Prima pagina 13 Jun 2018 14:11 CEST

Gli ipocriti non vedono i profughi

È necessaria una riflessione sulle menzogne e le ipocrisie sulla realtà delle cose che spinge quella povera gente verso i chiusi porti italiani.

di IURI MARIA PRADO

Caro direttore, oltre che come materia passiva degli esperimenti elettorali di questa bella maggioranza, seicento negri che si godono la pacchia di una crociera potrebbero essere usati per una riflessione supplementare. Una riflessione sulla montagna di menzogne e ipocrisie che si è elevata con il contributo davvero di tutti sopra la realtà delle cose che spinge quella povera gente verso i chiusi porti italiani. E la prima direi che è questa: “bisogna distinguere”, dice quella retorica bugiarda, “tra chi è profugo e chi non lo è”. Questa pretesa di distinzione, affermata da tanti e accolta giudiziosamente da altrettanti, vorrebbe trovare giustificazione nei diversi obblighi degli Stati a fronte del “tipo” di migrazione di cui si tratti. E quante volte l’abbiam sentito? Dice: “Un conto è il profugo, il perseguitato politico: un altro conto è il migrante economico”. Ottimo. Facciamo pure l’ipotesi che tra la massa di disperati che si portano sulle coste africane per prendere il mare non ci sia nemmeno un “profugo”, e che siano tutti e soltanto “migranti economici” ( che è un modo polverosamente burocratico per definire quelli che muoiono di fame). Che si fa? Li si lascia laggiù perché non possono dimostrare che scappano da una guerra formalmente dichiarata? Lo Stato assolve al suo compito di discriminazione tra profughi e migranti economici, accoglie quelli e respinge questi, ed è in tal modo a posto? Se i respinti muoiono di fame o rimangono sotto tortura nei lager libici ( su questo torniamo dopo), va tutto bene?

E qui interviene la seconda menzogna, anche più vergognosa perché impastata insieme con una buona dose di vigliaccheria. Dice: “Aiutiamoli a casa loro”. Ah sì? Aiutarli a casa loro significa investire molto denaro, non solo pubblico ma perlopiù pubblico. E io voglio vederlo il politico che ipocritamente riafferma quel presunto proposito, voglio vederlo spiegare al suo elettorato che occorre dare soldi agli africani. E infatti non glielo spiega. E non glielo spiega perché non ha nessuna intenzione di aiutare i negri a casa loro: lo dice soltanto ( quando lo dice) perché un residuo di verecondia gli impedisce di essere esplicito e cioè di dichiarare che non gliene frega niente. Fino al prossimo comizio, durante il quale torna disinibito e urla che prima vengono gli italiani.

E poi: “L’Europa ci deve aiutare”. Sì, sì, d’accordo. E se non ci aiuta? Quelli continuano a migrare “economicamente”, cioè a scappare per non morire di fame, oppure continuano a rimanere lì morendo di fame. La risolvi dicendo che l’Europa non ci aiuta? La realtà è che vuoi esattamente l’opposto: vale a dire non che l’Europa ci aiuti ad aiutarli, ma che l’Europa legittimi e condivida la pratica del respingimento.

A scanso d’equivoci: non sono considerazioni che si rivolgono solo contro gli intendimenti e le politiche effettive di quest’ultimo, recentissimo governo. E bisognerà dire che vantare il successo di politiche presunte illuminate e umanitarie in realtà fondate sul finanziamento dei lager nordafricani costituisce una colpa forse anche più grave. Ma non lo dice ( quasi) nessuno, e non sarà esattamente un caso se i precedenti responsabili di governo sono gli stessi che, presso l’attuale, su questo argomento, trovano persino ragioni di apprezzamento politico.

 

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