Giustizia 17 May 2018 07:19 CEST

Una giustizia popolare? No: disumana…

Nel contratto tra Lega e 5Stelle c’è anche la riapertura dei piccoli tribunali, ma per il resto domina una “furia giustizialista”

Una giustizia tagliata con l’accetta. Sotto la spinta di uno spirito a tratti anche “popolare”, ma il più delle volte sbrigativo e furibondo. È il tratto che si coglie nel capitolo 11 del “contratto” Lega- M5s.

Una svolta su tutto, spesso in peggio. Seppur non priva di idee condivisibili, come quella di «rimuovere» il correntismo dal Csm attraverso una «revisione del sistema elettorale», per i togati ma anche per i laici.

Come la prevista riapertura dei Tribunali soppressi dalla legge Severino riportare la giustizia «vicino ai cittadini». Ma troppe, davvero, sono le abiure che Salvini e Di Maio pretendono di imporre rispetto a tante scelte doverose della passata legislatura. Innanzitutto con la abrogazione di «tutti quei provvedimenti tesi unicamente a conseguire effetti deflattivi in termini processuali e carcerari». E ovviamente con la sostanziale cancellazione della riforma dell’ordinamento penitenziario: si prevede di «riscrivere» le nuove norme, e una «rivisitazione sistematica e organica di tutte le misure premiali» : a rischio dunque anche la legge Gozzini. Qui lo spirito draconiano raggiunge lo zenith, perché si parla di ripristinare la «certezza della pena» e si dà per scontato che le pene alternative siano caramelle di cortesia. Si rinnega tutto, si cancella il lavoro compiuto da magistrati, avvocati e accademici ai tavoli degli “Stati generali” voluti da Andrea Orlando. Ma forse la cosa più insopportabile nella sua inumanità, è il proposito di rivedere le linee guida di Consolo sul 41 bis, quelle che ora consentono, a chi si trova nel “regime speciale”, di poter svolgere i colloqui con i familiari in condizioni più umane, soprattutto di poter toccare, abbracciare, i figli piccoli. Quando si prevede di sopprimere queste aperture in modo «da ottenere u effettivo funzionamento del regime del ‘ carcere duro’», così testualmente nominato, si dà sfogo a un mero impulso di violenza politica.

Difficile soffermarsi su tutti i dettagli: il capitolo 11 del “Contratto per il governo del cambiamento” affronta la giustizia con uno spirito draconiano, scrupoloso e implacabile, a volte come detto segnato anche da un’apprezzabile idea di Stato più vicino ai cittadini e di argine alle derive del correntismo in magistratura. Difficile essere definitivi nella filologia del programma: alla versione pubblicata due giorni fa dall’Huffington post ieri è ne è subentrata una nuova, con limature solo lievi in materia di giustizia.

In ogni caso, una veloce carrellata non può trascurare i punti di segno positivo. Si è detto delle «logiche spartitorie e correntizie in seno all’organo di autogoverno» su cui «sarà opportuno operare una revisione». Giusta l’idea di chiudere in modo definitivo la partita “toghe in politica” con la previsione che il magistrato intenzionato a «intraprendere» una carriera da deputato o ministro debba «essere consapevole del fatto che non potrà tornare a vestire la toga». Idea condivisa da Anm e Csm. Doppio segnale importante sull’accessibilità della giustizia. Sia in termini di vicinanza fisica, come detto, che di costi.

Prevista la «rivisitazione della geografia giudiziaria – modificando la riforma del 2012», cioè la Severino «con l’obiettivo di riportare Tribunali, Procure e Uffici del Giudice di pace vicino ai cittadini e alle imprese». Doverosa e inevitabile la «completa implementazione del processo telematico» e ambiziosa l’idea di ampliare il piano di assunzioni realizzato da Orlando, sia per la «magistratura» che per il «personale amministrativo». Maggiori incognite sulla «completa modifica della recente riforma» della magistratura onoraria, anche è se il proposito di affrontare «le coperture previdenziali» è sacrosanto. Giusto il progetto di formazione delle forze di polizia sulla «ricezione delle denunce» relative ai reati sessuali, come chiesto di recente dal Csm. Costosa ma inoppugnabile la dichiara volontà di sopprimere l’ultimo aumento del contributo unificato.

C’è dunque una vocazione anche “popolare” nella giustizia di Lega e M5s. Ma è impressionante la venatura davighiana, ipergiustizialista, e appunto iconoclasta sul carcere, che segna tutto il paragrafo sul penale. Detto dell’abominio sul 41 bis e sul divieto di abbracciare i figli piccoli, arriva il temuto de profundis sulla riforma penitenziaria: si scorge l’addio al potenziamento delle misure alternative, e persino l’addio alla «sorveglianza dinamica» nelle carceri, che significa tenere tutti chiusi in cella 22 ore su 24. Nell’ultima versione è comparso un richiamo al «lavoro in carcere come forma principale di rieducazione e reinserimento sociale», che è un’implicita chiusura alle pene alternative. Una visione cupa che sconfina nel nonsense, quando si prescrive la «abrogazione» degli «svuota carceri» : non una parola sul fatto che tra gli «sconti» introdotti di recente ci sono anche i rimedi riparatori imposti, di fatto, dalla sentenza Torreggiani. Se la sezione penitenziaria è distruttiva ( tranne che in campo edilizio, considerata la volontà di «costruire nuove carceri» ) quella su processi e pene fa tremare le vene ai polsi. Intanto si pensa di buttare a mare quel po’ di depenalizzazione attivata di recente e la stessa norma sulla archiviazione dei reati per tenuità del fatto. Torna il fantasma della “legge Molteni”, proposta dal plenipotenziario di Salvini sulla giustizia, che escluderebbe il rito abbreviato per i reati puniti con l’ergastolo. Ma l’ombra di Davigo si staglia perentoria soprattutto a proposito della «seria riforma della prescrizione», seppur bilanciata dall’obiettivo di un «processo giusto e tempestivo» che sarebbe realizzabile con le sole nuove assunzioni. Lo spirito draconiano si materializza appieno al solo evocare della parola “corruzione”: a parte una interessante volontà di «potenziare l’Anac», che limiterebbe la giurisdizionalizzazione di ogni ipotesi di illecito, nel contratto si assiste alla seguente raffica: divieto di accesso ai riti premiali alternativi per i tutti i reati contro la Pa, aumento delle relative pene, «Daspo» per corrotti e corruttori, fino alla più davighiana delle proposte, la figura dell’ «agente provocatore». Scontato il potenziamento delle intercettazioni, che si tradurrebbe nell’estensione dell’uso dei trojan. Restano sullo sfondo le previdibili asprezze sulla legittima difesa, terreno scivoloso e poco compatibile con la Costituzione vigente. Che vacilla in più punti, come sul «vincolo di mandato» spuntato in extremis, strappo uguale e contrario al paradosso segnalato ieri dal segretario di Radicali italiani Riccardo Magi: «Chi giura fedeltà ai cinquestelle anziché alla Nazione può fare il ministro?». Forse no, ma vaglielo a spiegare.

 

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