Politica 11 Nov 2018 17:58 CET

Se a togliere dai guai il duo Lega-M5S a palazzo Chigi arriva la bad company…

Dai, su: rituffiamoci nella fantapolitica. E come in ogni trama futuribile che si rispetti, cominciamo dai dati di realtà per poi fuggire nell’iperuranio delle astrazioni impossibili e, chissà, proprio per questo maliziosamente anticipatrici.

Primo dato. Ok d’accordo, tra Lega e Cinquestelle l’intesa sulla prescrizione è stata trovata ma a costo di far venire l’orticaria ai pasdaran del tutto e subito e gli stranguglioni a chi atterrisce di fronte al fine processo mai. C’è voluto il solito vertice a due Salvini- Di Maio con la benevola e silente supervisione del premier Conte per arrivare al dunque. Nessuno ha vinto, nessuno ha perso: soprattutto – e qui sta il vero guaio – nessuno capisce se davvero la riforma della giustizia si farà e quando e con quali voti, per non parlare poi con quali conseguenze. Si tratta dell’andamento ormai strutturalmente sincopato dell’azione di governo, costretto allo slalom tra enfatiche comunicazioni e striminzite realizzazioni. Diciamocelo: si può andare avanti così?

Secondo dato. Le divaricazioni in seno alla maggioranza gialloverde sono ormai talmente abituali da rappresentare un copione consolidato: farne l’elenco diventa stucchevole. I più benevoli ci vedono nient’altro che il gioco maggioranza- opposizione dentro un unico contenitore; un pò come il socialismo in un solo Paese, “teoria economico- politica avanzata e sviluppata da Josif Stalin sulla base di uno scritto di Vladimir Lenin del 1915”: citazione tratta da Wikipedia, strumento caro al vicepremier grillino. Può essere. Però nella lontana Russia tanto cara sia a Salvini che a Di Maio, quell’impianto ideologico sfociò nel terrore delle purghe e nel regime totalitario comunista. Non proprio un modello da riproporre.

Terzo dato. È opinione comune che la dead line del governo sono le elezioni europee di fine maggio; poi si vedrà. Giusto. Solo che il problema è che a maggio bisogna arrivarci, possibilmente ancora in sella. Altri infatti sostengono che esaurito il passaggio parlamentare della legge di Bilancio, liberi tutti. Ecco perché trovano spazio sospetti e agognamenti per elezioni politiche anticipatissime: diciamo marzo- aprile. E Mattarella? Beh, si adeguerà.

Adesso però basta con la realtà, così ripetitiva da diventare noiosa. Avanti allora con la fantapolitica e il risiko degli scenari. Dunque se marzo è ravvicinato, maggio è lontanissimo. Continuando così, si arriverebbe al voto nel primo caso sulla base di una clamorosa rottura tra i due dioscuri che non farebbe ben sperare per un cospicuo bottino elettorale. È vero che il consenso gialloverde non accenna accenna a diminuire ma appunto perché di intesa si tratta, per di più di governo. Se viene presa a mazzate dagli stessi protagonisti, con accuse incrociate e polemiche reciproche, l’umore popolare può risentirne. Se invece si va avanti fino a maggio, il pericolo è che il duopolio Matteo- Luigi arrivi al traguardo col fiato grosso, sfiancato da fibrillazioni e divisioni continue, ammaccato da un anno di partnership dove i mugugni e le insoddisfazioni crescono a dismisura. L’accordo tra i due vicepremier è solido a livello personale, però poi alla fine ciascuno deve rispondere al rispettivo elettorato e tutelare i propri interessi di partito o di movimento.

Bene, e allora che si fa? Ecco. Diciamo che l’idea potrebbe essere quella di trasferire il concetto della bad company dal recinto economico al catino della politica. Si potrebbe cioè dichiarare un time- out, sospendere le ostilità, dire al Colle di inventarsi un esecutivo a termine che traghetti il Paese fino a giugno sul quale scaricare tutta l’impopolarità delle misure necessarie per non far deragliare oltremisura i conti pubblici, procedere con la campagna elettorale al riparo di contestazioni e rimbrotti ( il reddito di cittadinanza è minimale, la flat tax è sparita, la Fornero è appena ritoccata eccetera) e poi magari a urne chiuse riprendere il discorso da dove è stato interrotto, rivedendo il Contratto e trasformandolo in accordo politico vero.

Certo ci sono le controindicazioni. L’M5S che fallisce la prova di governo ( ma non tanto). La Lega che esaurisce la forza propulsiva ( ma non è detto). Però esistono anche vantaggi. Tipo: di fronte ad un esecutivo siffatto, Pd e FI potrebbero tirarsi indietro? Se lo facessero, il gialloverde si cementificherebbe quale unico binomio possibile, presente e futuro. Se invece aderissero, la spalmatura dell’impopolaritá sarebbe erga omnes, e di fronte agli elettori nessuno potrebbe fare il furbo.

Ok, ok. Fantapolitica era e fantapolitica rimane. Vedremo che succede di qui a dicembre. Poi ne riparliamo.

 

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