Giustizia 8 Aug 2018 13:21 CEST

Difendere un imputato di mafia non significa difendere la mafia ma i diritti di noi tutti!

La risposta delle Camere Penali

di Beniamino Migliucci (Presidente dell’Unione Camere Penali)

Non è vero che la professione di avvocato e quella di membro di una Commissione antimafia siano fra loro incompatibili, né risulta inopportuno che un avvocato penalista sieda in un simile consesso. Tuttavia, certamente il problema si pone, così pare, se l’avvocato difenda o abbia difeso dei mafiosi. Per alcuni, infatti, che si difenda un imputato di mafia significa sostanzialmente difendere la mafia e la sua cultura. E, pertanto, o si sta di qua o di là. Quale weltanshaung si ponga oggi nel nostro Paese a fondamento di tale opinione e della cultura che lo giustifica e lo alimenta, non è agevole comprendere. Ma crediamo, tuttavia, sia fondamentale e forse più utile, oltre che doverosamente scagliarsi contro queste posizioni, a difesa dei colleghi vittime di questa odiosa forma di mobbizzazione, cercare di comprenderne le radici e le origini, anche quelle eventualmente inconsapevoli, che hanno generato questo livello sub- li- berale del pensiero collettivo, che occupa purtroppo una così vasta congerie di ambienti politici e intellettuali. Se difendo un imputato di un grave fatto di corruzione, difendo la cultura dell’illecito contrabbando e del mercimonio delle pubbliche funzioni? O forse difendo, nei diritti del singolo accusato, la regola sostanziale e processuale che sta a fondamento dell’intero sistema della legalità? Se così non fosse, come potrebbe un magistrato che ha assolto un accusato di mafia sedere in una Commissione antimafia? Ne dovrebbe essere escluso? E se così fosse, a chi far difendere e giudicare gli accusati di questi più odiosi reati, ad una corporazione di “paria”, ad un “ceto” di giuristi “monatti”, iscritti all’albo speciale degli “avvocati intoccabili”, esclusi da qualsivoglia altro pubblico incarico? Esclusi dalla società civile? Cosa ha prodotto questa sub- cultura tanto oscena quanto dilagante, così tracotante da ergersi addirittura a paradigma della “pubblica virtù”? E perché dovremmo mai trovarci incautamente a “difendere” i colleghi Veneto e Zampogna, del delitto di aver esercitato davanti a giudici della Repubblica italiana, la suprema funzione difensiva, alla quale erano stati chiamati. Se quel diritto di difesa è già detto “inviolabile” secondo la Costituzione. La domanda che occorre che tutti noi, ora, ci poniamo è quale strada inclinata abbiamo iniziato a percorrere e dove essa abbia avuto origine. Quale memoria si sia persa di quella cultura inclusiva dei diritti e delle garanzie che fonda la libertà di ogni popolo democratico. E perché non siamo riusciti a convincerci ed a convincere tutti, che il processo penale è il vero crogiuolo di tutte le libertà, la pietra di paragone della civiltà democratica di un Paese. Che lì si celebra la vita e la morte di una democrazia. Quando il processo diviene solo uno strumento di “lotta al male”, va da sé che chi si pone dalla “parte sbagliata” sia già moralmente e civilmente condannato all’esclusione. In fondo la radice della mala pianta illiberale è tutta qui. E qui i nuovi e i vecchi cantori della “legalità” e del “cambiamento” si ritrovano assieme, specchiandosi in questo banale rito di mortificazione della loro stessa intelligenza.

 

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