Politica 15 Mar 2019 08:16 CET

Gramsci, Rossi, Foa: hanno tanti nomi le infamie del fascismo

LA LEGGEREZZA DI TAJANI

Antonio Tajani ieri ha chiesto scusa per le frasi sul fascismo pronunciate mercoledì sera alla radio. Ha fatto benissimo. E ha dimostrato anche di essere una persona seria, che quando si accorge di avere sbagliato invece di sbraitare si corregge. Gramsci, Foa, Ernesto Rossi: hanno tanti nomi le infamie del fascismo

Antonio Tajani ieri ha chiesto scusa per le frasi sul fascismo pronunciate mercoledì sera alla radio. Ha fatto benissimo. E ha dimostrato anche di essere una persona seria, che quando si accorge di avere sbagliato invece di sbraitare si corregge. Non succede quasi mai nella politica italiana. Su questo piano Tajani è una piacevole eccezione.

Cosa aveva detto di sbagliato? Dal punto di vista delle cose concrete, niente, dal punto di vista della politica tantissimo. Il problema è che Tajani è un politico, è il numero due di un partito molto importante, che ha governato tanti anni l’Italia, che rappresenta le posizioni liberali. E un politico, specialmente un politico di un certo prestigio, quando parla deve sapere che sta parlando da politico, né da storico – perché non ne sa abbastanza – né da uomo della strada – perché ne sa troppo.

Tajani ha detto semplicemente che il fascismo prima delle leggi razziali e poi dell’alleanza con Hitler e poi della guerra ( e a parte l’orrendo delitto Matteotti) aveva fatto delle cose buone per l’Italia. In particolare aveva realizzato molte opere pubbliche e aveva bonificato la pianura pontina.

Vero o falso? Vero. Quindi uno potrebbe dire: ha ragione Tajani.

Ci sono però due problemi, che Tajani avrebbe fatto bene a considerare, prima di rilasciare quelle dichiarazioni. Il primo è questo: dire che il fascismo ha fatto delle cose buone prima di favorire lo sterminio degli ebrei è una frase praticamente senza senso. E’ come dire che un serial killer, prima di iniziare ad uccidere aveva ottenuto ottimi risultati a scuola, specialmente in matematica.

Il secondo problema è che un politico deve giudicare le cose con il metro politico. E il fascismo, prima ancora del 1938 ( data delle leggi razziali) e del 1939 ( data del patto d’acciaio col Fuhrer) aveva commesso i seguenti delitti: abolire la democrazia politica; manganellare e uccidere centinaia di militanti e dirigenti antifascisti ( non c’è solo Matteotti, per citare solo i nomi più famosi ci sono, ad esempio, Carlo e Nello Rosselli, Piero Gobetti e Giovanni Amendola); mettere fuorilegge i partiti antifascisti e i sindacati operai; abolire la libertà di stampa; cacciare dalle cattedre universitarie i professori che non giuravano fedeltà al Duce; istituire un tribunale speciale per i delitti contro il fascismo; imprigionare – o costringere a rifugiarsi all’estero – i principali dirigenti dei partiti liberali, socialisti, cattolici e comunisti e anche la maggior parte degli intellettuali. Per fare solo qualche nome di intellettuale, ricordiamo Antonio Gramsci, Ernesto Rossi, Vittorio Foa, Luigi Sturzo, Gaetano Salvemini.

Possiamo pensare di mettere sullo stesso piano queste atrocità e alcune grandi opere pubbliche? Esiste un modo di bilanciare le azioni concrete di un governo e il suo profilo politico?

Stalin ottenne dei grandi risultati. Anche Mao Tse Tung. Krusciov, pochi anni dopo avere invaso l’Ungheria e fatto impiccare Imre Nagy, sconfisse gli americani nella corsa allo spazio, mandando in orbita Juri Gagarin. Lo stesso Hitler, del resto, ancor prima della Notte dei Cristalli e dello sterminio, aveva iniziato a modernizzare la Germania.

L’errore di Tajani è stato questo. E l’effetto del suo errore è stato tanto più grande per via della particolare situazione politica che c’è in Italia. Per la prima volta dopo più di 70 anni il governo non è nella mani di partiti che affondano le loro radici nella storia dell’antifascismo, di sinistra o di centro o di destra. I partiti tradizionali – cattolici, liberali, socialisti – sono tutti all’opposizione. Il governo è stato conquistato da una coalizione populista che non dà punti di riferimento. E che, almeno in alcune sue componenti – che sembrano anche le componenti prevalenti – ha stretto alleanze con i partiti dell’estrema destra europea. Il leader principale della coalizione, e cioè Matteo Salvini, si è divertito molte volte ad usare slogan della vecchia propaganda fascista. E’ chiaro che in questa situazione l’Italia è “osservata speciale”, in Europa e nel mondo. Il suo passato non gioca a suo favore. Il sospetto, o almeno il timore, del ritorno di vecchie suggestione fasciste, si aggira nelle cancellerie, nei parlamenti e nell’intellettualità europea. Un leader liberale come Antonio Tajani non può non essere consapevole di questa situazione. Specialmente per la funzione importantissima e delicatissima che svolge, in qualità di Presidente del Parlamento europeo.

Per tutte queste ragioni sarebbe giusto e logico esercitare robustamente la virtù della prudenza. Non si tratta di mostrare le bandiere dell’antifascismo di maniera, che è roba vecchia, spesso falsa, quasi sempre inutile o insensata. Ma aprire qualche spiraglio alla nostalgia dell’orrore che fu il mussolinismo è puro autolesionismo. Non serve a nulla. Non serve a smitizzare – è sempre bene smitizzare i luoghi comuni – ma solo a confondere le idee, in un momento storico nel quale, peraltro, le idee sono già abbastanza ballerine.

 

 

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