Politica 5 Jan 2019 09:42 CET

Arabia Saudita/2 Donne discriminate e non solo in uno stadio di calcio

La mia figlioccia juventina ha maliziosamente proposto a me milanista un viaggetto a Gedda per il prossimo 16 gennaio, in occasione della sfida di supercoppa tra le nostre squadre del cuore. Non ci vuole molta fantasia per immaginare quale sarebbe la nostra sorte nel Paese islamico più conservatore che esista, l’Arabia Saudita. Non solo allo stadio, due donne che viaggiano insieme sarebbero considerate donne “sole”, cioè non accompagnate da un uomo. Lo sarebbero per strada, oggetto di curiosità e di molestie, lo sarebbero, così diversamente addobbate ( pur in inverno ) e con il capo scoperto, in ogni luogo pubblico. Godrebbero della disapprovazione di uomini e donne sauditi.In Italia molti uomini, anche politici, scoprono attraverso il riflettore del calcio la gabbia in cui sono rinchiuse le donne saudite che ( solo da un anno lo possono fare ) desiderano assistere alla partita: da una parte, quella comoda a bordo campo, i tifosi, tutti maschi, da un’altra il recinto con le famiglie, cioè donne con marito e figli. Ma la gabbia, psicologica e fisica e giuridica e politica, è ben più grande e riguarda tutta la vita di queste donne, anche se da qualche mese possono “persino” guidare un’auto, con il beneplacito del principe ereditario Mohamed bin Salman, lo stesso sospettato di essere il mandante dell’assassinio del giornalista JamalKhashoggi.Conosco piuttosto bene la condizione delle donne in Arabia Saudita, da quando, nel 2004, ho avuto l’onore di essere eletta ( con il massimo delle preferenze dei paesi dell’Onu e ne sono orgogliosa ) al Cedaw, il più importante organismo internazionale giuridicamente vincolante in materia di diritti delle donne. Per quattro anni ho preso parte a interviste di capi di Stato e ministri di quasi tutti i Paesi del mondo relativamente ai progressi di ogni governo sulla condizione delle donne. Ogni incontro con le autorità dei Paesi islamici è stato doloroso, prima ancora che bellicoso.L’Arabia Saudita ha aderito alla “Convention on elimination of discrimination against the women” nel 2001, così mettendosi formalmente al fianco dei paesi più progrediti. Ha però posto una riserva, quella della sharia, la religione più forte di ogni legge,mettendo in discussioneil ruolo di uomo e donna all’interno della famiglia. Abile mossa. E’ la famiglia infatti, e non lo stadio piuttosto che la strada, il luogo dove avvengono le maggiori discriminazioni nei confronti della donne. Con questa riserva, cui invano si sono opposti rappresentanti dell’Italia e di altri Paesi europei, i governanti dell’Arabia Saudita hanno stretto la gabbia intorno a ogni donna proprio a partire dal nucleo fondamentale della società.Benissimo quindi se qualche ragazza, purché ben velata, può oggi avere la patente e guidare, se può andare allo stadio, pur se in un recinto. Ma non dimentichiamoci che queste donne non possono fare nulla senza un tutore maschio: non possono farsi operare se hanno un attacco di appendicite, né sposarsi né aprire un conto in banca, né viaggiare o usare passaporto o carta di identità. Se chiamate in tribunale la loro testimonianza vale la metà rispetto a quella di un uomo, così come a metà rispetto a quella dei fratelli è ridotta l’eredità, inoltre nonpossono disporre della propria dote e in caso di divorzio perdono i figli, tranne quelli piccolissimi.Non possono fare niente perché la sharia sancisce che il loro corpo ( soprattutto in età fertile ) è “impuro”. E questo è il motivo per cui viene coperto dalla testa ai piedi. Per questo i Paesi come la Francia che vietano il velo a scuola fanno battaglie di retroguardia. Il vero velo è dentro il focolare domestico.Conclusione: il 16 gennaio non andremo alla partita e neanche abbiamo voglia di guardarla. Solo in un caso si potrebbe gettare uno sguardo: se la Lega calcio o le due società o gli stessi calciatori decidessero di dare visibilità a un piccolo gesto, un fiocchetto rosso sulla maglia o un segno rosso sotto l’occhio, qualcosa insomma che segnali che ci sono uomini che protestano anche in Arabia Saudita, anche in uno stadio, contro la violenza quotidiana che altri uomini stanno esercitando su queste donne.