Piccoli Pol Pot crescono

( Che paura quel video del signor Di Maio!)

Il video messo in rete, con la confessione del padre di Luigi Di Maio, lascia un sentimento di dolore e di solidarietà. Per molte ragioni. Di dolore, soprattutto perché con questo video, e con i commenti a questo video, si è sicuramente toccato il punto più basso della polemica politica in Italia. ( Speriamo che nei prossimi mesi anche questo record non sia superato).

Di solidarietà, perché questo piccolo imprenditore meridionale probabilmente è innocente, e se invece è colpevole lo è per reparti piccoli e diffusissimi tra coloro che fanno il suo mestiere al Sud.

Ciononostante è stato sommerso dalle critiche e dalla fanghiglia, messo alla gogna, dipinto come un grande truffatore, o un grande sfruttatore, o un assassino seriale.

È difficile restare sereni dopo aver visto quel video. I sentimenti vanno in subbuglio. Provo a ragionare con un certo ordine.

Innanzitutto bisogna cercare di capire di cosa sia accusato il signor Antonio Di Maio. E’ accusato – per ora solo dal tribunale dei media – di avere probabilmente pagato in nero alcuni operai e di avere costruito abusivamente, forse un capanno, forse una casetta, forse una vaschetta all’aperto, su un terreno di sua proprietà in località Mariglianella, a una cinquantina di chilometri da Napoli, nel triangolo compreso tra l’autostrada del Sole e la Caserta- Salerno ( non sulla Costiera amalfitana). E poi è accusato di avere un debito abbastanza grande col fisco. Non so se tutto questo costituisca reato, o se si tratterà solo di affrontare delle contravvenzioni e forse delle demolizioni. A occhio e croce la sua è la stessa condizione che riguarda alcune decine di migliaia di piccoli imprenditori del Sud, e forse anche del Nord. E’ molto bello scandalizzarci quando scopriamo che esiste l’economia in nero. Sarebbe giusto poi non fare un balzo sulla sedia ogni volta che il Pil scende di un decimo di punto, fingendo di non sapere che se per caso riuscissimo finalmente a stroncare definitivamente l’economia in nero, il Pil scenderebbe in un solo mattino di 15 o 20 punti e forse, al Sud, si avvicinerebbe allo zero.

Non è che io dica che allora dobbiamo adeguarci all’economia illegale. Forse però, invece di demonizzare Antonio Di Maio, dovremmo occuparci di come funziona la piccola impresa e di come funziona l’economia del sud e di come la si può aiutare a non morire e a rientrare nella legalità senza passare per il fallimento. Ma su questo terreno impervio non vedo molto impegnati né il governo, né l’opposizione, né i giornali. Se uno dice che l’illegalità è una specia di legittima difesa, da parte del Sud, e uno strumento di sopravvivenza che provoca nuove ingiustizie, nuove disparità, ma che produce anche l’ossigeno indispensabile per non morire, non sta recitando un’opera di provocazione: si limita a dire la verità, quella vera. Poi ignoratelo, se volete: ma la verità è quella lì.

Quindi, è giusto che il signor Di maio paghi, se deve pagare e se ha le risorse per farlo. Indignarsi moralmente è da sepolcri molto sepolcri e molto imbiancati.

Il ragionamento su quel video non finisce qui. Visto che nessuno al mondo può negare l’importanza politica di quel video. Che non riguarda più Antonio Di Maio ma suo figlio e soprattutto il movimento politico del quale suo figlio è esponente e leader.

Qui i sepolcri si imbiancano ulteriormente. Si sommano in quel video due vergogne che addolorano chiunque e fanno strame della civiltà occidentale, del pensiero moderno, del diritto.

Innanzitutto perché a nessuno importa niente di cosa ha fatto il signor Di Maio padre e tutti – tutti – sono interessati solo a quanto questo possa danneggiare Di Maio figlio: tutti: chi con gioia chi con paura.

E non è ammissibile tutto ciò. L’uso dei parenti per impallinare i leader politici sta diventando la vergogna della nostra politica e del nostro giornalismo. L’apice di questo metodo squallidismo è stato toccato nel tentativo di incastrare Renzi ( Renzi non è stato incastrato ma l’obiettivo, e cioè la sua demolizione, è stato comunque raggiunto). E ora la scena si ripete con il giovane Luigi Di Maio, che viene persino accusato di avere forse, a vent’anni, lavorato in nero in una pizzeria ( il reato in questo caso sarebbe quello di avere accettato di subire sfruttamento).

E poi c’è il secondo aspetto della vicenda, che è ancora più raccapricciante. E cioè questa domanda: il signor Di Maio è stato costretto e questa umiliante confessione pubblica? E da chi?

E’ molto difficile pensare che non sia stato costretto. Da chi? Dal partito, si sarebbe risposto una volta. Il Partito era l’entità superiore. Oggi si deve dire: dal movimento.

Ma lo potete chiamare partito o movimento, la cosa non cambia. E’ la ripresa di una vecchia abitudine dei partiti nei regimi totalitari di destra o di sinistra e prima ancora nel buio medioevo della Chiesa. Per fortuna non c’è più la ruota della tortura, non c’è più sangue, non c’è supplizio, però quando vedi quel viso triste, impaurito, quegli occhi sull’orlo del pianto, quella ricerca tremenda di mantenere la dignità, quando vedi quel video i nomi che ti vengono in mente sono quelli là: Torquemada, Viszinkj, Pol Pot…