C’è un solo Procuratore: Travaglio!

Editoriale

Ci sono moltissimi giornali, in questo nostro mondo moderno, che se – per esempio – un signore un po’ noto viene scagionato nel corso di una inchiesta giudiziaria, pubblicano, più o meno tutti, lo stesso titolo: « Il Signor tal dei tali, scagionato ».

Tantopiù, si comportano così, nel caso in cui questo signore avesse subìto in passato un trattamento rude, da parte della stampa, fosse cioè stato accusato, con fior di titoli in prima pagina, di svariati reati, truffe, sotterfugi.

Moltissimi – ho scritto moltissimi ma non tutti. Per esempio ieri “ Il Fatto Quotidiano“, trovandosi di fronte alla notizia della richiesta di archiviazione, da parte dei Pm, del procedimento a carico di Tiziano Renzi, papà di Matteo, per la vicenda Consip, non ha titolato « scagionato il padre di Renzi », o « scagionato il signor Tiziano Renzi ». Ha titolato, a caratteri di scatola, in prima pagina, così: «TUTTI NEI GUAI TRANNE IL BUGIARDO». I caratteri maiuscoli non li ho messi io, li ha messi Travaglio.

Il bugiardo al quale ci si riferisce non è, come ci si potrebbe immaginare, il maggiore Scafarto – che invece non è stato scagionato ma sarà con ogni probabilità rinviato a giudizio per falso e depistaggio – ma è Tiziano Renzi, cioè la vittima di Scafarto e della campagna di stampa ( organizzata e guidata dal Fatto) che per mesi e mesi lo incastrò in una gogna con pochi precedenti.

Gogna che costò parecchio a lui – credo – in termini di credibilità ed efficienza della sua azienda, e che costò moltissimo al figlio Matteo e al suo partito, che uscirono a pezzi da quella campagna di stampa che oggi sappiamo fu ( almeno in parte) una campagna di calunnie.

Quando dico almeno in parte lo faccio per rispetto della logica e della verità formale. Mi spiego meglio: se io scrivo un articolo nel quale la maggior parte dei capoversi contiene affermazioni veritiere, e magari non clamorose né molto interessanti, e poi scrivo anche un paio di capoversi che contengono cose false e forse assai più interessanti e piene di conseguenze di quelle vere, io ho scritto un articolo falso. Dire il contrario sarebbe come dire che se metto dieci gocce di veleno in un bicchier d’acqua e poi te lo faccio faccio bere, non è che ti ho avvelenato: ti ho fatto bere un quarto di litro di acqua purissima, fresca, pulita, e poi appena poche gocce di veleno… Nell’articolo di fondo che pubblica vicino a quel titolo di ulteriore linciaggio di Tiziano Renzi, Travaglio sostiene proprio questa tesi: vabbè – dice – Scafarto avrà fornito anche qualche notizia falsa, ma il grosso delle notizie erano vere. O comunque non è ancora dimostrato che fossero false… Personalmente ho difeso recentemente Travaglio che è stato condannato dal tribunale a pagare 95 mila euro a Tiziano Renzi per un altro episodio di diffamazione. L’ho difeso perché penso che quando la magistratura interviene a gamba tesa sulla libertà di stampa produce danni. Però, con altrettanta nettezza vorrei oggi dire che anche la stampa quando interviene a gamba tese sulla politica produce danni molto grandi. E farebbe bene, quando si accorge di aver clamorosamente sbagliato, almeno a scusarsi un po’, magari sottovoce. Del resto i grandi maestri di Travaglio – Indro Montanelli e Vittorio Feltri lo hanno sempre fatto. ( Forse non sempre: spesso…) Invece Travaglio scrive testualmente queste parole: « Possiamo dire nella massima serenità di avere informato correttamente i lettori, con notizie pubbliche e segrete, ma sempre vere. I fatti, a prescindere dalle decisioni del Gup e poi dall’esito del processo, sono quelli che abbiamo raccontato sin dal primo giorno. Anche nel caso in cui Tiziano Renzi fosse davvero archiviato: gli stessi Pm lo descrivono come autore di dichiarazioni “largamente inattendibili”, cioè come un bugiardo matricolato ».

Ci vuole tanta pazienza per leggere queste frasi senza indignarsi un po’ per lo sfregio alla realtà, e anche alla correttezza giornalistica. Benissimo: usiamo questa pazienza. Però facciamo notare almeno una cosa: se va definito bugiardo chi fa dichiarazioni inattendibili, bisognerà pur dire che dopo la campagna del Fatto su Consip, le notizie fornite sulla base dell’informativa Scafarto, le accuse a Tiziano Renzi ( tutta roba molto più che inattendibile) bisognerebbe senza dubbio considerare bugiardo il Fatto, il suo direttore, gli autori degli scoop non veritirei. O no? Io dico di no: non è questione di onesti o bugiardi, è una questione che riguarda solo la qualità del giornalismo. Chiunque può graduare le cose come sono e poi dare un giudizio sulla qualità del nostro giornalismo “vincente”.

 

ildubbio 30 Oct 2018 13:10 CET

« Tiziano Renzi non c’entra». Dai pm di Consip una verità che arriva troppo tardi

Chiesta l’archiviazione per il padre dell’ex premier, ma Renzi jr ha già pagato

Esempio micidiale di danni da processo mediatico. Macchina terribile che ha prodotto conseguenze personali per Tiziano Renzi, personali e politiche per suo figlio Matteo, politiche tout court per un ex partito di maggioranza, il Pd. L’inchiesta Consip arriva al punto di caduta più significativo visto finora: e si tratta di un nulla di fatto proprio per il papà dell’ex presidente del Consiglio. La Procura di Roma chiede per lui l’archiviazione. Restano invece impigliati nelle ipotesi di reato a loro contestate 7 persone, ai quali l’ufficio diretto da Giuseppe Pignatone invia la comunicazione di chiusa indagine, che di solito precede la richiesta di rinvio a giudizio. Rischiano dunque il processo, per il reato di favoreggiamento: l’ex ministro dello Sport Luca Lotti, figura assai vicina a Matteo Renzi; il generale dell’Arma in Toscana Emanuele Saltalamacchia; l’ex comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette, che nella storia dell’Arma sarebbe il primo comandante generale a essere rinviato a giudizio ( è accusato anche di rivelazione del segreto d’ufficio); il presidente della municipalizzata fiorentina Publiacqua Filippo Vannoni. Resta invece sotto inchiesta per rivelazione del segreto e falso l’ex maggiore del Noe Gian Paolo Scafarto, che insieme con il suo ex capo, il colonnello Alessandro Sessa, è indagato anche per depistaggio. L’imprenditore Carlo Russo è invece accusato di millantato credito, reato dal quale sono scagionati oltre a Renzi senior ( la cui ricostruzione dei fatti è stata ritenuta dai pm «non credibile» ) anche l’imprenditore Alfredo Romeo e il suo consigliere Italo Bocchino.

Riportata in modo asciutto, la geografia dell’inchiesta sembrerebbe cambiata di poco. Ma non è così. La probabile fuoriuscita di Tiziano ( dovrà decidere il giudice) riduce la sequenza dei presunti reati a un attivismo di Russo che avrebbe utilizzato il nome di Tiziano Renzi per millantare, presso Alfredo Romeo, straordinarie capacità di condizionare l’ad di Consip Luigi Marroni e fargli così ottenere «l’appalto più grande d’Europa», così definito nella vulgata mediatica in questi due anni. Dopo sarebbero venuti gli alert inoltrati allo stesso Marroni da parte di Lotti e Saltalamacchia, e quello di Del Sette nei confronti del presidente di Consip Luigi Ferrara, sull’esistenza di un’inchiesta con corredo di microspie e telefoni sotto controllo.

Il resto, lo sfondo, il presunto intreccio corruttivo che avrebbe legato Romeo ai Renzi per mezzo di Russo, la conseguente rincorsa a tamponare l’inchiesta attribuita all’ex premier, semplicemente non esistono. La posizione di Tiziano è inconsistente, sul piano penale.

Secondo la ricostruzione dei pm Ielo e Palazzi sarebbe stato Russo, solo lui, ad aver millantato con Romeo la stessa capacità di condizionamento del papà dell’ex premier, in modo da intascare una tangente da 100mila euro. Poi certo, ci sarebbero gli avvisi sul rischio di essere intercettati, i falsi e le rivelazioni del segreto attribuiti a Scafarto, i suoi presunti depistaggi in complicità con Sessa. Ma è materiale che non c’entra nulla con la politica, con il Pd, con il governo di allora, con il suo vertice. La Procura di Roma su questo, evidentemente, non ha dubbi. Ma un’intera classe dirigente, per quasi due anni, ha ballato alla grande. Benché ritenuto non credibile in alcune circostanze, papà Renzi, di cui sarebbe stato ricostruito un incontro ( sempre negato) con Alfredo Romeo nell’estate del 2015, esce dall’inchiesta «perché non vi sono elementi per sostenere un suo contributo eziologico nel reato di millantato credito ( rispetto all’iniziale ipotesi di traffico di influenze illecite, ndr) commesso da Russo». La conclusione della Procura è questa. E colpisce il tono del consueto tweet di Matteo: sommesso, più che rabbioso e soddisfatto: «Sono mesi che ripeto ‘ il tempo è galantuomo’. Sui finti scandali, sulle vere diffamazioni, sui numeri dell’economia. Oggi lo ribadisco con ancora più forza: nessun risarcimento potrà compensare quanto persone innocenti hanno dovuto subire. Ma il tempo è galantuomo, oggi più che mai». Assomiglia molto al tono di Federico Bagattini, difensore di Tiziano Renzi: «Questi ultimi giorni hanno dimostrato che il tempo è galantuomo: prima il riconoscimento del risarcimento del danno a titolo di diffamazione, ora la richiesta di archiviazione del procedimento cosiddetto ‘ Consip’. Alla soddisfazione professionale per l’esito, del resto ancora da confermare trattandosi solo di richiesta di archiviazione, si unisce quella personale da parte del dottor Tiziano Renzi, che risulta, tuttavia, menomata dalla considerazione che la campagna subita negli ultimi due anni abbia prodotto gravi e irreversibili danni sul piano personale, familiare ed economico».

Come dire: ci si è scrollati di dosso il fango, ma il danno resta. Personale per Tiziano, politico per suo figlio. Chi pagherà per questo? Nessuno. Sono gli inconvenienti della giustizia mediatica. Una leadership è stata intaccata anche dal clamore dell’indagine, ma oggi il quadro politico è talmente cambiato che sarebbe inutile ostinarsi a rivendicarlo. Matteo lo ha capito. Ha capito che è troppo tardi.

 

Consip è stato un complotto

L’inchiesta era una montatura

Che il caso- Consip fosse una bufala si sapeva. Non è un caso se i grandi giornali hanno smesso di parlarne. I grandi giornali fanno così: si occupano di un caso giudiziario finché l’accusa appare forte; se a un certo punto l’accusa si smonta, il caso scompare. Nessuno si preoccupa di dare risalto all’innocenza di quelli che erano finiti nel tritacarne. Questa, del resto, è la regola del giornalismo scandalistico, e in Italia il giornalismo scandalistico è quello vincente.

Ora però scopriamo qualcosa di più.  Scopriamo che il caso- Consip non è stato solo una bufala, è stato – a quanto pare dalle dichiarazioni dei testimoni chiave – un complotto politico molto serio.

Un complotto che aveva come bersaglio Matteo Renzi e il Pd. E che ha prodotto risultati notevolissimi, se è vero che nel dicembre del 2016, quando iniziò l’operazione- Consip, il Pd era accreditato più o meno del 32 per cento dei consensi elettorali, e da quel momento è iniziata la frana che ha portato via al partito di Renzi più o meno la metà del suo elettorato. È chiaro che non si può risolvere la discussione sul perché della sconfitta storica del Pd con la teoria del complotto. No. Però sarebbe sbagliato non mettere nel conto anche questo.

E soprattutto sarebbe sbagliato non porsi la seguente domanda: dunque in Italia, anche con forze molto limitate, si può realizzare un complotto politico in grado di modificare le sorti del paese? Una volta era necessario controllare l’esercito, la polizia, la televisione, la radio, le prigioni. Ora si possono fare grandiosi complotti con mezzi artigianali.

Se le accuse gravissime del testimone Filippo Vannoni, consegnate al Csm, sono vere ( e ne hanno tutta l’aria) è esattamente così. Se è vero che il testimone Vannoni – cioè il testimone chiave di questa vicenda – fu indotto ad accusare il sottosegretario Lotti di avere “bruciato” l’indagine Consip ( e fu indotto, a quel che lui dice, con metodi assolutamente illegali e del tutto estranei alle consuetudini di un paese democratico), e se è vero quello che dice Vannoni sulla volontà di alcuni inquirenti di colpire direttamente Renzi ( circostanza, peraltro, già prospettata da una magistrata emiliana, e avvalorata dalle informazioni false contenute nell’informativa del capitano Scafarto), vuol dire che alla fine del 2016 e all’inizio del 2017 ci fu una vera e propria congiura contro il primo partito italiano ( che era al governo), organizzata da alcuni carabinieri infedeli, e realizzata con l’appoggio ( consapevole o inconsapevole) di uno o più sostituti procuratori e di un organo di stampa, cioè Il Fatto Quotidiano, al quale fu- rono consegnate le carte segrete e che si occupò di propagandarle e di renderle una bomba atomica contro Renzi e il Pd, nei primi mesi di funzionamento del governo Gentiloni.

Sarà il Csm, e successivamente la Procura di Roma, a stabilire come andarono esattamente i fatti e quali siano, eventualmente, gli aspetti con valore penale di tutta questa brutta vicenda. Noi però oggi sappiamo che un uso distorto della giustizia, da parte di qualche giornale, o viceversa ( un uso distorto del giornalismo da parte di qualche magistrato) può portare a danni irreversibili. La demolizione del Partito democratico e il suo clamoroso e imprevedibile ridimensionamento, e la sua cacciata dall’area di governo, sono frutti di questa operazione, e sono eventi che non possono più in nessun modo essere cambiati. La magistratura ora potrà rendere giustizia a Lotti, e naturalmente anche a Renzi, e probabilmente ai comandanti dei carabinieri che finirono nel tritacarne insieme a Lotti ( for- se anche per via di una guerra interna, ferocissima, al vertice dell’Arma) ma non potrà in nessun modo modificare l’andamento della storia politica. E dunque? Io credo che noi giornalisti dovremmo porci questo problema. L’uso dei giornali per manovre politiche spregiudicate, illegali e reazionarie, non è una questione che può lasciarci indifferenti. Il Caso- Consip fu aperto dal Fatto Quotidiano, è vero, e per diverse settimane ignorato dagli altri giornali, che probabilmente avvertivano l’inconsistenza delle accuse. Poi però, da quando i magistrati iniziarono a passare le carte non solo a Marco Lillo ma ad altri giornalisti di altre testate, per alcuni mesi tutti i grandi giornali entrarono nella scia del Fatto. E restarono in quella scia finché non saltò fuori la storia dell’informativa taroccata del capitano Scafarto e il capitano Scafarto non fu indagato.

Allora io mi chiedo: vale sempre quella frase fatta (“Se io ricevo della carte dai magistrati è mio dovere professionale pubblicarle”) che risolve tutti i dubbi intellettuali ( non dico morali: dico intellettuali) di noi giornalisti? Credo di no. Il giornalismo rischia di diventare un manganello in mano a un pezzo ( il peggiore) della magistratura. Un manganello pericolosissimo per la democrazia. Dal quale diventa impossibile difendersi. Noi possiamo accettare questo? Cioè possiamo accettare di trasformarci da agenti dell’informazione in agenti provocatori?

Io credo di no.

 

Sì, Consip fu una congiura, ma non ditelo a nessuno…

Prove false, documenti falsi: bersaglio Renzi

Immaginate se si scoprisse che prima delle elezioni francesi alcuni ufficiali di polizia congiurarono per incastrare il candidato del partito socialista, Benoit Hamon, oppure suo padre. Succederebbe uno sconquasso in Francia. Come del resto sta succedendo un bel trambusto in America, solo perché si sospetta – senza alcuna prova – che i servizi segreti russi abbiano tramato contro Hillary Clinton. Tanto che addirittura c’è chi vorrebbe l’impeachment di Trump. Da noi invece la notizia che alcuni carabinieri cercarono di ottenere l’arresto del padre del capo del partito di governo, e cioè di Matteo Renzi, contraffacendo documenti e inventando riscontri di indagine, non fa molto scalpore. I principali giornali italiani la hanno trattata con molta meno evidenza di una dichiarazione di Calenda.

Venerdì sera sono state rese note le motivazioni con le quali la Procura di Roma ha chiesto – in polemica aperta e feroce col tribunale del riesame – l’allontanamento precauzionale dal servizio del maggiore dei carabinieri Giampaolo Scafarto. Nelle motivazioni si parla di “dolo”, si parla addirittura di “orrori e non errori” giudiziari, si sostiene che Scafarto falsificò dei documenti con lo scopo esplicito di ottenere l’arresto di Tiziano Renzi, e si spiega che l’intenzionalità degli errori è provata dal fatto che tutti questi errori servivano a un solo scopo: indirizzare le indagini contro i Renzi. Dunque non potevano essere casuali.

Chiunque può avere simpatia o antipatia per l’ex segretario del Pd, ma l’obbligo di una osser- vazione – non dico oggettiva, ma almeno non eccessivamente faziosa – dei fatti politici dovrebbe essere comune più o meno a tutta la stampa italiana. E chiunque può avere l’idea che preferisce su cosa fu davvero l’affare Consip ( uno degli scandali meno limpidi di tutta la storia della repubblica) ma è praticamente impossibile sottrarsi all’idea che fu una congiura.

Naturalmente io non metto le mani sul fuoco sulla ricostruzione che ci ha offerto la Procura di Roma. Molte volte mi sono trovato a polemizzare con le Procure, e in particolare con la Procura di Roma, e non mi sogno nemmeno considerare oro colato qualunque tesi dei magistrati. Il maggiore Scafarto è un imputato e come tutti gli imputati del mondo ha il diritto ad essere considerato assolutamente innocente. Non è solo un atteggiamento dettato dalle regole del garantismo. E’ dettato anche dal buonsenso: non sono affatto certo che Scafarto sia colpevole di reati. Vedremo. Mi pare però di poter dire con una certa sicurezza che l’affare Consip fu usato per varie ragioni al solo scopo di danneggiare Matteo Renzi e il Pd. Mi pare anche di poter dire che questa operazione fu svolta con molto impegno, e anche con spregiudicatezza, da diversi giornali, in prima fila Il Fatto Quotidiano e Il Corriere della Sera. E anche di poter affermare che l’operazione andò a buon fine e che ha fortemente influenzato ( almeno per quel che riguarda il Pd) il risultato elettorale di un anno dopo. Spingendo il Pd sotto ogni soglia prevedibile di perdita di consenso.

Ora il punto è questo. Se ha ragione il Procuratore di Roma, e se questa congiura politica fu costruita sul tradimento di un pezzo dei carabinieri, allora ci troviamo di fronte a uno scandalo politico che ha rari precedenti. Forse l’unico precedente al quale si può far riferimento è quello del Sifar, anno 1964. Allora un comandante dei carabinieri addirittura minacciò un colpo di Stato, e con questa minaccia convinse la Democrazia Cristiana ad attenuare il programma riformista del centrosinistra e a scaricare dal governo la sinistra del Psi.

Se invece Scafarto è innocente, allora vuol dire che i suoi errori sono stati usati – forse consapevolmente, forse no – da un pezzo della magistratura in accordo con un pezzo del giornalismo, proprio per esplicite finalità politiche. Cioè per abbattere Renzi, all’indomani della sconfitta elettorale al Referendum.

In questo caso potremmo stare più tranquilli sulla fedeltà dei carabinieri, però dovremmo porci molti interrogativi sui pericoli che l’alleanza tra un pezzetto della magistratura e un pezzetto della stampa possono portare alla saldezza della democrazia.

Proprio per questa ragione mi ponevo, all’inizio di questo articolo, una domanda sul perché la stampa italiana abbia mostrato grande disinteresse per questi ultimi sviluppi del caso- Consip. Possibile che l’idea che il risultato elettorale sia stato condizionato da una congiura giudiziario- giornalistica non turbi nessuno? Oppure la ragione per la quale questo turbamento non si manifesta sta semplicemente nel fatto che, comunque, il grosso della stampa italiana – diciamo così è correo?

 

Lo specchio di legno dei giornali italiani

CONSIP

Ieri ho letto questo titolo a tutta pagina sulla home page del Fatto Quotidiano: «Il verbale della Musti passato ad arte ai giornali». Proprio così: «Passato ad arte». Nel nostro giornalismo hanno tutti lo specchio di legno. Lo specchio di legno del giornalismo italiano

Siamo travolti dalle fughe di notizie. E anche dalla denuncia contro le fughe di notizie. Senza che più nessuno rispetti neppure il minimo senso del pudore. Ieri ho letto questo titolo a tutta pagina sulla home page del Fatto Quotidiano online: «Il verbale della Musti passato ad arte ai giornali». Proprio così: «passato ad arte». Proprio così: sul Fatto Quotidiano.

Nel nostro giornalismo ( e nella nostra politica, e nella nostra magistratura…) evidentemente hanno tutti lo specchio di legno. Ciascuno è pronto ad indignarsi e a strepitare contro le identiche stessissimne cose che lui, con orgoglio, ha fatto il giorno prima. E ha rivendicato, e ha sbandierato. E così il “Fatto”, mentre pubblica una fuga di notizie che dà il Pm Woodcock scagionato da ogni accusa per il complotto anti- Renzi, contemporanemante, con sprezzo del ridicolo, grida per la fuga di notizie a favore di “Corriere” e “Repubblica” avvenuta qualche giorno prima a favore di Renzi. Poi si viene anche a sapere che in realtà Woodcock non è stato scagionato, cioè la notizia del “Fatto” era falsa. Ma questo ha pochissima importanza. E’ giusto difendere Woodcock contro il quale, finora, non è emersa nessuna prova. Per noi resta innocente, e persino Scafarto non ci risulta che sia colpevole. Il problema è l’oscenità della fuga di notizie, cioè il metodo con il quale politica e giornalismo usano la magistratura – e viceversa nella grande battaglia politica nazionale. Tutti sono pronti a denunciare l’avversario, nessuno a deporre le armi.

Il Csm ha fatto malissimo a desecretare le carte sull’interrogatorio della Procuratrice di Modena e quindi a permettere la diffusione di notizie penalmente irrilevanti – peraltro – che danneggiano il capitano Scafato e forse Woodcock. Però viene davvero da sorridere se a denunciare questo scandalo e a indicarlo come esempio di arroganza renziana sono i giornali che, da un anno ( ma anche molto di più) sulla fuga illegittima di notizie ( spesso false) hanno costruito la propria politica editoriale e una campagna battente proprio contro Renzi. Ad essere maligni si può pensare che i renziano abbiano risposto, nel tentativo legittimo di difendersi da qualcosa di molto simile a un complotto, con armi illegittime.

Il problema, lo capirebbe anche un bambino, è che tutta questa materia va disciplinata in modo rigoroso e organico. Non ha senso – per esempio – dire che la desceretazione non implica la pubblicabilità, se poi la pubblicazione, anche se illegittima, non è punibile. E questo riguarda anche le rivelazioni di segreto d’ufficio, da parte delle Procure, che possono essere tranquillamente e illegalmente raccolte, senza nessuna sanzione, da giornali e Tv. Solo che se appena uno si prova a proporre una disciplina più restrittiva nella divulgazione dei segreti, e soprattutto delle intercettazioni, gli dicono che è peggio di Goebbels e che vuole imbavagliare la stampa. Imbavagliare la stampa è impossibile, per fortuna. La domanda è un’altra: vogliamo tornare a dare una dignità alla lotta politica – e fare in modo che essa si svolga sui problemi, sulle diverse visioni del mondo, e del paese, e degli interessi, delle aspirazioni – oppure cispiace questa melma nella quale si dibatte la politica in una eterna congiura di palazzo? Per esempio, se uno dice che il caso Consip è stato montato da alcuni giornali, supportati da pezzi dell’arma dei carabinieri e da alcuni magistrati ( non sappiamo chi) per colpire Renzi, anche falsificando le carte, diciamo una cosa faziosa? E dimostriamo il nostro insopprimibile renzismo? No, noi crediamo che sia legittimissimo ( e talvolta anche molto giusto) combattere politicamente Renzi, ma che sia uno schifo il metodo con il quale questa battaglia viene condotta.

Se esiste almeno un pezzo di giornalismo che è disposto a rischiare, e a combattere, su questuo terreno, forse si può ottenere qualcosa. Cioè si può salvare il giornalismo e dare una mano alla politica per bene e alla magistratura per bene. Altrimenti dobbiamo aspettare solo che tutti i giornali diventino come “Il Fatto”, e che il giornalismo muoia definitivamente, sostitutito da un gigantesco servizio segreto.