Politica 2 Nov 2018 12:12 CET

Lo stop del Pil: una buona scusa per aggiustare la manovra di bilancio

L’economia italiana si è fermata nel terzo trimestre di quest’anno. Pessima notizia, piuttosto attesa, però. Stupisce, semmai, che, secondo le dichiarazioni del nostro presidente del Consiglio, se l’aspettasse anche il governo. Nel documento programmatico di bilancio, quello inviato alla Commissione per l’usuale vaglio di coerenza con le regole del club europeo, la previsione di variazione del prodotto per l’anno in corso è pari all’ 1,2%. Questa previsione è stata formulata conoscendo le dinamiche reali del primo semestre. La valutazione aleatoria è riferita, dunque, ai soli due ultimi trimestri. Se, dunque, dovessimo dare credito alle dichiarazioni del premier si dovrebbe dedurre che il governo oltre ad aspettarsi uno zero nel terzo quarto preveda altresì un’accelerazione repentina della crescita nell’ultimo quarto dell’anno, pari a un inconsueto + 0,7% congiunturale ( in modo tale da chiudere l’anno 2018 con un variazione del Pil appunto a + 1,2%). Nessun analista, italiano o straniero, condivide una congettura talmente otti- mistica. Proviamo dunque a mettere insieme i pezzi per renderli coerenti tra loro e indichiamo anche come il brutto dato del terzo trimestre può diventare una via d’uscita a una situazione piuttosto surreale ( da definire, come al solito per le cose italiche, grave ma non seria).

Sostenendo che il dato fosse atteso, il premier fa semplicemente una legittima battuta e non una fondata considerazione statistica. Si riferisce, cioè, al conclamato rallentamento dell’economia che necessiterebbe, secondo lui, i suoi ministri e la maggioranza parlamentare che li sostiene, di una manovra espansiva in deficit ( per il 2019). Tuttavia, nel regno dell’aritmetica tradizionale e prescindendo per adesso da un’aritmetica alternativa basata sul consenso ( in cui, in ipotesi, 2+ 2 non farebbe un misero 4, ma produrrebbe 5, 5,5 o, in frangenti particolarmente difficili, attraverso l’attivazione di clausole di potenziamento, anche 6 o 6,5), resta il fatto che il non raggiungere l’ 1,2% nel 2018 ha implicazioni fastidiose anche sui già difficili e contestati parametri di finanza pubblica per il 2019. Adesso, però, il governo potrebbe tranquillamente apportare qualche modifica alle sue previsioni sia sulla variazione sia sul livello del Pil del prossimo anno, perché ha questa informazione aggiuntiva sul terzo trimestre 2018 di cui prima non disponeva ( ai tempi della redazione del documento inviato a Bruxelles). Un cambiamento della rappresentazione numerica della legge di bilancio non solo è più che legittimo, ma è anche doveroso e, tra l’altro, proprio la frenata dell’economia italiana, come suggerito da diversi ministri ( e contrariamente a quello che penso io) giustificherebbe ancora di più un forte impulso a debito. Pertanto, sono contemporaneamente presenti sia l’occasione sia la necessità di cambiare alcuni aspetti degli interventi, riducendone marginalmente la portata, diluendoli nel tempo e cifrandoli in modo più realistico dentro un quadro di crescita più moderata. Nei confronti degli investitori e della Commissione europea, questo atteggiamento dimostrerebbe la volontà dell’esecutivo di proseguire nel comune sentiero europeo, eventualmente da modificare in futuro ma sempre dentro e attraverso regole e procedure cristallizzate nei trattati.

I benefici sarebbero immediati in termini di minori rendimenti sui nostri titoli sovrani, con ricadute favorevoli per famiglie e imprese. Il governatore Visco, con la sua tradizionale e invidiabile chiarezza – non disgiunta dal dono della concisione – ha spiegato, durante la giornata del risparmio ( 31 ottobre), le relazioni tra atteggiamenti, paure, mercati, rendimenti, costi della raccolta bancaria ed effetti ricchezza. Il suo discorso potrebbe essere utilizzato come manuale per aggiustare la manovra ( senza tradirne il merito).

In ogni caso, il vero tema rilevante non è tanto perché il Pil si sia fermato o perché dovrebbe fare in futuro + 1,5, + 1,2 o + 0,9% quanto piuttosto perché all’Italia non è concessa una crescita duratura attorno al 2,5%, un ritmo che consentirebbe davvero di ridurre la povertà assoluta e restituire fiducia alle giovani generazioni. Il Governatore affronta questo aspetto facendo riferimento ai difetti strutturali del nostro sistema.

La cosa può essere vista così. Lasciamo perdere le questioni di breve e brevissimo termine. Immaginiamo che la crescita trimestrale sia determinata dall’estrazione a caso da un’urna di una pallina su cui c’è scritto il numero che stabilisce la variazione del Pil in quel periodo. Il problema dell’Italia non è il numero che viene estratto di volta in volta bensì proprio l’urna. Perché se l’aprissimo scopriremmo che sono rarissime le palline con scritto sopra 3 o 4% mentre sono moltissime quelle su cui c’è scritto 0,6, 0,7 o 1%, per non dire di quelle su cui è segnato un valore negativo. La media della crescita tendenziale negli ultimi 87 trimestri ( cioè dal 1997) è pari a 0,6%; se si escludono 22 trimestri col segno meno la media sale a 1,5%. Quindi il vero cambiamento è quello dell’urna – riforme radicali per un paese più dinamico e inclusivo – non le politiche in deficit per provare a pizzicare una pallina un po’ migliore.