Sporcaccioni, analfabeti zozzoni: linguaggio soft dei giornali di governo

Informazione e bettole

In Italia, per fortuna ci sono molti quotidiani ( anche se sono in netta diminuzione, per colpa della crisi): alcuni sono moderati e più o meno indipendenti, sul piano politico, alcuni ( pochi) sono nettamente di opposizione, alcuni sono accesamente di governo. I giornali più nettamente governativi sono tre, tutti e tre abbastanza giovani: “Libero” ( nato nel 2000) “Il Fatto”, nato dieci anni dopo, e “La Verità” che ha compiuto due anni. I giornali e il loro linguaggio da bettola. Va bene così?

Uno potrebbe immaginare che i giornali di governo siano i più paludati, composti. Che cerchino argomenti sobri e moderati per difendere l’establishment politico, per quanto l’establishment sia populista.

E invece, se date un’occhiata ai titoli che campeggiano, quasi sempre a tutta pagina o quasi, in prima, su questi giornali, scoprite che il nuovo linguaggio politico assomiglia molto più a quello ( spiritoso e volutamente volgare ) del “Vernacoliere” ( che è una testata satirica livornese) che non a quello dei giornali governativi di una volta, come “Il Corriere” o “Il Messaggero”, o “La Stampa”.

Ieri ho letto i seguenti titoli : «Zozzoni senza frontiere» (“La Verità”), «Politici anafabeti» (“Libero”) , «La Lega salva i suoi sotto processo» (“Il Fatto”). Il giorno prima c’era stata una specie di alternanza, perché il titolo «Sono sporcaccioni» era sulla prima pagina di “Libero”, ripreso il giorno dopo con la variante zozzoni dalla “Verità”. La differenza tra zozzoni e sporcaccioni è che sporcaccioni era rivolto da “Libero” ai 5 Stelle che non vogliono gli inceneritori, mentre zozzoni è il modo nel quale “La Verità” esultava per l’iniziativa del mitico magistrato Zuccaro, di Catania, che ha incriminato “Medici senza frontiere” per tentata epidemia di aids e di meningite ( diffusa attraverso i vestiti sporchi).

Ora, dico, tralasciamo la sostanza politica di queste polemiche, che sono essenzialmente inter- governative. E cioè tra 5 Stelle e Lega. Il problema che pongo è solo quello del linguaggio.

Lo so, se faccio notare che un po’ più di un secolo fa sui giornali francesi scriveva Emile Zola, e anche Alexandre Dumas ( il quale scriveva anche sui giornali italiani: fondò “L’Indipendente”, che poi, dopo circa 150 anni, finì proprio nella mani di Vittorio Feltri, che peraltro ebbe un successo editoriale ben superiore a quello di Dumas…) e che sui giornali russi il fogliettone era talvolta affidato a Dostoevskij, se faccio notare queste cose mi dite che sono un vecchio bacucco nostalgico, elitario, radical scic eccetera eccetera. E me lo dite anche se provo a rimpiangere i tempi di Ugo Stille, di Barbato, di Biagi, di Enzo Forcella, di Luigi Firpo o dello stesso Scalfari. Vabbene, sono un diventato un vecchio conservatore: però un problema c’è.

Io non nutro nessun disprezzo per Feltri, o per Belpietro e nemmeno per Travaglio: né per le loro doti giornalistiche, né per i loro indubbi successi editoriali. Giuro: nessun disprezzo, casomai un po’ di invidia. Però mi chiedo: un paese dove il linguaggio da bettola prende il posto degli elzeviri e le grandi polemiche ideologiche sono soppiantate da risse da cortile, e l’informazione diventa un corollario dell’odio, e l’analisi un’inutile arabesco per intellettuali bolliti, che paese è destinato a diventare? Come si costruirà in questi anni lo spirito pubblico italiano?

Perché nel resto dell’Occidente, che pure è travolto dall’ondata del populismo, questo non avviene o avviene in misura molto minore?

Io credo che la mia categoria, e cioè i giornalisti, questo problema devono porselo. Oppure dobbiamo lasciare mano libera al mercato e rassegnarci, e convincerci che il nostro mestiere non ha più niente a che fare con l’attività intellettuale e di servizio?

 

 

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