Cultura 1 Apr 2018 10:44 CEST

Cable Street, quando i londinesi spezzarono le reni ai fascisti britannici

Lo storico Silvio Antonini ricorda la battaglia di Cable Street in un saggio

Londra, 4 ottobre 1936. Le forze della BUF ( British Union of Fascists), guidate da sir Oswald Mosley, soccombono di fronte a un’azione corale di popolo che sbaraglia la manifestazione organizzata dalla camicie nere a Cable Street e inaugura idealmente la nascita dell’antifascismo militante britannico. Connotazioni storiche e retaggio morale di quella celebre giornata vengono, per la prima volta in italiano, analizzati da Silvio Antonini nel volume La Battaglia di Cable Street.

La disfatta delle camice nere inglesi e la nascita dell’antifascismo militante europeo, di recente pubblicazione presso Red Star Press.

Antonini, la British Union of Fascists ( BUF), fondata da sir Oswald Mosley, viene presentata, fin nel programma- manifesto Fascism, 100 Questions, Asked and answered, come un tentativo di superare i tradizionali modelli partitici in favore di un movimento nuovo, incamerando nel percorso istanze xenofobe e autoritarie. La Storia, anche nei suoi richiami iconici – il simbolo del fulmine cerchiato è stato ripreso dall’organizzazione studentesca facente capo a Casapound Italia, Blocco studentesco –, è destinata a ripetersi?

La scelta del Blocco studentesco di riprendere il simbolo della Buf non è certo casuale. Il fascismo, nato nel Circolo degli interessi commerciali e industriali di Milano, il 23 marzo 1919, ha trovato nella Gran Bretagna terreno di collaudo e di rilancio nel corso dei decenni. Fu proprio la Buf, prima tra i movimenti fascisti europei, a mettere al centro dei suoi programmi la lotta all’immigrazione, allora quasi esclusivamente ebraica, quando la culla del fascismo, l’Italia, era ancora paese d’emigrazione. Sarà sempre nel Regno Unito, una quarantina di anni dopo Cable street, che l’Araba Fenice dell’estremismo di destra risorgerà dalle sue ceneri. Succhierà linfa vitale dalle insicurezze sociali scaturite dallo shock petrolifero e dallo spauracchio per l’immigrazione, asiatica e caraibica. Ciò segnatamente sotto la guida del Natio- nal front, destinato a fungere da modello per gli altri partiti neofascisti, europei e non. L’estrema destra, come noi la conosciamo oggi, nasce sulle strade delle metropoli britanniche.

«Io non ho paura di te»: ci può parlare della centralità della componente femminile nella resistenza antifascista londinese?

A Cable street le donne non si limitano a lanciare farina ammuffita, bottiglie del latte vuote e altri oggetti contundenti dalle finestre e dai tetti contro le camicie nere e la polizia di scorta: scendono in strada e salgono sulle barricate con ruolo attivo. Non hanno paura. La Battaglia di Cable Street rappresenta, a tal proposito, uno spartiacque e un momento di emancipazione in seno alla comunità ebraica. I rabbini e i maggiorenti ebraici londinesi esortavano i giovani a non prendere parte ai disordini, per non compromettere il nome degli ebrei, con particolare riferimento alle ragazze, che i pregiudizi antigiudaici associavano alla disinibizione e alla prostituzione. Le riprese, gli scatti e le testimonianze della sollevazione ci dimostrano ampiamente la disobbedienza a queste raccomandazioni.

Per quale motivo non si replicò in Gran Bretagna con la BUF il successo ottenuto da Mussolini in Italia e Hitler in Germania? E tali condizioni sussistono tuttora?

Mosley, al suo esordio, raccolse diverse simpatie in seno al grande capitale britannico, destinate però a raffreddarsi in breve tempo. Di contro: quello britannico è stato, e lo sarà per diverso tempo, il fascismo europeo con più seguito tra la classe proletaria. In estrema sintesi, si potrebbe affermare che il programma Buf sia rimasto sulla carta perché il capitalismo britannico, al contrario di quello italiano e te- desco, non aveva la stretta necessità di affidarsi al manganello. In base a questi trascorsi, certo l’Italia rischia di più l’involuzione autoritaria e reazionaria rispetto alla Gran Bretagna, allora come oggi.

Secondo uno studio dell’Atlante politico di Demos, le simpatie per Benito Mussolini superano oggi la quota di un elettore su tre nell’area di centro- destra – con un apice del 38% fra gli elettori della Lega –, mentre nell’ambito di sinistra e centro- sinistra si scende sotto il 10%: come giudica questi dati?

Pensavo che fossero più alte nell’elettorato di centrodestra e pressoché inesistenti in quello di centrosinistra ove, se fossero al 9%, il Maramaldo di Predappio potrebbe dirsi soddisfatto!

In seguito alle tensioni che hanno visto protagonisti militanti della destra radicale ( Casapound e Forza Nuova in primis) ed esponenti antifascisti, il ministro dell’Interno Marco Minniti ha dichiarato che «non dobbiamo parlare di emergenza, dobbiamo misurare le parole» : ne conviene?

Non siamo dinanzi ad un’emergenza, nel senso che la violenza fascista, in Italia una costante nel tempo, ha conosciuto negli ultimi decenni una progressiva impennata dovuta alla forte opera di legittimazione del neofascismo, di cui l’attuale compagine politica al governo è certamente responsabile. È balzata alle cronache nazionali con Macerata, perché un fascista ha usato persone di colore come tiro a segno, ma è un elemento che riguarda la quotidianità. Il Ministro Minniti sta sicuramente ammiccando ad un sentimento autoritarista diffuso nella società italiana per ragioni di consenso.

Qual è, ai giorni nostri, il lascito morale della gloriosa resistenza di Cable Street?

Affronto quest’aspetto nella parte finale del libro. Il 4 ottobre, ricorrenza della Battaglia di Cable Street, è un po’ il 25 Aprile per le forze antifasciste britanniche che, pressoché in blocco – dai collettivi antifa ai liberals – celebrano l’accaduto traendo forza dall’esempio che rappresenta. Un esempio portato avanti nei decenni sostanzialmente su tre linee direttrici: l’organizzazione squadristica di contrasto, laddove necessaria, l’intervento negli aspetti sociali su cui il fascismo fa perno per ricavare consensi – quelli sul diritto all’abitare erano assai sentiti nel periodo di Cable Street – e l’offensiva culturale. Da quest’ultima, sul finire dei Settanta, è nato il Rock against racism, fondamentale per fronteggiare la fascinazione nazi presso la gioventù. Linee direttrici tuttora impiegate in modo diffuso, sebbene sempre più spesso su iniziativa di collettivi locali. Un lascito morale, quindi che, al netto del tempo che passa e del mutato quadro sociale e politico, dimostra ancor oggi tutta la sua validità ed efficacia.

 

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