carcere 27 Mar 2018 11:36 CEST

È internato da un anno a San Vittore, aspettando la Rems

Massimiliano Spinelli è stato assolto per incapacità di intendere e di volere

«Fatemi uscire, che cosa ci sto facendo qui dentro?», dice davanti ai militanti di Opera Radicale, l’associazione milanese del Partito Radicale. Non è un detenuto, non ha alcuna pena da scontare, ma si trova ristretto dentro una cella del Centro Clinico del carcere di San Vittore e ha meno diritti dei detenuti stessi. Parliamo di Massimiliano Spinelli, classe 1972 e fu coinvolto in una vicenda processuale che poi l’ha visto uscire assolto per incapacità di intendere e volere. Come accade spesso, l’hanno ritenuto socialmente pericoloso e il giudice ha dato l’ordine di essere sottoposto in misura di sicurezza presso una Rems. Parliamo di un internato frutto di un sistema – quello del “doppio binario” – nato durante il fascismo e protratto finora. L’iter giudiziario del processo di Massimiliano si è concluso a luglio 2017, ma da allora egli è rimasto dove si trovava, cioè in carcere come quando vi era detenuto in custodia cautelare: è stato assolto, nessuna pena ha da scontare, bensì una misura di sicurezza. Massimiliano, in sintesi, si trova trattenuto illegalmente presso il carcere di San Vittore. Il motivo? Quello che riguarda tanti altri internati psichiatrici come lui: è in attesa di entrare in una Rems. Quest’ultima è stata istituita con la legge 81/ 2014 che ha sancito il superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari ( Opg). Fu un grande passo di civiltà. Dentro gli Opg, in effetti, i ‘ folli rei’ non erano seguiti dai servizi sanitari territoriali e potevano rimanere all’infinito tra quelle antiche mura, per la continua proroga delle misure di sicurezza: i cosiddetti ‘ ergastoli bianchi’. Condizioni disumane, come dimostrò nel 2011 la Commissione d’inchiesta parlamentare guidata dal senatore Ignazio Marino. Adesso, la legge 81 stabilisce un limite per la permanenza nelle Rems e i Dipartimenti di salute mentale devono elaborare piani terapeutici ad hoc per ogni recluso. Però sono affollate – questo è anche dovuto dal fatto che i giudici, con grande facilità, emettono troppi ordinanze di misure di sicurezza – e si creano le liste d’attesa.

Alcuni attendono in libertà e altri, invece, sono reclusi anche se non sono ufficialmente dei detenuti. Massimiliano Spinelli è uno di questi. L’ha incontrato la delegazione del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito, guidata dall’associazione Opera Radicale: il suo incontro è avvenuto alla presenza del dottor D’Amato, psichiatra responsabile del reparto psichiatria del Centro Clinico, il quale lo ha in cura e che ha accompagnato la delegazione a incontrarlo in quanto unico internato della Casa circondariale. Della posizione giuridica di Massimiliano ne aveva parlato anche lo stesso direttore del carcere dottor Siciliano e la vice direttora dottoressa Mazzotta durante il colloquio con la delegazione radicale per riferire sulla situazione dell’Istituto: la direzione ha confermato di essere in attesa da mesi di ricevere una risposta dalle Rems sulla disponibilità ad accogliere Massimiliano. Anche il dottor D’Amato ha riferito di aver inviato parecchie richieste di intervento alle Rems, nell’interesse di Massimiliano perché potesse uscire dalla sua situazione di detenuto non detenuto. L’internato è di Roma, per questo si attendono le risposte – finora rimaste inevase – delle tre Rems della regione Lazio: ovvero quelle di Palombara Sabina, Subiaco o Ceccano.

Massimiliano, appena ha incontrato i membri dell’associazione Opera Radicale, si è dimostrato felice. A lui gli è rimasto solo la madre che abita a Roma e non può andare a fargli visita. «Fatemi uscire», continua a dire Massimiliano rivolgendosi ai militanti del Partito Radicale. È evidente la speranza di quest’uomo che qualcuno lo possa aiutare ad uscire da quella cella, dove vive pur non essendo detenuto. Si trova dietro alle sbarre e per certi versi in condizioni più gravose di chi si trovi detenuto, perché la sua cella è chiusa mentre per tanti detenuti dei raggi di San Vittore la cella è aperta almeno per qualche ora al giorno. Massimiliano non è un condannato, ma vive in una condizione di condannato. Il motivo di tale condizione è l’assenza di attuazione dell’ordine di esecuzione emesso dalla Procura della Repubblica di Milano, che in data 6 marzo ha disposto l’esecuzione della misura di sicurezza dell’Opg per 2 anni da svolgersi in una delle tre Rems situate nella Regione Lazio. Però è in carcere. La misura di sicurezza non deve essere eseguita dentro un penitenziario. Lo scrive nero su bianco l’articolo 213 del codice penale, la ratio è chiara: evitare che gli internati vivano le limitazioni alla libertà imposte al detenuto in quanto stia eseguendo una condanna, e d’altra parte, nel caso di chi deve essere sottoposto a cure psichiatriche, consentire a quest’ultimo di ricevere le cure in un luogo adeguato che non si trasformi in una punizione laddove la stessa Autorità Giudiziaria abbia stabilito che nessuna punizione può essere inferta per assenza di imputabilità.

L’associazione Opera Radicale non starà a guardare e intraprenderà le necessarie azioni per assicurare che per l’internato Massimiliano si interrompa al più presto la detenzione non dovuta in violazione del suo diritto di libertà e di quello alla salute, chiedendo aiuto anche al Garante Nazionale, quello locale e regionale.

 

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