Politica 21 Apr 2018 15:56 CEST

La clessidra logora del Colle e l’utile drammatizzazione

Forse è giunto il momento di dare una scossa. La scelta di un incarico politico che ponga i partiti di fronte alle loro responsabilità

C‘è un segnatempo sul Colle, una clessidra che il capo dello Stato rigira ogni volta che la sabbia svuota un vaso e riempie l’altro. A forza di rovesciarla, si è consumata. Significa che forse è arrivato il momento della drammatizzazione, della necessità di dare una scossa a mille volt per smuovere il pantano della crisi e mettere partiti e forze politiche una volta per tutte di fronte alle loro responsabilità. Mattarella ha deciso di prendersi altri due giorni di riflessione, poi agirà. Come? Seguendo quali percorsi istituzionali?A cinquanta giorni dalle elezioni, l’interrogativo è se non sia arrivato il momento di affidare un incarico politico vero e proprio: “pieno”, nel linguaggio della liturgia delle consultazioni. E’ vero, ci sarebbe anche la strada di un nuovo mandato esplorativo, stavolta assegnato al presidente della Camera, il pentastellato Roberto Fico. Ma per fare cosa? L’esperienza della Casellati ha mostrato che quel tipo di compito, come da copione, non è risolutivo: anzi, involontariamente minaccia di sollevare ancora più confusione. Forse è il momento di cambiare schema: che cioè l’esplorazione – rivolta non più solo al duo centrodestra- M5S bensì coinvolgendo per quanto possibile anche il Pd – sia svolta, da chi è scelto, con indosso le insegne ufficiali di capo del governo in pectore.Incarico politico, perciò. Ma a chi? Matteo Salvini ha deciso di proporsi: è il leader della coalizione che ha preso più voti, ne ha titolo. In alternativa c’è Luigi Di Maio, capo del partito più votato. Fuori da questo perimetro, c’è un Mister X per un governo del Presidente, di emergenza, di scopo o come si voglia chiamarlo. I primi due non hanno maggioranza, né si capisce come possano ottenerla. Il terzo è l’Armageddon, un doppio salto carpiato senza rete: e di equilibrismi in atto ce ne sono già fin troppi. Tristemente, la clessidra quirinalizia continua a vuotarsi e svuotarsi senza costrutto, tornando ogni volta al punto di prima.Quasi due mesi di stallo hanno fanno capire alcune cose. La prima. L’idea che un aggregato politico, partito o coalizione che sia, che ha ottenuto un buon risultato elettorale possa sfasciarsi appena chiuse le urne, si è rivelata del tutto fallace. Magari guardando il duello di ieri, l’ennesimo, tra Salvini e Berlusconi condito da reciproci inviti ad andare ognuno per conto suo, si può ritenere il contrario. Però sono tuoni sempre più rumorosi che non sfociano mai in una vera tempesta: al massimo un acquazzone e tutto finisce lì. Perché la convenienza ( parola chiave in questa fase) a restare insieme produce un tornaconto inevitabilmente superiore alla possibile rottura.La riprova sta nel fatto che Di Maio a divaricare il centrodestra svellendo il capo leghista dal suo alveo ci ha provato da un minuto dopo il voto: senza risultato. Un epilogo che peraltro sconsiglia al Nazareno di intraprendere nei confronti dei Cinquestelle eventuali manovre col medesimo intento divaricatorio: la difficoltà dell’incarico a Fico, che scaverebbe un fossato nel MoVimento, presumibilmente sta qui. La carta del Pd rimane indecifrabile. Renzi ha dato appuntamento a ottobre, alla Lepolda. Della serie: quel che oggi accade per il governo non mi interessa. Le opposizioni interne sbraitano ma, come loro costume, con compostezza. Non sono unite, non hanno un leader né, allo stato, un percorso comune. Il secondo insegnamento è che il tempo se in alcuni casi lenisce le ferite e aiuta a trovare il bandolo della matassa, in altri le esaspera e, invece di avvicinarle, allontana le soluzioni. E’ il caso del cosiddetto governo di emergenza. Chi fregandosi le mani convinto che si tratti della scelta migliore per evitare il collasso del Paese; chi scrollando il capo prefigurando nient’altro che la sbiadita riproposizione, sette anni dopo e con altri indossatori, del loden di Mario Monti, sono sempre più quelli convinti che alla fine, con la barra dritta sul no all’incubo del voto bis, verrà varato ( quando? non c’è fretta) un esecutivo che azzererà i risultati elettorali mettendo sullo stesso piano i sicuri vinti con i sedicenti vincitori.Possibile. Forse addirittura inevitabile. Però questo è esattamente uno di quei casi in cui il tempo invece di rafforzare, logora. Già Salvini si tira fuori; il Cav fa il tifo ma in un “governo di tutti” sarebbe la nemesi ritrovarsi a fianco i grillini cacciati dalla porta e rientrati dalla finestra. E gli stessi penstellati faticherebbero a spiegare perché avallano un esecutivo non guidato da loro, marciando assieme a compagni di strada ufficialmente ripudiati, che farà il minimo indispensabile ma niente di quello promesso in campagna elettorale.La drammatizzazione ha proprio questo fine: far intendere, con le cattive visto che le buone non sono servite, che il tempo delle piroette è finito e gli italiani meritano uno spettacolo migliore dell’infinito repertorio di veti, ripicche, capricci andato in scena finora.

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