Analisi 14 Jul 2018 11:44 CEST

Cari avvocati, è l’ora di lottare sui principi. Senza mediazioni

Il commento di Valerio Spigarelli

 

Una premessa è d’obbligo: chi, nel variegato mondo dell’avvocatura, ha responsabilità di rappresentanza politica, istituzionale o associativa, deve fare i conti con il principio di realtà, dunque, in primis, confrontarsi con il governo e le forze politiche che lo sostengono. Questo per dire che gli incontri e la diplomazia istituzionale, da un lato, da un altro la costruzione di un canale di collegamento con la Lega di Salvini o il Movimento 5 stelle, che istituzioni, organismi politici ed associazioni dell’avvocatura stanno ponendo in essere in questo periodo non sono un problema, anzi non sono “il problema”. Il problema è che l’attuale maggioranza di governo esprime un sentimento, peraltro prevalente nella pubblica opinione come dimostrano sia il consenso elettorale che la vulgata popolare, che può portare alla ablazione di diritti e principi, persino di livello costituzionale, che ritenevamo ormai acquisiti e stabilizzati nel nostro ordinamento.

Facciamo alcuni esempi. Ciò che sta avvenendo a proposito dei migranti, così come la drammatizzazione della vicenda della legittima difesa, ci dicono che il valore della vita umana, nell’attuale mercato della politica, è ben al di sotto della linea invalicabile che eravamo abituati a considerare patrimonio comune del contratto sociale repubblicano. Questo è il motivo per il quale il diritto d’asilo, espressamente riconosciuto all’articolo 10 della Costituzione, è oggetto di scherno da parte del ministro dell’Interno mentre, nella scala dei beni costituzionali, l’inviolabilità del domicilio balza in avanti rispetto a quella della persona umana.

Che poi entrambe le vicende siano espressione prima di tutto della strumentalizzazione propagandistica di temi securitari, che non trovano riscontro nei dati della realtà, è un problema diverso. Quello che voglio segnalare è l’approccio culturale/ giuridico a queste problematiche. Per quanto ogni tanto, ipocritamente, evocato dal ministro di Giustizia, l’articolo 27 della Costituzione, tra appelli all’irrigidimento del regime del “carcere duro” ( così testualmente nel contratto di governo), mantra sulla “certezza della pena” e concreto sabotaggio delle riforme dell’ordinamento penitenziario, rischierebbe di essere abrogato in un amen se messo a referendum tra i popoli della Lega e dei grillini, prima ancora che misconosciuto dalla vertiginosa ignoranza che la classe dirigente di quei movimenti dimostra ogni volta che a tale tema si accosta. I diritti acquisti, vedi la vicenda dei vitalizi, vengono trattati come il simbolo del privilegio e dunque pubblicamente ghigliottinati nel tripudio delle gazzette e dei programmi televisivi tricoteuse che fanno la fortuna dei populisti qui da noi come in Europa e al di là dell’Atlantico. Ma anche quelli, discutibili e inguardabili quanto si vuole, stanno dentro al tema del diritto e dei diritti, e guarda tu anche a quello della certezza dei rapporti giuridici.

Passando al processo, i nuovi si propongono di abrogare con un tratto di penna il divieto di reformatio in peius, in nome di un disegno che si fonda sulla deterrenza delle impugnazioni il quale, come ricordava anni fa Giorgio Spangher, non venne in mente neppure al ministro fascista Rocco. Senza dimenticare le grida governative sulla necessità di ulteriore rafforzamento delle intercettazioni e del Trojan, le quali dimostrano, oltre alla consueta ed imbarazzante incompetenza, visto che tali strumenti sono di larghissima applicazione dopo la legge Orlando, anche una visione del diritto alla riservatezza delle comunicazioni che fa a pugni con l’articolo 15 della Costituzione e sta tutta dentro una tradizione di assoluto, e autoritario, disprezzo di una concezione autenticamente liberale dei rapporti tra i cittadini e lo Stato. Quella partita con lo slogan “ intercettateci tutti” e finita ( per ora) con le app Big Brother style del sindaco di Roma con la quali si vogliono trasformare i romani del 2018 in tanti piccoli capo caseggiato come ai tempi della buonanima.

Fermiamoci qui, benché potremmo andare avanti. Il problema, politico, è che questa impressionante involuzione gode del consenso maggioritario degli italiani, ciò deve essere riconosciuto, tanto che alcune delle cose indicate fin qui trovano favore bipartisan anche nel popolo del campo avverso e, a stare ai risultati delle elezioni del CSM, pure in una parte ormai significativa della magistratura. Ma allora, oltre a tentare di limitare i danni proprio attraverso quella dialettica istituzionale/ associativa di cui si diceva in premessa, quale dovrebbe essere il compito di chi ha nel proprio patrimonio genetico una certa idea del diritto e dei diritti? La risposta è semplice: non concedere nulla, mai, a questa orgia retorica ed autoritaria. Per prima cosa denunciare, ogni giorno, con durezza e determinazione, il disegno complessivo, incalzando il governo, le forze politiche che lo sostengono ed anche quelle, diversificate, di opposizione che certe volte lo avversano con argomenti che concedono troppo al timore di essere impopolari, o, peggio, affondano le loro ragioni nel medesimo humus.

Ma farlo seriamente significa, o perlomeno dovrebbe, parlare la lingua chiara della difesa dei diritti dei cittadini, senza aver timore della impopolarità. Inutile girarci attorno: noi, quelli che del diritto hanno una certa idea, oggi siamo all’opposizione dappertutto, nelle assemblee legislative, nei giornali, in televisione, persino a cena con gli amici. Siamo una parte ultraminoritaria nella società ma questo non deve trasformare “il principio di realtà” di cui sopra in minuetto istituzionale o in birignao associativo. Quando si bussa alla porta della politica per portare a casa qualcosa – magari una riformicchia che restituisce tribunali o ne fa riaprire di pericolanti – va bene, per buona educazione, ringraziare in caso di successo, ma sempre chiarendo che su alcune cose non c’è possibilità di mediazione.

E’ bene che si dica, anzi che dicano quelli che possono parlare a nome dell’avvocatura italiana, che se abrogano il divieto di reformatio in peius, i tribunali glieli facciamo chiudere per sciopero, e per un bel pezzo, come avvenne nel 1992 quando si scippò agli italiani il Giusto Processo. In questo momento c’è bisogno di coerenza e risolutezza, in difesa della idea moderna e liberale del diritto, il tempo delle diplomazie non è questo.

Quando i sovranisti irridono la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, come ha fatto Salvini, l’avvocatura deve rispondere a palle incatenate, tanto per capirci, non intingendo la penna nell’inchiostro simpatico dei comunicati stampa, che dopo un giorno è bello che dissolto. Quando faranno ( ad agosto ci scommetto, come facevano quelli di prima, per la verità…) l’ennesimo “decreto sicurezza” pieno di marchette giudiziarie a favore di questa o quella Procura, di questa o quella agenzia investigativa, di questo o quel foglio manettaro, quelli che da venticinque anni e più si battono per una certa idea della Giustizia scendano in campo, subito, senza aspettare la fine delle ferie.

Lo facciano gli organismi che operano in nome della rappresentanza dell’avvocatura, CNF prima di tutto, altrimenti meglio cambiare mestiere. E se per farlo dobbiamo epater le burgeois bestemmiando nella chiesa dei luoghi comuni, diciamo, per esempio, che la battaglia radicale di Marco Pannella per l’amnistia va dissotterrata e ripresa, così dimostriamo che gli avvocati non guardano ai loro portafogli quando si occupano del bene comune.

Un estate di molti anni fa, quando un governo pieno di “garantisti” coprì le malefatte di chi aveva torturato alla scuola Bolzaneto, i penalisti italiani si divisero, inizialmente, sull’interrogativo se fosse o meno compito della loro associazione prendere posizione. Fu un dibattito vero, duro, e alla fine la scelta fu quella di gridare alla società italiana che gli avvocati erano sempre dalla parte dei diritti inviolabili dei cittadini, che il corpo di chi è nelle mani dello Stato è sacro. Senza tatticismi o diplomazie. Avrei voluto vedere e sentire qualcosa di simile anche a proposito dei balletti sul sangue dei migranti e se qualcuno ci avesse chiesto perché ci stavamo impicciando di questo tema avrei risposto che dove ci sono diritti inviolabili ci sono gli avvocati. O forse, tanto per usare modi e lessico comprensibile ai nuovi barbari, dopo uno stentoreo “vaffa” avrei semplicemente chiarito: “siamo avvocati, mica lacchè”.