Il papà di Giggino e il nipote di Zu Binnu

Il papà di Di Maio, il nipote di Provenzano Quando c’è la forca e manca l’imputato

Hanno  messo in mezzo Luigi Di Maio per una storia che riguarda suo padre. Come era successo già varie volte.  Con Renzi, con Maria Elena Boschi, con Lupi ( per via del figlio) con la ministra Guidi ( per il fidanzato). Nei casi che abbiamo citato si è poi scoperto che gli accusati – tutti – erano innocenti.

E a maggior ragione i loro figli o padri o fidanzati. In questo caso vedremo.

Il reato del quale è accusato il papà di Di Maio è piuttosto grave, ma che lui sia colpevole è tutto da dimostrare. C’è un operaio che sostiene di essere stato assunto in nero dal papà di Di Maio, e poi di aver ricevuto l’ordine di tacere sul suo rapporto di lavoro, quando si ferì in un incidente. Di tacere per evitare guai al datore di lavoro.

Chiaro che non basta la denuncia per stabilire la colpevolezza. Questo, probabilmente, Di Maio non lo sa, ma glielo diciamo noi. E soprattutto, in qualunque modo stiano le cose, Luigi Di Maio non deve per nessuna ragione rispondere delle colpe di suo padre, di sua madre o di suo zio. E dunque la campagna che si è scatenata contro di lui è faziosa e forcaiola. Un problema irrisolto però c’è. Il problema naturalmente si nascondono nel passato, non nel presente. Nel presente la risposta offerta da Di Maio ai suoi critici è ineccepibile: mio padre è mio padre, forse ha sbagliato, e dai suoi errori prendo le distanze, ma resta mio padre. Giusto. Nel passato però Di Maio non prese in considerazione risposte simili, fornite dai suoi avversari politici. Ricordo che in varie occasioni spiegò che per i politici non occorrevano prove ma bastava il sospetto per inchiodarli, ricordo il modo nel quale si è scagliato contro Matteo Renzi, e soprattutto contro Maria Elena Boschi, quando i loro genitori furono raggiunti da semplici avvisi di garanzia per reati finanziari, sicuramente meno gravi – almeno sul piano morale – dei reati per i quali è sospettato – spero ingiustamente – il padre del vicepremier.

E’ chiaro che Di Maio ora si trova in una situazione imbarazzante. Probabilmente per la prima volta si rende conto di quanto violento e ingiusto sia il giustizialismo. E nel cuor suo, immagino, si pente di avere sostenuto, anche con accenti feroci, questa ideologia per tanti anni. Il giustizialismo è una ideologia illiberale, totalitaria, e che spinge all’odio. E’ una ideologia ispirata all’idea che la vendetta sia la medicina che risana la società. Occorre uno sforzo intellettuale serio per debellare il giustizialismo, anche da se stessi. Oppure – ma questo è un rimedio estremo – occorre averlo vissuto sulla pelle propria.

Del resto l’ultima prova di giustizialismo Luigi Di Maio – insieme a dirigenti di vari altri partiti di opposizione e di governo e a una parte stramaggioritaria della stampa – l’aveva data poche ore prima che esplodesse lo scandalo del lavoro nero. E’ successo che in Sicilia, nella famigerata città di Corleone, il candidato sindaco a 5 Stelle si era fatto fotografare con un barista che risulta essere il marito di una nipote di Bernardo Provenzano, detto “Zu Binnu”. Apriti cielo. Di Maio ha preteso che il candidato sindaco facesse un autodafè, che rinunciasse all’elezione, ha chiesto che fosse espulso dal movimento, ha deciso di ritirare il simbolo, si è rifiutato di tenere il comizio conclusivo a Corleone. Il candidato sindaco, molto dignitosamente, ha risposto picche a Di Maio ed ha proseguito per la sua strada. Bravo.

Il nipote acquisito di Provenzano, fino a prova contraria, è una bravissima persona. Non ha mai commesso reati, è incensurato, non è mai stato accusato di nulla, non c’entra niente con la mafia. Perché non può farsi fotografare con un esponente politico? E’ appestato? Deve girare con un campanellino alla caviglia per avvisare la gente onesta della sua colpa di parente? O con la stella gialla?

Domenica le elezioni si sono svolte a Corleone e ha vinto il centrodestra. Probabilmente il povero candidato sindaco cinquestelle è stato danneggiato parecchio dal capo politico del suo partito. Cioè: dal suo forcaiolismo, che in questa occasione è andato a braccetto col forcaiolismo di molti altri. Che poi in questi casi si va oltre il forcaiolismo. Il forcaiolismo classico consiste nel condannare un imputato senza prove e prima ancora del processo. In questa occasione non c’è nessun imputato: c’è solo la forca. Possiamo sperare che Di Maio cambi idea dopo la vicenda di suo padre? Cioè cominci a prendere in considerazione l’esistenza del garantismo come certezza di diritto? E ponga il problema al suo partito: a Grillo e a Di Battista?

O invece deciderà che si, il garantismo talvolta è utile, ma solo se c’è andato di mezzo suo padre.

Suo padre: non il papà di chicchessia…

 

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