automaticamente a chiedermi se contro Verdiglione non ci sia stata, negli anni, una vera e propria persecuzione, dovuta anche alla sua notorietà e al suo successo.

Ma ora metto da parte qualunque considerazione sulla vicenda che lo ha portato in prigione. Mi limito a valutare le cose co- me stanno adesso. Un signore di 74 anni sta morendo in prigione. La legge prevede i domiciliari per gli ultrasettantenni, e però stabilisce che la scelta se concederli o no è nelle mani del magistrato di sorveglianza. Per quale ragione un magistrato di sorveglianza decide di non applicare questa legge? Perché immagina che Verdiglione sia pericoloso? Perché pensa che abbia scritto i suoi libri e pubblicato quelli di Lacan e delle femministe francesi e italiane in combutta con la mafia? Perché teme che una volta a casa Verdiglione si cali dalla finestra ( credo che abiti al quinto piano) e fuga a nascondersi nella Locride, dove è nato, protetto dalla ‘ ndrangheta? Non riesco a immaginare una risposta a queste domande.

E poi c’è un’altra cosa che mi piacerebbe capire. E’ normale condannare a meno di cinque anni per stupro ( come è successo ieri al carabiniere fiorentino) e a più di sei per evasione fiscale? C’è proporzione? Ho capito: lo prevede il codice penale. Il fatto è che il codice è molto elastico nella previsione delle pene. E poi sono i magistrati ad applicarlo. Creando giustizia o ingiustizia?