Giustizia 23 Mar 2018 12:57 CET

Zucca: «C’è un legame perverso tra Pm e polizia»

«Punire e rimuovere i funzionari coinvolti in fatti commessi in violazione dell’articolo 3 della Cedu è un obbligo convenzionale, non un’opinione»

«Punire e rimuovere i funzionari coinvolti in fatti commessi in violazione dell’articolo 3 della Cedu è un obbligo convenzionale, non un’opinione». Enrico Zucca, sostituto procuratore generale di Genova e pm del processo sul pestaggio alla scuola Diaz durante il G8, non si tira indietro di fronte alle polemiche, dopo il suo intervento ad un convegno sul caso Regeni, organizzato dall’ordine degli avvocati di Genova. Un intervento che le agenzie di stampa hanno riassunto in una frase – «i nostri torturatori sono al vertice della Polizia, come possiamo chiedere all’Egitto di consegnarci i loro torturatori?» – e che ha scatenato reazioni furiose, tra le quali quelle del capo della Polizia Franco Gabrielli, che ha parlato di accuse «infamanti» e «oltraggiose». Ma, spiega il magistrato, a parlare sono principalmente i fatti, cristallizzati dalle pronunce della Corte europea che ha statuito che, nonostante gli sforzi degli inquirenti, «i responsabili di quanto accaduto alla Diaz non sono stati individuati perché la Polizia si è impunemente rifiutata di collaborare con la magistratura». Una conclusione racconta al Dubbio, che «dovrebbe far riflettere».

La sua frase ha suscitato molte polemiche. Ma come sono andati veramente i fatti?

Accetto di ritornare sull’argomento perché ritengo necessario ricostruire una base informativa reale, su cui possono legittimamente basarsi la libere valutazioni. Si è attivato un circuito mediatico, le cui dinamiche sono poco controllabili, su dati non verificati. Ho fatto un intervento nel corso di un convegno organizzato da avvocati, quindi addetti ai lavori, che verteva sulla tutela dei diritti umani a livello internazionale. Un dibattito focalizzato sull’esperienza del caso Regeni e durante il quale ho fatto un discorso piuttosto ampio. I giornali hanno riportato una frase mozzata e prima di scrivere avrebbero potuto meglio documentarsi: l’incontro è videoregistrato. Ma non è che voglia scappare, è risaputa la nomina in posti di responsabilità di vertice di funzionari condannati per reati infamanti, cioè di aver coperto la tortura alla Diaz, un’azione che la Cassazione ha definito “scellerata mistificazione”, con l’aggiunta che quanto avvenuto “ha gettato discredito all’Italia nel mondo intero”. Questo è un dato obiettivo di verità che ben può essere rappresentato anche dalla frase brutale – che non ho detto – lanciata impropriamente dalle agenzie di stampa.

Le è stato contestato di aver espresso la sua opinione su un fatto vero, insomma.

Il dato può essere valutato sotto diversi profili, di opportunità o politica. Io l’ho esposto e valutato per quanto mi compete, cioè come violazione convenzionale che fa parte della sentenza di condanna della Cedu, che richiede in caso di condanna ben altri epiloghi che la collocazione in ruoli operativi di responsabilità di comando dei funzionari pubblici. L’Italia è stata richiamata a marzo 2017 a giustificare questo dal Comitato dei ministri del consiglio di Europa, organo che monitora l’esecuzione delle sentenze di condanna della Corte Edu, che ha richiesto informazioni sulle sanzioni disciplinari inflitte ai condannati, che avrebbero dovuto, contrariamente a quello che è avvenuto, essere sospesi in pendenza di giudizio. Informazioni che i governi non hanno mai dato alla Corte, che infatti stigmatizza nelle sue sentenze il silenzio sul punto.

Tra le critiche c’è anche quello di aver equiparato i fatti della Diaz al caso Regeni. In che senso si possono accostare?

La registrazione del mio intervento smentisce questa sciocchezza. L’accostamento semmai non è tra i fatti, di evidente diversa gravità – per quanto nel raid alla Diaz si sia rischiata la morte di almeno tre feriti, portati in codice rosso all’ospedale -, ma tra le reazioni degli apparati istituzionali dopo i fatti, cioè nel caso dei processi del G8 genovese, l’omertà, la copertura, quindi il tradimento – impunito – secondo la Corte Edu, dell’obbligo di collaborare per la ricerca dei colpevoli delle violenze. Dunque violazione convenzionale, della Cedu e della Convenzione Onu che impongono indagini serie ed efficaci per l’accertamento dei fatti di tortura. A quest’ultima convenzione è legato anche l’Egitto, paese dittatoriale. Ecco la riflessione che ho fatto: con le nostre violazioni delle convenzioni internazionali, su episodi di ben diversa gravità, non possiamo negare di aver perso autorevolezza nell’invocare ora, come sarebbe giusto fare, il rispetto dei principi e degli obblighi giuridici derivanti dalle convenzioni stesse, abbiamo cioè lasciato solo al rapporto di forza, alle convenienze delle reciproche ragion di stato la sorte delle indagini nel caso Regeni. Abbiamo dimostrato di non credere neppure noi alla cogenza delle convenzioni e dei valori in esse codificati. Nel confronto con una dittatura non è cosa di poco conto. Se la democrazia non sa essere trasparente non ci si può aspettare di più da altri.

Sono venuti meno i principi democratici?

Il contesto internazionale dopo l’ 11 settembre è drammaticamente mutato, anche le democrazie più solide, quelle che si ergevano a baluardo nella tutela dei diritti umani, hanno dubitato della cogenza dei principi su cui si fondano e solo i giudici nelle varie Corti Supreme continuano a sostenerne l’assolutezza. Quello che ho fatto durante il convegno è stato chiedermi se siamo ancora in grado di attenerci a questi principi così alti che ci ricordano i giudici. Per limitarci all’Italia, dalle sentenze di condanna per violazioni della convenzione Edu, forse la risposta è no. Ho fatto riferimenti alla storia del Paese, che ha avuto pagine oscure di tortura istituzionalizzata, rimasta impunita, per fortuna appartenente al passato remoto che si è superato grazie alla fede, allora, in quei principi ora relativizzati. La mia conclusione è stata quella che dobbiamo ritrovare quella fede.

Come si può polemizzare sulla sua frase e non sul fatto che ignoriamo i trattati?

È un meccanismo di reazione e controreazione, perché sotto la cenere cova fuoco. Ma non per le parole, per i fatti. Il G8 non è chiuso per davvero, se i condannati vengono reintegrati in spregio alle indicazioni della Corte. E su questo non c’è stata polemica: la stampa ha trattato la notizia in maniera asettica, senza nessun commento. Non c’è un organo di stampa in Italia che chieda spiegazioni, che critichi. E se la stampa non critica c’è qualcosa che non va. Negli Usa la recente nomina del nuovo capo della Cia è stata oggetto di critica, per via del suo passato da sovrintendente in un centro di detenzione con interrogatori “rinforzati”, insomma un torturatore, sebbene mai condannato perché ( sappiamo ora per quel processo di trasparenza che la democrazia americana assicura grazie all’azione di una stampa libera), addirittura “legalmente autorizzato” dai famosi memoranda dei consiglieri legali del Presidente. Qui c’è una condanna, con anni di galera in parte indultati – altra violazione convenzionale – e c’è stata qualche critica? No.

Però è stata avviata un’indagine sulle sue parole…

Gli accertamenti sono doverosi, è chiaro che bisogna accertare come siano andate veramente le cose. Certo fa tremare i polsi la circostanza che soggetti istituzionali, poi anche chiamati a pronunciarsi in argomento, anticipino giudizi senza un accenno di verifica, sulla base appunto dei lanci di agenzia. Anche il presidente dell’Anm lancia i suoi giudizi addirittura descrivendo miei atteggiamenti psicologici, senza sapere di cosa parla. Quanto alla eccessiva aggressività che avrei dimostrato nei processi, le sentenze dei Giudici di Appello e Cassazione, se lette, vanno oltre le impostazioni accusatorie, accentuando la responsabilità dei vertici condannati. Non imparziali neppure i giudici? Intanto gira con grande apprezzamento uno sferzante commento pubblicato in prima pagine del Corriere, senza che venga pubblicata la mia smentita alle circostanze arbitrariamente distorte in merito a ciò che ho detto e nessuno ha sentito. Così va il mondo assecondando il vento del momento, come se si fosse aspettata l’occasione per togliere voci dissonanti. Il Dubbio critica spesso il circuito perverso fra stampa e procure. Non so dire in proposito, ma quello con la polizia non mi pare da meno.