Carcere 19 Sep 2018 12:36 CEST

Un bimbo muore a Rebibbia. Che civiltà è questa?

Dramma nella sezione nido del carcere di Rebibbia. Una detenuta tedesca ha tentato di uccidere i suoi figli: la neonata di 4 mesi è morta sul colpo, per l’altro è in programma l’accertamento di morte cerebrale

Dramma nella sezione nido del carcere di Rebibbia. Una detenuta tedesca ha tentato di uccidere i suoi figli, di fatto, ristretti nel carcere: la neonata di 4 mesi è morta sul colpo, l’altro, di due anni, ha lottato tra la vita e la morte all’ospedale del Bambin Gesù ed ed ora è in programma l’avvio della procedura di accertamento di morte cerebrale. Il ministro ha sospeso la direttrice e la vicedirettrice della sezione femminile del carcere e inoltre il vicecomandante del reparto di Polizia Penitenziaria.

Prima di compiere il terribile gesto, la donna ha atteso che le altre detenute sfilassero prima di lei per poi rimanere in disparte e sbattere ripetutamente, con forza, il corpo dei suoi due bimbi per terra. Una volta compreso quanto stava accadendo, sono intervenute alcune agenti della polizia penitenziaria e diverse detenute rom per cercare di fermare la furia della donna. La donna, 33 anni, nata in Germania ma di cittadinanza Georgiana, era stata arrestata in flagranza di reato il 26 agosto scorso a Roma per concorso in detenzione di sostanze stupefacenti. Nei giorni scorsi avrebbe manifestato segnali di disagio nel ritrovarsi in carcere con una bimba di pochi mesi e uno di appena due anni. Ma non solo, qualche giorno fa, la donna aveva parlato con l’avvocato a cui aveva fatto presente di soffrire di depressione e di non reggere la situazione carceraria.

Appena giunta la notizia, il ministro della giustizia Alfonso Bonafede si è dapprima recato al carcere per avere chiarezza della situazione, dopodiché ha raggiunto l’ospedale per constatare le condizioni di salute del bambino ricoverato in codice rosso. Il guardasigilli ha subito avviato un’inchiesta interna volta a ricostruire l’esatta dinamica dei fatti e ad accertare eventuali profili di responsabilità. A Rebibbia si è recata anche il procuratore aggiunto Maria Monteleone, coordinatrice del pool dei magistrati che si occupa dei reati sui minori. Avvierà una indagine per omicidio e tentato omicidio. Sono in corso anche i rilievi tecnici dei carabinieri del nucleo investigativo di via In Selci per ricostruire con esattezza la dinamica dei fatti. A dare per prima la tragica notizia è Lillo Di Mauro, presidente della Consulta penitenziaria e responsabile della struttura romana protetta per le detenute madri “Casa di Leda”. «Ho appreso la notizia direttamente dai volontari e operatori che operano nella struttura – spiega a Il Dubbio Di Mauro -, e tutto il personale è sconvolto visto la loro attenzione alle questioni che riguardano i bambini». Lillo Di Mauro ha colto anche l’occasione per dire a Il Dubbio che questa tragedia si poteva evitare visto che i bambini – per legge – non ci devono proprio stare in carcere. Si riferisce alla legge del 2011 la quale prevede che le detenute madri devono scontare la pena con i loro figli fino al compimento del sesto anno di vita del bambino, non più solo fino al terzo, ma non in carcere.

L’intento della norma è di facilitare l’accesso delle madri alle misure cautelari alternative. La pena deve essere quindi scontata in istituti a custodia attenuata ( ICAM), luoghi colorati, senza sbarre, a misura di bambino. Sono però in media circa 60, in Italia, i bambini al di sotto dei tre anni che ogni anno entrano in carcere con le mamme. In alcuni casi sono ospitati in asili nido colorati, ma non tutte le strutture femminili riescono a garantire questi spazi. E così capita anche che un bambino o una bambina debba crescere dietro le sbarre, scontando la pena per una colpa che non ha commesso.

Oltre all’ICAM, sempre secondo la legge del 2011 si dovrebbe privilegiare la casa famiglia protetta dove le donne che non hanno un posto possono trascorrere la detenzione domiciliare portando con sé i bambini fino a 10 anni. Sono dei veri e propri appartamenti, le madri possono portare a scuola i figli, assisterli in ospedale se sono malati. Niente sbarre, niente cancelli. Sono strutture inserite nel tessuto urbano, possono ospitare un massimo di sei nuclei familiari e devono rispecchiare le caratteristiche di una casa: spazi personali, servizi, luoghi per giocare. Ad oggi ne esiste solo una, ed è proprio “ Casa di Leda” inaugurata un anno fa. La casa non a caso è intitolata a Leda Colombini, figura di primissimo piano del Pci e, negli ultimi anni, strenuo difensore dei diritti delle mamme detenute. Morì nel 2011, all’età di 82 anni, in seguito a un malore che l’ha colpita nel carcere di Regina Coeli, dove stava svolgendo la sua quotidiana opera di volontariato. Nel volontariato in carcere, come presidente dell’associazione – tuttora attiva – “A Roma Insieme” aveva promosso numerosi progetti a favore delle mamme detenute e, soprattutto, per i bambini fino a tre anni reclusi nel carcere romano di Rebibbia con le loro madri. Il responsabile della “casa di Leda” ha spiegato a Il Dubbio che la struttura è nata per ospitare sei madri con bambini fino al decimo anno di età. «Ma da tempo – denuncia Lillo Di Mauro – ne ospitiamo solo quattro, ci sono due posti liberi: come mai alcune di quelle madri ristrette a Rebibbia non sono state fatte giungere qui?». Il responsabile conclude con un auspicio: «Questa tragedia deve sollecitare il parlamento a trovare la soluzione definitiva di questo problema relativo ai bambini in carcere!».