Politica 13 Mar 2018 08:35 CET

E tra la base Pd vince la mozione: “Mai con i 5Stelle!”

Fuori dl Nazareno sono tutti d’accordo: “Nessun governo con i grillini”

Davanti al Nazareno, per la Direzione nazionale dell’anno zero del Pd, non c’è spazio per uno spillo. Telecamere e macchine fotografiche bloccano il passaggio da ogni lato e non c’è pioggia che intimidisca gli operatori. I turisti sgusciano a stento e non capiscono bene cosa stia accadendo. Guardano divertiti i giornalisti rincorrere volti che spariscono sotto una montagna di flash e chiedono informazioni al primo passante. Sull’altro lato del marciapiede rispetto all’ingresso della sede dem, quasi defilato, un gruppetto di militanti osserva i dirigenti del partito entrare, qualcuno urla qualche frase, tutti hanno un’unica richiesta da presentare: mai al governo col Movimento 5 Stelle. Sono una trentina gli attivisti democratici che hanno deciso di “presidiare” l’assemblea più importante del dopo Renzi. Si rico- noscono facilmente, sfoggiano sul petto un adesivo che salta subito all’occhio: «Pd mai col M5S». Hanno voglia di parlare, sono qui per raccontare la loro idea di partito, di alleanze e di prospettiva politica. «Abbiamo già raccolto più di 9 mila firme su Change. org per impedire qualsiasi intesa di governo con i grillini», dice una donna, convinta che la Direzione non potrà ignorare la volontà della base. I congressi sembrano arnesi del passato, i militanti comunicano col proprio gruppo dirigente sulle piattaforme di petizioni on line, dove tutto si mischia e si confonde. Alcuni si rendono conto dell’anomalia ma alzano le spalle, la partecipazione segue i canali che trova.

Quelli davanti al Nazareno non sono iscritti qualunque, sono renziani, la guardia irriducibile del segretario uscente che adesso non vuole vedere il partito scivolare nelle mani di qualche “Masaniello”. Il nemico numero uno? «Michele Emiliano», spiega Alberto, 25 anni, studente fuori sede da Melfi. «Va bene chiunque: Martina, Del Rio e soprattutto Giachetti. Ma Emiliano no, vuole fare l’accordo con Di Maio».

Le preoccupazioni della base sono confermate dalle dichiarazioni che il presidente della Puglia concede ai cronisti prima di entrare in riunione. «Il Pd può decidere se far unire M5s e Lega e rimanere fuori da ogni controllo democratico di questo processo difficile», dice Emiliano, ricordando la nefasta esperienza dell’Aventino, «o se viceversa si può provare, utilizzando la forza che deriva da questa legge elettorale proporzionale, a individuare dei punti chiave in materia di sicurezza, pari opportunità e uguaglianza, di contrasto alla povertà concordando un programma e sostenendolo dall’esterno».

Alberto, come gli altri militanti in piazza non ne vuol sentir parlare e preferirebbe un percorso di selezione del nuovo leader attraverso le primarie. Il sogno sarebbe incoronare Giachetti segretario. Sì, perché a Roma esistono i “giachettiani”, declinazione capitolina del renzismo. I fan dell’ex candidato sindaco romano sono consapevoli che le possibilità di successo sono ridotte al lumicino e si accontentano di concentrare i loro sforzi per combattere gli avversari interni. È ancora governatore pugliese l’ossessione di tutti: «Ma come si fa immaginare una maggioranza con quelli che propongono il reddito di cittadinanza?», continua Alberto, che però non ha alcuna intenzione di passare per un nemico del welfare e aggiunge: «Noi abbiamo già proposto una misura seria, il reddito di inclusione. Perché un conto è integrare il salario e un conto è incentivare la gente a non fare nulla».

Mentre parla, l’onda di giornalisti e operatori si muove compatta, c’è un volto che ingolosisce gli obiettivi: Gianni Cuperlo, l’oppositore di sempre che non ha rifiutato persino la candidatura. «Il risultato del voto è senza appello: siamo all’opposizione, chi ha vinto avanzi le sue proposte», dice il leader della minoranza. I militanti lo guardano con curiosità, percepiscono Cuperlo come un avversario leale, ma non si fidano. Come diffidano di Mattarella e dei suoi continui appelli alla responsabilità. Una donna si avvicina ai cronisti e ostenta l’adesivo anti M5S – sbiadito dalla pioggia – attaccato sulla borsa. Parla, spiega la sua ostilità ai grillini, poi si riunisce al gruppo. E si rende conto di un dettaglio: la borsa mostrata in camera era di Louis Vuitton. «Ho fatto una stupidaggine, mi avranno preso per una radical chic. Gli ho detto che era falsa». La Direzione può avere inizio.

 

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