Cinema 10 Jul 2018 12:15 CEST

Antonio Manetti: «Il nostro cinema fatto di pancia cuore e follia…»

Intervista ad Antonio Manetti che con suo fratello Marco forma una siglia ormai collaudata del cinema italiano: i Manetti Bros

Tre Nastri d’Argento, cinque David di Donatello tra cui Miglior Film e molti altri premi e riconoscimenti in giro per festival e rassegne, questo il bilancio di Ammore e Malavita, ultimo film dei Manetti Bros, presentato alla scorsa Mostra di Venezia e da allora inarrestabile. A quasi un anno di distanza, Antonio Manetti, ospite della 19esima edizione dello ShorTS International film Festival di Trieste, grazie ad un omaggio che il Festival dedica a lui e suo fratello Marco, si abbandona ad una riflessione sulla propria cinematografia, combatte stereotipi sul cinema di genere e racconta il legame della sua famiglia cinematografica con la città di Napoli che ha fatto da sfondo a Song’e Napule e Ammore e Malavita.

Oltre ai più famosi Song’e Napule e Ammore e Malavita, in programma allo ShorTS anche Piano 17 L’Arrivo di Wang. Cosa significano per voi questi due titoli?

Sono fondamentali, non si può fare una retrospettiva del nostro cinema senza quei film. Piano 17 è il nostro primo film vero, nostro.

Abbiamo cambiato il metodo produttivo con Piano 17 e chi vuole conoscere i Manetti lo deve vedere. L’arrivo di Wang ci ha portato a Venezia, abbiamo girato il mondo e questi due film rappresentano tanto il nostro cinema fino a quando non è entrata Napoli prepotentemente. Diciamo che il grande assente è Zora la vampira che è importante perché ci ha dato notorietà ma è sempre una ferita perché ci abbiamo creduto tanto ma forse aveva obiettivi sbagliati per il mercato di allora ( il 2000). Prodotto da Cecchi Gori, con Carlo Verdone, non è venuto un film perfetto e lo sentiamo poco nostro anche perché era venuto molto lungo ed abbiamo dovuto tagliare tanto.

È da più di due anni che si continua a parlare di riscoperta del cinema di genere. Come si posizionano i Manetti in questa discussione?

Noi non sentiamo di essere registi che fanno film di genere, non mi piace neanche la parola, i generi son tanti, lo sono anche la commedia e il film famigliare. Perché utilizzare questa definizione solo quando quando ci sono fantasia e pistole? Spesso si utilizza il termine in senso dispregiativo quasi come se si parlasse male e in quel caso noi non siamo d’accordo. In Italia se vedi una pistola al cinema diventa un film “di genere”.

Forse in Italia abbiamo sempre bisogno di catalogarci?

Quello è giusto perché i film vanno catalogati. In questo senso, noi abbiamo fatto un thriller, poi una commedia, un horror, un musical, quindi non siamo registi legati ad un solo genere, li stiamo sperimentando tutti. Forse il vero regista di genere è quello che si limita ad uno solo, che fa solo film horror o solo film romantici. Io mi sento libero come regista. Poi è vero che nel nostro cinema c’è molta fantasia e sperimentazione. Questa cosa in Italia si è fatta poco, forse per colpa di produttori che cercavano soldi solo dal Ministero e quindi dovevano produrre solo film sociali oppure per colpa del pubblico che guarda solo commedie. Negli ultimi anni grazie a tanti registi giovani che hanno avuto il coraggio di raccontare altro questa cosa sta finendo. Di questo coraggio, noi siamo contenti e non pensiamo di essere arrivati prima.

Nel vedere i vostri film la sensazione è che il vostro sia un cinema di pancia, che sia importante per voi fare un film che vorreste vedere anche da spettatori. È questo il vostro approccio?

Sì esatto, infatti ora stiamo faticando a trovare un’idea nuova per un film perché ci deve piacere veramente tanto a tutti e due, deve essere qualcosa che veramente vogliamo fare e non qualcosa di calcolato. Poi noi pensiamo sempre al pubblico che vede i nostri film e stiamo attenti non fare un film solo per noi. Un film non è una poesia che scrivi per te, si fa per il pubblico ma il modo migliore per fare questo è essere noi stessi il pubblico mentre lo scriviamo e giriamo.

Quanto è importante per il vostro cinema lavorare come in una grande famiglia? Penso alla collaborazione continua con attori e collaboratori come Giampaolo Morelli, Serena Rossi o Pivio e Aldo De Scalzi.

Tantissimo. Nel nostro cinema, fin da Piano 17, ha sempre contato avere una culla di famiglia tra gli attori e la troupe. Per questo la troupe ormai è sempre la stessa e i nostri attori spesso si ripetono. Sugli altri set c’è un’atmosfera più militare, sui nostri è un caos. Certo noi siamo i registi, i produttori, i capi, però c’è serenità. Per Ammore e Malavita c’è stato veramente tanto lavoro dal casting alla musica fino al montaggio e per questo ora ci godiamo tutti questi riconoscimenti.

Ci racconta qualcosa in più di questo vostro legame con Napoli?

Un po’ ci manca perché manchiamo da tanto e la sentiamo molto casa adesso. L’abbiamo conosciuta bene su Song’e Napule e veramente è una città diversa da quella raccontata dai giornali, dalla TV o da napoletani che non avevano più pazienza ed erano un po’ arrabbiati. Vivendola non abbiamo sentito tutta questa negatività, abbiamo conosciuto persone con tanta voglia di raccontarsi e di vita. A Napoli esci la mattina e non sai che incontri farai e quello che ti succederà e lo dico in positivo. Anche andare dal tabaccaio o dal giornalaio può cambiarti la giornata. I lavoratori a Napoli sono appassionati e instancabili, lavorano per il piacere di lavorare a quel progetto qualunque sia, vogliono aiutare e ci mettono il cuore, sembra banale ma è così. Nella nostra famiglia non possono mancare le persone con il cuore e ci sono tanti napoletani nella troupe.