Giustizia 26 Oct 2018 10:11 CEST

Caso Provenzano, ha ancora senso il carcere duro?

L’EDITORIALE

La sentenza della Corte europea su Provenzano e sul 41 bis è molto importante. E ci dice che qui in Italia esiste un problema serio che riguarda il diritto.

La reazione stizzita e retorica del governo italiano a questa sentenza, invece, è molto preoccupante, e ci conferma in modo inequivocabile che sì, in Italia esiste un problema serissimo che riguarda il diritto.

La sentenza della Cedu afferma un principio piuttosto semplice: siccome in Europa è proibita la tortura ed è proibito imporre ai detenuti trattamenti crudeli e inumani, è anche proibito tenere in un regime di 41 bis un detenuto con problemi cognitivi gravissimi.

Un uomo che non pone più in nessun modo problemi di pericolosità sociale, e che vari medici hanno dichiarato in condizioni di salute incompatibili con il carcere e in particolare con il carcere duro. 41 bis e carcere duro sono sinonimi, e ormai anche molti magistrati favorevoli al 41 bis usano l’espressione “carcere duro”.

Perché la sentenza ci mette di fronte a un problema di diritto? Perché la nostra politica – così come il potere giudiziario – da molto tempo hanno sistemato le esigenze del consenso al di sopra dei principi del diritto. E troppo spesso assumono decisioni delicatissime tenendo conto della spinta dell’opinione pubblica e non dei principi della civiltà, della Costituzione, del diritto internazionale.

La sentenza della Corte europea è una sentenza che riguarda specificamente la vicenda di Bernardo Provenzano e non la legittimità del carcere duro. E dunque non può essere usata per mettere in discussione questa legittimità. Certamente però nel momento in cui avanza il dubbio che nei confronti di un prigioniero al 41 bis siano applicati trattamenti crudeli e inumani, è chiaro che ci impone una riflessione sulla legittimità del 41 bis. Che, come tutti sappiamo, nacque in una situazione di grande emergenza – nel 1992 per l’aggressività della mafia, che uccideva centinaia di persone all’anno, aveva decapitato il pool dei magistrati siciliani e si apprestava a mettere in atto una strategia stragista.

Il 41 bis nasce per fronteggiare dell’emergenza. Oggi però quel l’emergenza non esiste più. Tanto che nell’ultima relazione del ministro dell’Interno ( ad agosto: ministro in carica Salvini) si dice che negli ultimi anni sono stati catturati 49 dei 50 boss mafiosi più pericolosi. Ma se non esiste più l’emergenza, esiste ancora la legittimità di un provvedimento emergenziale che prevede trattamenti che la Corte europea definisce inumani? Mi sembra una domanda ragionevole. Alla quale però la politica si sottrae. Del resto la sentenza della Corte mette sotto accusa molti ministri che si sono succeduti a via Arenula. Anche ministri di centrosinistra. A difesa dei quali – per la prima volta da molti mesi – si è levata l’indignazione del governo gialloverde in carica. E questa circostanza dimostra che il problema non riguarda uno schieramento politico, ma tutto il Palazzo.

La reazione di Di Maio e Salvini è allarmante. Dimostra una scarsa conoscenza dei principi essenziali della giurisprudenza. L’idea che nessuna pena sia inumana se i delitti commessi sono molto efferati è una idea di parecchi anni precedente all’illuminismo. E questo nel paese di Beccaria. Così come appare ispirata a un giustizialismo ottocentesco la reazione del ministro dell’Interno, che definisce una baracca da smantellare la Corte europea. Non dobbiamo stupirci poi se da parte europea giungono giudizi sferzanti e anche offensivi verso la politica e il governo italiano, come quello recente del commissario Moscovici.

Vogliamo continuare su questa strada, inseguendoci gli uni con gli altri in una gara a chi riesce a mostrarsi più demagogo? Se la strada che si è imboccata resta questa, finirà al macero la stessa immagine dell’Italia. Quella di Beccaria, chiaro, ma anche quella più recente, di Calamandrei, di Moro, di Vassalli, o addirittura di Scalfaro e dello stesso Mattarella.

 

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