Interviste 11 Jul 2018 16:27 CEST

Galli della Loggia: «In quest’Italia al bivio serve un nuovo Sessantotto»

L’editorialista del Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia: «Il Pd ha certificato il suo stato comatoso, il governo poggia sul consenso di un elettorato mobile che potrebbe cambiare idea repentinamente e la politica italiana è fatta solo di balbettii sul web»

Il presente è desolante, con una sinistra ormai alla deriva e una politica che ha perso la complessità del linguaggio. E allora non si può che guardare al futuro, in mano a una generazione a cui si consegna un’Italia più povera e spaventata, ma da cui può partire una nuova rivolta generazionale. Tra il problema irrisolto dell’immigrazione e un governo forte ma poggiato su un elettorato mobile, Ernesto Galli della Loggia, professore di Storia contemporanea ed editorialista del Corriere della Sera, delinea lo scenario di un Paese senza punti di riferimento, bloccato in un «intermezzo tra ciò che è stato e ciò che non è ancora».

Sabato si è svolta l’assemblea nazionale del Partito Democratico: un nuovo inizio o piuttosto la certificazione di un partito al capolinea?

Direi che quell’assemblea ha certificato lo stato comatoso del partito, e in genere lo stato comatoso prelude alla fine.

Che cosa è mancato?

Il Pd ha mostrato di non essere assolutamente in grado di trovare un nuovo modo d’essere partito e una nuova ragion d’essere. Mancano idee nuove ma anche uomini nuovi: persone che hanno incarnato tre o quattro politiche oggi non possono pensare di iniziarne una totalmente nuova, perchè esiste un passato che le lega indissolubilmente. Ammesso, sempre, che questa nuova idea si trovi.

Che cosa intende per idea nuova? Un modo di fare opposizione?

Essere contro i Cinque Stelle o la Lega non è un’idea nuova, non è nulla. Un’idea nuova significa darsi una nuova collocazione politica, andare oltre il presente e, perchè no, ragionare anche su una nuova collocazione sociale. Oggi i commentatori politici definiscono il Pd un partito radicale di massa ed è vero: è un partito che ha rotto i legami con alcuni tra gli strati sociali tradizionali della sua storia. Ammettiamo che fosse necessario farlo – e forse davvero lo era -, ma allora bisogna trovare qualche elemento che si sostituisca a questo. Invece, non si vede assolutamente alcuna novità all’orizzonte.

L’intervento di Matteo Renzi è stato molto divisivo: se lo aspettava oppure credeva che avrebbe cambiato approccio?

Renzi non mi ha stupito, diciamo che ha recitato la solita parte che tutti si aspettavano da lui. Questo è il suo problema: Renzi è schiavo del suo stesso personaggio di capocorrente e per questo non è mai riuscito a diventare qualcosa di più, nè un uomo politico, nè tantomeno uno statista. Anche in questa occasione, ha fatto ciò che fa ogni perfetto capocorrente: si circonda dei suoi fidi e polemizza con gli altri capicorrente. Un uomo politico, invece, si sarebbe assunto la responsabilità di tracciare uno scenario in cui il partito avrebbe potuto riconoscersi.

Nella sua analisi di domenica scorsa, lei ha scritto che «le culture storiche che avevano animato quel progetto ( il progetto democratico del nostro Paese ndr) non esistono più» e oggi certifica lo stato comatoso del Pd. Serve ancora, nell’Italia di oggi, un soggetto di sinistra?

Io credo che serva ancora, ma naturalmente è ancora tutto da definire cosa si intenda oggi con questa parola, che cosa significhi “sinistra” nell’Italia del 2018. Di più, sono convinto che la destra e la sinistra abbiano ancora un senso e che la divisione dello schieramento politico in due parti contrapposte abbia un senso. Rimane da definire, però, i contenuti per cui si battono l’uno e l’altro soggetto.

Sempre nella sua analisi, ha scritto che le culture che hanno preso il posto di quelle storiche «sono improvvisazioni destinate a dissolversi». Eppure, il governo Lega- 5 Stelle gode di un fortissimo consenso, se non altro originato dalla somma dei due elettorati.

Sì, ma io credo che si tratti di un consenso che si può dissolvere in modo rapido. Prenda l’esempio della Lega: un partito che cinque anni fa era al 3 per cento e che oggi i sondaggi collocano intorno al 30. Io conosco bene la realtà umbra e la stessa Lega che oggi è il primo partito fino a cinque anni fa nemmeno esisteva. Ecco, questo balzo improvviso descrive la mobilità estrema dell’elettorato italiano, che regala oggi un enorme ritorno elettorale a Lega e 5 Stelle ma che può anche farlo scomparire in modo altrettanto repentino. Non credo ci sia da contare molto sulla stabilità di questo consenso.

La preoccupa, dal punto di vista politicoculturale, l’impatto che questo governo può avere sul Paese?

Io non credo che Di Maio e Salvini siano sul punto di instaurare un regime dittatoriale in Italia, se è a questo che si riferisce. A darmi fastidio, piuttosto, è il loro stile politico, la facilità con cui parlano ed esprimono giudizi, in una comunicazione ridotta a post sul web. È una modalità che non riguarda solo loro, ma loro portano al parossismo quella che è diventata la cifra del discorso politico italiano: un balbettio di tweet e di prese di posizione farcite da insulti. In questo panorama, i cosiddetti approfondimenti politici sono demandati ai talk show televisivi, dove gli ospiti non possono parlare per più di due minuti, in un insieme assordante di litigi e urla in cui nessuno riesce a spiegare nulla. Ecco, Salvini e Di Maio portano questa modalità alle sue estreme conseguenze, con un linguaggio violento e che non spiega né ragiona, ma dove vince l’idea di fondo che chi afferma con più durezza il proprio prensiero è colui che avrà più successo.

Uno stile, questo, che è stato portato anche nelle prime prese di posizione in Europa, soprattutto in merito alla questione dei mi- granti.

Credo che nei confronti dell’Europa fosse necessario operare una svolta, facendo capire che l’Italia non è più in grado di sostenere la situazione attuale dell’immigrazione. Bisognava agire in modo diverso da come si era fatto prima, visto che le posizioni dei precedenti governi si sono rivelate assolutamente inefficaci. Al tempo stesso, forse certi toni, certe frasi e certe parole sarebbe stato meglio evitarli. Ribadisco: in Italia non esiste un problema di fascismo alle porte, ma un grosso problema di degenerazione del linguaggio e del discorso politico.

L’Italia ha davvero un problema di immigrazione? Secondo i dati europei, siamo tra i Paesi con i numeri più bassi.

Proviamo a capirci. Per alcune persone – penso a me stesso – l’immigrazione non esiste. Io incontro un immigrato di tanto in tanto, davanti alla porta del supermercato o di un bar, magari con il cappello in mano mentre chiede l’elemosina e non mi dà alcun fastidio. Per un altro italiano, invece, l’immigrazione può essere cosa ben diversa: per chi vive a duecento metri da un campo rom, ad esempio, dove ogni tre giorni vengono bruciate delle macchine e i falò producono puzzo e diossina. Ecco, per questo italiano l’immigrazione non è un fatto di percezione, ma di realtà. Per me l’immigrazione è una narrazione, che può essere corretta o meno, ma si sottovaluta il fatto che per molti italiani è un’esperienza quotidiana fatta di aspetti molto spesso spiacevoli.

E il governo gialloverde ha cavalcato questo sentire quotidiano?

Cavalcare è il termine sbagliato, perchè implica un giudizio negativo: lei direbbe mai che i sindacati cavalcano il disagio degli operai dell’Ilva? No, i partiti e i sindacati rappresentano certi orientamenti dell’opinione pubblica. La Lega, in questo caso, rappresenta quella parte di italiani che hanno un’esperienza reale, diretta e spiacevole con l’immigrazione. Forse, bisognerebbe chiedersi se la vera “narrazione” non sia invece quella di chi pensa che si possa accogliere tutti e che si debbano indossare le magiette rosse. In sintesi, la vera domanda è come far collimare questo tipo di narrazione con la realtà delle cose.

Quindi, nei fatti, il governo ha messo in campo misure efficaci almeno nel porre il problema dell’immigrazione.

Ancora non c’è nulla di chiaro, staremo a vedere. Sicuramente ha raggiunto l’obiettivo di far prendere coscienza all’Europa che l’immigrazione è un problema centralissimo, che non può essere messo da parte e che richiede un intervento. Di quale tipo, bisognerà capirlo. Certo è che oggi, a livello europeo, la consapevolezza è molto maggiore rispetto a quella che si aveva sei mesi fa.

Ora non resta che individuare le soluzioni.

Certo, ma per ora la situazione è ferma. Si è capito che l’immigrazione è un fenomeno che non si può più ignorare perchè questo atteggiamento potrebbe avere delle conseguenze gravi, ma non si sa ancora se questo provocherà una versa svolta nelle politiche europee, oppure se tutto rimarrà immutato.

C’è il rischio che l’Unione Europea crolli sotto il peso di questa questione sempre più divisiva?

Tutto è possibile, ma mi sembra ancora un’ipotesi molto remota perchè, in fin dei conti, l’interesse generale di tutti i governi è certamente di tenere in piedi l’Unione Europea. La questione sarà il livello di compromesso che si riuscirà a raggiungere per conciliare interessi nazionali in contrasto tra loro. Purtroppo per noi, fino ad oggi l’Italia si è fatta intrappolare – o forse ha voluto farsi intrappolare – nella pretesa che tutti quelli che naufragano nel Mar Mediterraneo siano di sua responsabilità e debba in qualche modo farsene carico. Per questo ci troviamo così al malpartito. Cosa succederà in futuro, però, è ancora tutto da vedere.

Lei ha scritto che «l’Italia vive oggi un intermezzo tra ciò che essa è stata e non sarà mai più, e ciò che non è ancora». È questa incertezza che si consegna alle nuove generazioni?

Purtroppo le nuove generazioni nascono e crescono in condizioni molto sfavorite rispetto a quelle del passato. Basta guardare i dati, per capire che Italia stiamo consegnando loro: i giovani hanno un alto indice di disoccupazione, i servizi sociali funzionano peggio, l’aspettativa pensionistica è quasi inesistente, l’istruzione è peggiore. Hanno ricevuto un Paese molto malconcio e da qui devono ripartire.

I ventenni di oggi dovrebbero alzare la testa?

Auspico che succeda e anzi, mi illudo che possa nascere in loro una presa di coscienza collettiva. La loro generazione dovrebbe dire basta, urlare che le cose devono cambiare e che le vogliono cambiare loro, proprio come è successo nel Sessantotto. Quella di allora fu una rivolta generazionale e io auguro ai giovani di oggi che possano fare qualcosa di analogo, anche se in una direzione diversa e magari con altre caratteristiche. Ecco, la mia speranza è che in Italia si risveglino le coscienze per una nuova rivolta generazionale.

 

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