Analisi 13 Apr 2018 13:02 CEST

Permesso parlare bene del piddì?

COMMENTO

Domenica scorsa, la copertina dell’Espresso chiedeva addirittura di cancellare il Pd. Invece di chiedere un allargamento, una modifica lo si vuole far fuori. Strana ma diffusa logica, soprattutto a sinistra. In questi anni, da quando Renzi ha prima forzato la mano sulle riforme e poi ha perso il referendum, è diventato uno sport nazionale sparare sui dem. Non c’è giornale, trasmissione, reportage che non metta sotto accusa il Nazareno. Ma qui si vuole lo stesso tentare una difesa. Impresa non facile vista la sonora sconfitta e quello che dice il mainstream. Ma una difesa dovuta, per un partito che avrà fatto tanti errori ma che è diventato il capro espiatorio di tutto e il contrario di tutto. Tutti contro il Pd, compreso il Pd Perché, invece, lo difendo…

Ci sono diversi motivi per cui è difficile, se non impossibile, tentare di difendere il Pd. In primo luogo, ha perso. E’ perso in maniera catastrofica. In secondo luogo, i giornali, le tv, i social, tutti insomma, qualsiasi cosa accada se la prendono con i dem. Anche dopo la sconfitta elettorale, quando la palla è passata nelle mani della Lega e dei Cinque stelle, l’obiettivo principale è rimasto il partito democratico: interviste, paginoni, reportage, editoriali erano – e sono, a dire il vero – tutti dedicati a chi ha perso. Ma il motivo che rende l’impresa di difenderli ancora più complicata è che i primi ad attaccare il Pd sono quelli del Pd. Dopo una sconfitta è giusto fare autocritica, ma quando l’autocritica diventa massacro e scontro interno tra i diversi leader vuol dire che si è persa la bussola. Eppure, a ben guardare, i motivi per difendere il partito democratico non sono pochi. Partiamo dalla sconfitta. E’ vero, è stata dura, peggiore anche delle previsioni. Ma se uno osserva cosa è accaduto agli altri partiti socialdemocratici nel resto d’Europa, capisce che quel 18 per cento dopo aver governato negli anni della crisi – assume un valore diverso. Non un successo, non una medaglia. Ma sicuramente un punto di resistenza, una sorta di ancora di salvezza da cui non solo ripartire, ma di cui essere consapevoli per tentare la risalita. La società e i partiti che la rappresentano sono completamente mutati, stiamo assistendo a un terremoto politico, antropologico, sociale. Non era scontato che il partito democratico – evoluzione di partiti tradizionali – stesse ancora in piedi, che ci sia ancora una comunità politica e umana che si riconosce da diversi decenni negli stessi valori.

In questi mesi il Pd è stato accusato di tutto e il contrario di tutto. Ma il rimprovero principale è stato quello di non aver saputo comunicare, di non aver saputo parlare al suo popolo, di averlo abbandonato, di non averlo ascoltato. Per esempio sul tema della sicurezza. Ma se si guardano i dati sulla criminalità in Italia, si legge che furti, rapine e omicidi sono diminuiti, che l’insicurezza è percepita, indotta, creata ad arte. Altro tema è quello dei migranti. Il Pd al governo sarebbe stato troppo accogliente, non adeguato alla cosiddetta emergenza. Poi arriva al ministero dell’Interno, Marco Minniti, usa il pugno duro contro gli sbarchi, cambia tattica, ma non cambia la musica. E’ sempre colpa del Pd.

Di sbagli, il Pd ne ha fatti tanti, ad iniziare, secondo molti, dal Jobs act e dalla Buona scuola. Ma anche rispetto a queste scelte, le critiche sono spesso opposte, l’una il contrario dell’altra. Chi governa le prende da tutte le parti. E non si tratta solo di aver attraversato la crisi economica, ma di averlo fatto mentre cambiavano la rappresentanza, il ruolo delle istituzioni, soprattutto la composizione sociale.

Pensare che sia colpa di questo o di quello, che si possa individuare un leader su cui far ricadere tutte le colpe, è un meccanismo sbagliato, che non aiuta a capire cosa stia davvero accadendo.

In queste settimane il tema per il Pd è stato: sì o no all’accordo con i Cinque stelle? Anche in questo caso si è scatenata la canea. Non accettare era segno di mancanza di responsabilità, andare all’opposizione era una disfatta. Quando all’opposizione c’erano altre forze politiche, era più che legittimo, doveroso, anzi bello. Per il Pd, no. Non è ammesso. Ma in questo caso qualcosa è successo. E’ spuntato fuori un popolo piddino, ridotto ai minimi termini, ma vivace, che ha detto: senza di me. Se andate al governo coi populisti lo fate senza il mio appoggio. Questo, a dire il vero, è un altro discorso, un’altra arringa. Per la difesa portata avanti in queste pagine basti ricordare che una forza riformista e non populista, qualsiasi cosa si pensi del riformismo e del populismo, non fa bene solo a chi la vota, ma fa bene alla politica tutta.

 

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