Interviste 11 Jul 2018 16:30 CEST

Galli: «Nessuna rottura con i 5S, ma i voucher servono! »

Parla il leghista Dario Galli, sottosegretario al Ministero dello Sviluppo economico, numero due di Luigi Di Maio

«Noi della Lega con i Cinque Stelle abbiamo fatto un contratto. Questo non significa fusione delle idee. Ma questo esecutivo reggerà molto più del previsto». Parla Dario Galli, sottosegretario al Ministero dello Sviluppo economico, numero due di Luigi Di Maio. Galli è leghista delle origini, ex sindaco di Tradate, ex presidente della Provincia di Varese. Un esempio doc della scuola degli amministratori del Carroccio.

Onorevole Galli, sul decreto dignità qualche problema con i Cinque Stelle sembra che lo abbiate. O no? La quadra ora l’ha trovata Matteo Salvini che dice: “I voucher sono preferibili al lavoro nero”. E Di Maio invece aveva detto che avrebbe alzato un muro contro.

Non mi sembra di aver percepito dai Cinque Stelle una totale contrarietà, ma l’esigenza di una adeguata regolamentazione. Perché se il voucher diventa il sostituto di qualcos’altro ovviamente non va bene. Non è che un’azienda può prendere un’unica persona e sommare 25.000 euro in lordo col voucher per tutto l’anno perché a quel punto è come se quella persona l’avesse assunta. Però ci sono lavori veramente parziali come entità, particolarmente stagionali, come nel turismo o nell’agricoltura, dove credo che un utilizzo ben argomentato dei vou- cher sia qualcosa di assolutamente legittimo.

Insomma, nessuno scontro?

Ma io non so di quali scontri si parla. Questo è un governo fatto da due forze politiche evidentemente diverse tra loro, altrimenti non sarebbero due partiti. Però rappresentano già dal 4 marzo e probabilmente di più ancora oggi la maggioranza dei cittadini. Questo significa che non c’è l’obbligo della fusione delle idee ma c’è l’obbligo di tirar fuori le cose essenziali e condivise da questa maggioranza di italiani, facendole diventare iniziative di legge e di governo. Quindi, sulle cose dove si è d’accordo si fanno le leggi, sulle cose dove apparentemente siamo distanti o possiamo essere molto distanti c’è sempre un punto di mediazione che è quello del buon senso.

Lei su “Il Foglio” ha avanzato proposte concrete per venire incontro ai medi e piccoli imprenditori che sono rappresentati dalla Lega molto più che dai Cinque Stelle.

Certo, ma non credo che i Cinque Stelle vogliano fare cose contro le Pmi perché le Pmi sono l’Italia dal punto di vista industriale. Di Maio nel suo decreto ha voluto marcare il territorio soprattutto nella parte più a difesa di lavoratori che operano o in nero o sono sottopagati. In questi settori nessuno pensa di fare cose improponibili, però sicuramente cercare di farli arrivare almeno al livello minimo della dignità di un Paese europeo credo che sia cosa altamente condivisibile.

Ma non crede che però con tanti lacci e lacciuoli ci sia il rischio che le imprese delocalizzino?

Infatti, poiché i posti di lavoro non si creano per legge ma in base alle condizioni che la legge contribuisce a creare è chiaro che per chi si sforza di trasformare i contratti dei propri dipendenti in contratti a tempo indeterminato bisognerà in manie- ra simmetrica trovare qualche forma di incentivazione. Ed è quello sul quale si sta studiando. Credo che nei 60 giorni di tempo per la conversione definitiva del decreto ci sarà sia in commissione che in aula spazio e tempo per introdurre qualcuno di questi incentivi. Non credo che i Cinque Stelle siano contrari bisognerà trovare come in tutte le cose una sintesi adeguata.

Berlusconi ha criticato questo decreto come segno della “peggiore sinistra dirigista”.

In altri tempi si è riusciti a introdurre il patto di stabilità per i Comuni…, chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Quanto regge questo governo? Arriverà il nodo delle grandi opere pubbliche.

Reggerà molto più del previsto. Non ho difficoltà a dire che alcune cose si fanno probabilmente meglio con questo esecutivo che con altre maggioranze perché si è liberi da sovrastrutture mentali, le cose le si chiama non con il linguaggio burocratico della liturgia politica ma come le chiamano le persone al bar o la cosiddetta casalinga di Voghera. Matteo Salvini sull’immigrazione sta facendo le cose che non si sarebbero fatte con il modello consolidato buonista o radical chic, come si dice. Lui ha il coraggio di dire le cose che tutte le persone al bar pensano. E ha obbligato tutti quelli che si paravano dietro questa cortina di ipocrisia a venire allo scoperto.

 

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